Ecologia della mente e Dialettica

Pubblico qui la mia breve tesi di laurea alla triennale di Psicologia (Scienze del comportamento e delle relazioni interpersonali e sociali), presso l’università di Parma.  Ringrazio il Prof. Walter Fornasa, con cui ho sostenuto l’esame di Psicologia dell’Ambiente e discusso la tesi nel marzo 2009, per avermi dato la possibilità di strutturare un mio – pur modesto ed estremamente conciso – percorso in cui ho tentato di coniugare alcune istanze tipiche dell’Ecologia della mente con il materialismo storico-dialettico e, inoltre, per avermi fornito innumerevoli spunti di riflessione sul paradigma della complessità, sui rapporti di com-partecipazione progettuale e di sviluppo co-evolutivo, oltre che sulla creazione di un “linguaggio in comune”. Tratti, questi, che trasparivano dalle lezioni di Psicologia dell’Ambiente e che mi hanno fornito non solo elementi fondamentali nell’analisi critica del reale, ma prospettive nuove nella dialettica evolutiva tra insegnamento e apprendimento. In ultima analisi, la riflessione su questi temi è stata decisiva per il mio passaggio da un percorso di studi di carattere psicologico a uno di tipo pedagogico.

.Ecologia della mente e Dialettica: riflessioni per uno sviluppo sostenibile.

.”Presupposti” – La Soglia.

Una pur breve analisi che muova dalle premesse epistemologiche della psicologia ambientale, necessita di cenni sommari su quale sia il contesto in cui tali strumenti, in un’indagine necessariamente complessa e articolata che risulta trasversale alla psicologia così come alla politica e all’economia, alla cultura così come alla sociologia, possano agire con efficacia, fornendo chiavi di lettura che risultino esplicative e capaci di penetrare i problemi in modo acuto e originale. Questo per comprendere meglio il sostrato materiale su cui si articolano, intrecciandosi senza sosta, tutte le varie forme dell’esistenza, e per rifuggire qualsivoglia schematismo ideologico, qui nell’accezione di falsa coscienza, che possa viziare in senso idealista quel processo di ricerca che, come suggerito da Carl Amery, muove da un contesto materiale, fa propria una prospettiva di analisi ed intervento necessariamente concreti e quindi, in ultima istanza, si può definire materialista, nel senso filosofico del termine; anzi, per meglio interpretare il suggerimento che da lo stesso Amery, si materialista, ma in prospettiva ecologica, ovvero “coerente”.

L’introduzione di un carattere di coerenza, contrapposto evidentemente ad un’incoerenza empirica dei presupposti che regolano il nostro agire quotidiano e che, di riflesso, condizionano le nostre modalità di organizzazione anche a livello politico ed economico, oltre che psicologico e culturale, è già di per sé un segno di contraddizione, ma non solo; come recita l’undicesima tesi sul materialismo ecologico dello stesso Carl Amery, “…il materialismo si è finora accontentato di trasformare il mondo; ora si tratta di conservarlo…” (C.Amery, “Undici tesi sul materialismo ecologico”, tratto da “L’urgenza ecologica”, Sergio Dellavalle), citando nella forma una celebre massima di Karl Marx che com’è noto diceva “…i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo, si tratta ora per noi di trasformarlo…” (K. Marx, “Tesi su Feurbach”). Sembrerebbe quindi di assistere, in prospettiva ecologica, ad un passo in avanti nell’analisi, e conseguentemente nell’azione, materialista del reale, e al di là delle doverose specificazioni in merito, il punto centrale è il contesto che porta a formulare questo tipo di analisi, che risulta evidentemente critico e radicale. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti: mai come ora è palese il raggiungimento di una criticità davvero sensibile che, inevitabilmente, coinvolge piani diversi ed è trasversale alle varie forme del vivere, a partire – in ottica materialista – da una vera e propria crisi globale dell’attuale sistema socioeconomico, avvelenato dalle iniezioni compulsive e di portata incalcolabile di capitale fittizio, e davanti al quale è dipinta come utopistica ed irrazionale una seria analisi politica che ne metta in discussione i presupposti. Gli effetti di tale situazione, non circoscrivibili alla sola crisi attuale ma identificabili, pur in forme differenti, nelle varie fasi di sviluppo del sistema, non sono ignoti e, da tempo, sono oggetto di un largo dibattito. I concetti di proprietà privata dei mezzi di produzione e libero mercato, fondamento empirico della corrente organizzazione politica ed economica, sono stati idealizzati ed innalzati a dogmi inviolabili, baluardi di democrazia e sviluppo; eppure, tali presupposti hanno avuto anch’essi uno sviluppo evolutivo peculiare nella storia dell’umanità, introducendo in modo tutt’altro che lineare ed esente da contraddizioni un modo differente di concepire le relazioni economiche tra gli uomini, spazzando via i rapporti feudali di produzione, scambio e organizzazione politica e donando un impulso considerevole allo sviluppo tecnologico, scientifico e politico. In tal senso, la massima citata di Amery acquisisce pieno significato: il materialismo incoerente, qui nella sua realizzazione pratica del sistema industriale – da inscrivere però necessariamente nel contesto politico di riferimento – ha effettivamente trasformato il mondo. E tuttavia, diventa indispensabile a questo punto valutarne le conseguenze.

Lungi dal voler muovere una critica ideologica al concetto di sviluppo, risulta però necessaria un’analisi critica che valuti, trasversalmente, gli effetti di tale trasformazione in tutte le manifestazioni della nostra vita quotidiana.

Assistiamo giorno dopo giorno ad una precarizzazione effettiva del vivere, caratterizzato mai come ora dall’incertezza nel pianificare il proprio futuro e dall’erosione costante dei diritti sociali e politici, attraverso un vero e proprio sfruttamento dell’uomo sull’uomo e alla cosiddetta estrazione di plusvalore, fondamento ultimo del perpetrarsi dell’ordinamento capitalista, coperti da una maschera ideologica che dipinge tale condizione come carica di tutte quelle caratteristiche di creatività e socialità che una vita improntata ad una “moderna flessibilità” reca con sé; come se la mercificazione del lavoro, la reificazione dei rapporti umani (quel feticismo delle merci per cui i rapporti tra persone si tramutano in rapporti tra cose), accompagnate dallo smantellamento compulsivo, nella sola ottica del profitto individuale, dei diritti sociali, siano collegate a quella frenesia che però è presentata come libera, emancipata, quasi artistica, tipica di quella modernità in cui la cifra costante del liberismo diviene sinonimo di libertà.

A livello macrostrutturale, viviamo si può dire in un’epoca di decadenza senile del capitalismo a livello internazionale – nell’epoca della globalizzazione non potrebbe essere altrimenti -, e i segni di tale decadenza sono tangibili: sappiamo che il capitalismo ha come tratto distintivo lo sviluppo esteso delle forze produttive, ma tale sviluppo ora si è inesorabilmente arrestato nei paesi a capitalismo avanzato – il mondo occidentale -, limitandosi a quelle economie emergenti, quali l’India e soprattutto la Cina, il cui ruolo nello sviluppo dell’economia è stato a lungo sottostimato dagli economisti, proprio perché si tratta di paesi assai esposti alle crisi; il solo pensare ad un’economia mondiale retta da tali paesi, avrebbe fatto tremare chiunque appena dieci anni fa, mentre ora paradossalmente è proprio in tali economie emergenti che si ripongono le maggiori speranze per salvare un sistema che già è avviato verso una vera e propria recessione. Tali vincoli economici portano naturalmente al sovrasfruttamento dei beni comuni, razionale per il singolo ma irrazionale per la società, che conduce inevitabilmente ad una relazione insostenibile tra l’individuo e il suo ambiente di riferimento, considerato come mero strumento piuttosto che come contesto vitale di co-evoluzione. In ultima analisi, due brevi riflessioni meritano di essere proposte, per poi essere citate e sviluppate nel corso di questa breve disamina: la prima a partire dalla celebre massima di Karl Marx e Friedrich Engels, secondo la quale: “…ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza…” (K.Marx, F.Engels, “L’ideologia Tedesca); si tratta in sostanza di un pilastro del pensiero materialista dialettico, che vede principalmente nella produzione e nelle relazioni materiali il polo dialettico ultimo – ma chiaramente non il solo – a cui fare riferimento nello sviluppo del proprio pensiero, delle proprie convinzioni e paradigmi, di ogni singola e personale filosofia, ovvero della propria vita; d’altronde, e la questione qui non è affatto morale bensì materiale, un’economia di libero mercato è anch’essa un contesto, e per di più un contesto che genera tensioni fortissime, che accentua quelle forme di individualismo – per nulla attinenti alla valorizzazione dell’individualità – ed egoismo sociali necessarie per il mantenimento dell’ordinamento stesso. Occorrerebbe chiedersi se un tale sistema sia compatibile con una fase centrale del vivere umano, che risulta sempre essere, trasversalmente ai variegati momenti dell’esistenza, il rapporto di co-evoluzione sostenibile con l’ambiente di riferimento, anche, necessariamente, a livello psicologico.

La seconda riflessione muove invece da una massima di Gregory Bateson, che tocca un punto focale d’analisi e suggerisce di avviarsi verso…:”…un’ecologia della mente…per evitare di affrontare nuove questioni con vecchi strumenti ed abitudini di pensiero…” (G.Bateson, tratto da W.Fornasa – M.Salomone, “Formazione e sostenibilità), ovvero l’appropriarsi di modelli d’analisi e ragionamento non lineari e capaci di dare una visione olistica che sappia cogliere la complessità, anche attraverso forme rivoluzionarie di pensiero e prassi.

Viene da sé che la necessità di adottare tali forme di ragionamento scaturisce dalla constatazione di una vera e propria disfunzione che ha carattere sistemico, di una frattura che mai come ora si riesce a toccare con mano, in sostanza dal raggiungimento effettivo di una vera e propria soglia, una demarcazione netta che inevitabilmente risulta diagonale ai vari ambiti del vivere; si tratta di una frattura che non ha soltanto, come nodo cruciale, lo sviluppo tecnologico o il progresso scientifico, quanto piuttosto i presupposti epistemologici, la conoscenza stessa, le condizioni di pensare noi stessi in un contesto vivente, in relazione dialettica. Ed è chiaro, richiamando le ultime riflessioni fatte, che la ricerca di un paradigma che sia necessariamente altro e che sia capace di “..riconnettere i sistemi viventi evolutivi ai loro con-testi che con essi co-evolvono…”, come ricorda Susan Oyama, non possa prescindere da un’analisi teorica volta però alla prassi, in riferimento al contesto, a quella “struttura” che in relazione dialettica con la “sovrastruttura” tratteggia i caratteri di organizzazione effettiva dell’uomo nella società, e nell’ambiente.

.Patologie dell’epistemologia e pensiero lineare – il Sistema-Mente e la Natura.

La posta in gioco è altissima e mai come ora la questione ecologica assume un ruolo dirimente, proprio perché, se è vero che in molti altri periodi storici l’uomo ha dovuto fronteggiare il superamento di limiti e il raggiungimento di soglie, solo ora diviene critico un nodo da sempre cruciale nella vita dell’umanità, ovvero l’evoluzione, o meglio co-evoluzione, in un con-testo. Non sarebbe quindi errato porre la questione in termini di autosuperamento, di esaurimento storico, di un paradigma di pensiero in cui predominanti risultano essere il meccanicismo, con i suoi risvolti analitici nella linearità del pensiero, e l’antropocentrismo. Siamo certi che un tale approccio, che pure è risultato funzionale nello sviluppo della scienza e del pensiero, sia in grado di fornire, alla luce dell’attuale stato dell’arte, una lettura completa di questa soglia e del limite raggiunto?

Come si diceva, sono proprio i presupposti epistemologici a vivere una crisi profonda, viziati da quello che è il principio di coerenza alle sole premesse, tipico di modalità di pensiero lineari, che perde di vista le conseguenze intrinseche alle premesse stesse operando sistematicamente per obiettivi pre-determinati e mai per co-adattamenti; manca cioè una visione sistemica del mondo, e tale mancanza non è ascrivibile alla mera tecnologia o al progresso, bensì alle modalità stesse di pensare noi stessi all’interno di un ambiente, in co-evoluzione reciproca. Si tratta in sostanza, come suggerisce Gregory Bateson, di vere e proprie patologie dell’epistemologia, ovvero di “…quelle errate premesse epistemologiche che si autoconfemano in virtù del rapporto addestrativo tipico delle società occidentali…” (G.Bateson, “Mente e Natura”); ma quale sarebbe il rapporto addestrativo che porta ad autoconfermare tali premesse? E soprattutto, da dove traggono origine tali patologie “batesoniane”?

Formalmente, le origini del pensiero lineare vanno ricercate nella “logica formale” sistematizzata da Aristotele, anche se è importante sottolineare come la capacità umana di pensare sia il frutto di un lento processo di evoluzione sociale; d’altronde già Locke nel XVII secolo ironicamente sosteneva che “…Dio non è stato così parsimonioso con gli uomini da farne puramente dei bipedi e lasciare ad Aristotele il compito di renderli razionali…” (J.Locke, citato da “La rivolta della ragione”, A.Woods e T.Grant) , mettendo in luce quella che può essere definita come facoltà primitiva dell’uomo di percepire la coerenza o meno delle idee. In tal senso, il processo di astrazione ricopre un ruolo centrale; tale processo è fondamentale nello sviluppo del pensiero umano, e risulta indispensabile proprio perché permette di cogliere solo gli aspetti sistemici dei fenomeni, tralasciandone i dettagli: risulta evidente l’importanza del pensiero astratto in vari ambiti del vivere, lo stesso sviluppo della mente (inteso come capacità di categorizzazione e selezione delle informazioni) e il linguaggio richiedono sensibili capacità astrattive, ed è altrettanto vero che senza astrazione risulti impossibile penetrare i fenomeni scavalcando i limiti imposti immediatamente dai sensi, attraverso una scomposizione oggettuale che porti alla comprensione del fenomeno come pura forma; Vladimir Lenin a tal proposito sosteneva che “…il pensiero, salendo dal concreto all’astratto, non si allontana – quando sia corretto (e Kant, come tutti i filosofi, parla del pensiero corretto)- dalla verità, ma si avvicina ad essa. L’astrazione della materia, della legge di natura, l’astrazione del valore, in breve, tutte le astrazioni scientifiche (corrette, serie, non assurde) rispecchiano la natura nel modo più profondo, fedele e compiuto. Dalla vivente intuizione al pensiero astratto e da questo alla prassi…” (V.Lenin, Opere Complete, Vol.38), ed è altrettanto vero, citando la costruttivista Margaret Donaldson, che tale processo è tutt’altro che immediato, poiché “…perfino i bambini in età prescolare sono spesso capaci di ragionare bene riguardo agli eventi delle storie che ascoltano. Tuttavia, quando andiamo oltre i limiti del senso comune, la differenza diventa drammatica. Il pensiero che supera questi confini, e pertanto non agisce più entro un contesto di eventi significativi che lo sostiene, viene spesso definito formale o astratto…” (M.Donaldson, “Making Sense”, tratto da “La Rivolta della Ragione”, A.Woods, T.Grant).

Vi è quindi un vero e proprio spostamento dal concreto all’astratto per favorire un processo di scomposizione ed analisi che risulti più accurato, e tuttavia in tale processo di scomposizione analitica si corre il rischio di dimenticare la relazione che intercorre tra le varie parti, privilegiandone un’analisi centrata sull’oggetto che risulti avulsa dal contesto relazionale; ovvero, si corre il rischio di dimenticare quel passaggio fondamentale che, oltre a considerare l’oggetto come sistema integrale di cui vanno necessariamente comprese le dinamiche interne, porta il processo di conoscenza ad un livello nuovamente concreto; d’altronde, se è vero, citando Bateson che “…la mappa non è il territorio …(…)…ma è pur sempre la miglior rappresentazione che ne abbiamo…” (G.Bateson, op.cit.), l’astrazione, processo fondamentale di conoscenza, ha un limite, che sta precisamente nel saper cogliere solo determinati fenomeni e non altri, e un compito fondamentale di chi voglia condurre una coerente analisi materialista è quello di saper ricondurre l’analisi astratta nell’alveo della realtà concreta, mentre carattere peculiare del pensiero idealista è proprio la contrapposizione artificiale tra il concetto astratto di un fenomeno, e il fenomeno stesso. Si tratta della medesima contrapposizione che sussiste tra “logica formale” e “dialettica”: il valore della prima non è messo in discussione, poiché è merito proprio della sistematizzazione della logica formale che il pensiero trova un riparo dalle insidie dell’incoerenza, ma tali astrazioni lineari sono sufficienti nella spiegazione del mondo reale in limiti molto ristretti, mentre risultano inadeguate nell’affrontare processi non lineari come il movimento, il cambiamento e la contraddizione; processi questi tipici di una natura che conosce la qualità così come la quantità, e su cui è importantissimo condurre un’analisi che mostri come, nel raggiungimento di un momento critico -di una frattura, di una soglia-, vi sia trasformazione dell’una nell’altra.

Aristotele affrontò nella sua opera sia la logica formale che la dialettica – nell’ “Organon” individua dieci categorie fondanti la “logica dialettica”, riprese successivamente negli scritti di Hegel – , comprendendo i ruoli e gli ambiti di entrambe le modalità d’analisi, eppure quest’ultima componente dei suoi studi sulla logica viene da anni sistematicamente sottostimata – basti pensare al positivismo logico o alla sterile analisi perpetrata dalla Chiesa nei confronti del filosofo greco, che tralasciò ogni riferimento alla logica dialettica trasformando il pensiero di Aristotele, come sostenne Hegel, nelle “ossa inanimate di uno scheletro” -; cardine della logica formale è il “sillogismo”, descritto efficacemente da A.A.Luce come “…una triade di proposizioni connesse, in una relazione tale per cui una di loro, chiamata conclusione, necessariamente deriva dalle altre due, dette premesse…” (A.A.Luce, “Logic”), per cui in virtù del metodo deduttivo, prevalente nella logica formale, la verità delle conclusioni deriva dal fatto che le conclusioni stesse debbano effettivamente derivare dalle premesse, e che tali premesse debbano essere coerenti; ma nella logica formale, il punto focale risiede nel trarre deduzioni “corrette” da premesse che possono essere, fattivamente, o vere o false, elevando pertanto la forma al di sopra del contenuto. Evidentemente, nella pratica risulta indispensabile dimostrare la verità e la validità delle premesse, ma tale disamina porta alla verifica circolare di nuove questioni, per cui ogni premessa, come suggerito da Hegel, dà origine di volta in volta a nuovi sillogismi, mostrando come la contraddizione più grande della logica formale risieda precisamente nei propri presupposti.

Le leggi fondanti la logica formale, ovvero il “Principio d’identità” (“A”=”A”), il “Principio di contraddizione” (“A” non è uguale a “non-A”) e il “Principio del terzo escluso” (“A” non è uguale a “B”), ovvero una sistematizzazione logica della coerenza nel sentire comune, sono state efficacemente analizzate da Hegel nella “Scienza della logica”, il quale ne mette in evidenza sia l’illusorietà nella concatenazione lineare dei ragionamenti – poiché la seconda e la terza legge di fatto sono riproposizioni in forma negativa della legge d’identità, chiave di volta effettiva della logica formale -, che il carattere intrinsecamente tautologico; d’altronde, si tratta di una riproposizione, in termini logici differenti, dei medesimi concetti già palesati nell’oggetto che si vuole definire, ricadendo nell’errore idealista della mera generalizzazione fine a sé stessa che non riesce né a spiegare la realtà del fenomeno, né ad indicarne le dinamiche relazionali.

La prova della staticità della logica formale è fornita dalla terza legge, il “Principio del terzo escluso”, per la quale ogni fenomeno debba essere o affermato, o negato, o “A” o “B” per l’appunto, e mai entrambi i momenti al contempo: Friedrich Engels sottolineava come “…la maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e persino necessaria in campi la cui estensione è più o meno vasta a seconda della natura dell’oggetto…(…)…tuttavia, ogni volta, prima o poi, va ad urtare contro un limite al di là del quale diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni insolubili, perché, attenendosi alle cose singole, dimentica il loro nesso; attenendosi al loro essere, dimentica il loro sorgere e tramontare; attenendosi al loro stato di quiete, dimentica il loro movimento. Perché stando davanti ai grandi alberi, dimentica la foresta…” (F.Engels, “Anti-Duhring”), mettendo in luce in modo chiaro i limiti del pensiero lineare in ambiti che trascendono il comune sentire e che hanno a che vedere con la disparità e la contraddizione evolutiva e co-evolutiva presenti in natura; il processo d’analisi dialettico, che, parafrasando una celebre massima di Leon Trotskij, si trova in relazione con la logica formale così come il cinema si relaziona alla fotografia, non elimina tutti i singoli fotogrammi che compongono la nostra vita, ma li combina in virtù delle leggi del movimento.

Tornando per un attimo a Bateson; una volta delineata la cornice epistemologica di riferimento, in un certo senso la rappresentazione del “rapporto addestrativo tipico delle società occidentali”, di cui sono stati rinvenuti i cardini nella linearità della logica formale, in che modo si articolano le patologie dell’epistemologia?

In “Verso un’ecologia della mente” e “Mente e Natura” ogni sistema cibernetico, ovvero ogni rete relazionale complessa – anelli collegati da una catena di processi causali non lineari – si configura come “mente”, ovvero come il “…sistema totale che elabora l’informazione e che completa il procedimento per tentativi ed errori…” (G.Bateson,Verso un’ecologia della mente), e tale sistema opera su differenze che non sono immanenti alle cose o ai fenomeni, bensì ai rapporti e alle relazioni tra di essi; riprendendo la massima citata che differenzia qualitativamente “mappa” e “territorio”, si può attribuire alla “mente” il carattere di “mappa”, mentre alla “realtà” quello di “territorio”, e in tale contesto la differenza rappresenta ciò che viene trasferito dal territorio alla mappa, attraverso un’attività selettiva e di codifica da parte della mente che produce, quindi, informazione; approccio questo non dissimile da quanto tracciato da C.G.Jung (e prima ancora da I.Kant nei “Septem sermones ad mortuos”) sulla relazione tra il mondo fisico del “pleroma”, che procede per forze ed urti, e quello mentale della “creatura”, che opera secondo differenze, per cui in tale contesto anche il nulla, in quanto differente dal “qualcosa”, diviene fonte di energia; e, punto cruciale, risulta impossibile scorporare, se non a livello puramente astratto, questi due livelli.

In Bateson quindi il concetto di mente non è limitato al livello psicologico intraindividuale – da qui la motivazione teorica alle premesse, in ogni caso necessarie in virtù dell’impostazione materialista e dialettica data all’analisi, ma ulteriormente avvalorate dai presupposti fondanti l’ecologia della mente -, ma coinvolge la società e l’ecosistema, entrambi delineati come “mente”; di più, l’ecosistema è la mente per eccellenza, una sorta di “Vasta Mente” di cui l’individuo rappresenta un sottosistema vero e proprio, in una prospettiva olistica e sistemica – nel senso letterale di “complessivo”, della concezione di un “tutto differente dalla somma delle parti”, e non direttamente attinente alla corrente di pensiero psicologica e psicoterapeutica – per cui la mente individuale, la psicologia classicamente intesa, è sottosistema del sistema biologico, di una “struttura che connette” e che ha le caratteristiche relazionali e reticolari di un sistema cibernetico.

In tale contesto, le patologie “batesoniane” dell’epistemologia si configurano quindi come vere e proprie forme culturali che traggono origine dalla frattura cruciale tra mente e corpo – tra pleroma e creatura – in una concezione dogmatica e dicotomica per cui ragione ed emozioni si scorporano l’una dalle altre, e lo stesso vale per l’individuo e la società e per l’umanità col proprio ambiente di riferimento.

Causa di questa “disfunzione” generata dall’incapacità di analizzare i fenomeni e le strutture nelle loro relazioni dialettiche ed evolutive, nel loro intreccio dinamico e co-adattativo, risiede nella sopravvalutazione della coscienza che, selezionando solo una minima parte di tutte le informazioni raccolte dalla mente, secondo criteri lineari ed antropocentrici, cade nel riduzionismo meccanicista e diviene finalità cosciente, incapace di strutturarsi in virtù del carattere sistemico e dinamico del vivere; nell’illusione di poter dominare un sistema di cui essa stessa è in realtà solo una parte, scivola nella semplificazione del mero raggiungimento del fine, attraverso un processo lineare che rifiuta la pianificazione di un “progetto” per abbracciare l’esecuzione di un “programma”. Bateson rinviene due conseguenze fondamentali derivanti da tali patologie, ovvero che “…quando si separa la mente dalla struttura cui è immanente, come un rapporto umano, la società umana, o l’ecosistema, si commette (…) un errore mortale di cui, a lungo andare, sicuramente si soffrirà…” e che “…quando si possiede una tecnica tanto sviluppata da poter agire (…) sulla base dei propri errori epistemologici e provocare disordine e distruzione nel mondo in cui viviamo, allora l’errore è mortale…” (G.Bateson, Mente e Natura), il che significa che se è vero che già da tempo, come già sottolineato, tali patologie epistemologiche caratterizzano l’agire umano nel proprio contesto, nella modernità si avvalgono di tecnologie che possono effettivamente arrecare danni mortali – si pensi all’elaborazione sia ideologica che scientifica di armi a scopo di genocidio, al colonialismo multimediale di un pensiero globalizzato e globalizzante che si articola su di una struttura socioeconomica anch’essa globalizzata, al depotenziamento culturale diagonale e generalizzato perpetrato attraverso una vera e propria espropriazione dei tempi di elaborazione individuali, sia in ambito sociale che emotivo ed identitario, e in ultima analisi alla decostruzione della propria ecologia vitale e dell’interazione eco-sistemica -; parafrasando Jean Piaget, si potrebbe asserire che “…l’uomo, consumando il mondo, consuma, prima di ogni altra cosa, sé stesso…”, fortificando così una visione di sviluppo e co-adattamento circolare e dialettica da contrapporre necessariamente al riduzionismo meccanicista e lineare che vizia ancora oggi, trasversalmente, gli ambiti del vivere.

D’altronde, la natura è il banco di prova ultimo di qualsivoglia elaborazione epistemologica, e in tal senso molteplici sono i segnali che indicano chiaramente come il nostro contesto di riferimento sia strutturato in modo complesso e non lineare; il dibattito sulla teoria dell’evoluzione biologica è un esempio lampante della frattura epistemologica che si consuma a livello di modalità di pensiero lineari. Darwin aveva una concezione dell’evoluzione gradualistica, per fasi ordinate e ad andamento costante, seguendo il motto di Linneo “…la natura non fa balzi…”, ovvero una prospettiva che nega la dialettica in virtù di un’ordinata concatenazione di momenti e fenomeni; Bateson, in quello che lui stesso ha definito come il capitolo più arduo di “Mente e Natura”, delinea una versione dell’evoluzione più complessa e complementare a quella a due fasi di Darwin, “…la prima costituita dalla generazione non finalizzata di diversità a livello genetico fra gli individui di una popolazione e la seconda dalla selezione di quelli dotati di caratteristiche fenotipiche più adatte alla sopravvivenza nell’ambiente dato, che vengono trasmesse alla loro progenie…” (Marcello Cini, da “Il Manifesto” del 13.05.2004). Nella prima fase Bateson aggiunge alla generazione casuale di mutazioni un momento di selezione interna, ovvero “epigenetica”, e allo stesso tempo a livello fenotipico individua la necessità di inserire una componente aleatoria che si articola in virtù della dialettica evolutiva tra individuo e ambiente; di fatto, i reperti fossili dimostrano la presenza di notevoli discontinuità accanto a tendenze di ampio respiro e lungo periodo, e la teoria dell’evoluzione esposta da Niles Eldredge e Stephen Jay Gould, detta dell’”equilibrio punteggiato”, mostra come non si possa parlare di incompletezza, bensì di stato reale dei fenomeni, che presentano brusche sterzate non lineari accanto a periodi di sviluppo graduale; ed evidenziando come tale processo, in ambito anche geologico, sia parallelo all’evoluzione della vita, che procede non in modo calmo e continuo, bensì per l’accumulazione di cambiamenti quantitativi che possono improvvisamente mutarsi in cambiamenti qualitativi, attraverso i processi di trasformazione rivoluzionaria. Georgij Plechanov a riguardo sosteneva che “…la filosofia idealistica tedesca si è opposta decisamente a questa caricatura (gradualistica) dell’idea di evoluzione. Hegel l’ha crudelmente derisa, dimostrando inconfutabilmente che, nella società umana, come nella natura, i balzi costituiscono un aspetto dell’evoluzione non meno essenziale delle impercettibili modificazioni quantitative :” Le modificazioni dell’essere – egli dice – non consistono soltanto nel passaggio da una quantità a un’altra quantità, ma anche nel passaggio dalla qualità alla quantità e viceversa; ciascun passaggio di quest’ultimo tipo costituisce una rottura della continuità e conferisce al fenomeno un nuovo aspetto, qualitativamente diverso dal precedente…”(Plechanov G., Opere scelte); l’equilibrio punteggiato quindi risulta consonante sia con il materialismo dialettico che con il paradigma della complessità a cui mirano le critiche batesoniane al meccanicismo lineare. Chiaramente, la teoria di Gould ed Eldredge non è in contraddizione con il darwinismo, ma lo arricchisce criticandone il punto debole e permettendo così il dispiegamento completo del suo potenziale impareggiabile nell’analisi dell’evoluzione naturale, spiegando che “…l’evoluzione per mezzo della selezione naturale non è altro che il lascito di questi ambienti in trasformazione mediante un meccanismo di preservazione differenziale degli organismi meglio concepiti per vivere in essi…” (S.J. Gould, “Questa idea della vita”), e in sostanza spiegando come la selezione naturale diriga il corso del cambiamento evoluzionistico, divenendo quindi, nelle parole di Lev Trotskij, il “trionfo più alto della dialettica nel campo della materia organica” (L.Trotskij, tratto da “La rivolta della ragione”, A.Woods e T.Grant); si tratta , e questo Bateson lo sapeva bene, di uno dei molti esempi in cui si integrano, o addirittura si sostituiscono, approcci lineari meramente strutturati su scienze esatte come la Fisica, con un approccio evolutivo non lineare. Ma non c’è solo questo. La teoria del caos, che muove da un rigetto del determinismo meccanicista e del riduzionismo semplificatore, indica come nell’analisi della natura, non tutti i fenomeni possano essere sistematizzati e concettualizzati matematicamente attraverso equazioni che, trasposte su un grafico, producano linee continue: in un esperimento condotto dal fisico Edward Lorenz sulle variazioni climatiche, basato su dodici variabili, tra cui relazioni non lineari, si scoprì che, attraverso leggere variazioni dei valori in sequenze successive, l’elaborazione virtuale del computer presentava differenze considerevoli sui modelli climatici attesi; un altro esempio analogo riguarda la caduta regolare delle gocce da un rubinetto non chiuso, che diviene irregolare al variare dell’apertura del rubinetto, attraverso un vero e proprio mutamento della quantità in qualità che mostra come un approccio classicamente lineare non sia in grado di fornire spiegazioni adeguate dell’evolversi dinamico e contraddittorio dei sistemi viventi. Ian Stewart a riguardo, nel suo “Dio gioca a dadi?”, afferma brillantemente che “…mi fa provare molto disagio quando sento le affermazioni dei cosmologi, convinti di aver compreso del tutto le origini dell’universo, eccezion fatta per il primo millisecondo circa del big bang. E quando vedo la sicumera con cui i politici ci assicurano che una buona dose di monetarismo sarà un bene per noi, tanto da considerare qualche milione di disoccupati alla stregua di un piccolo inconveniente trascurabile. L’ecologo matematico Robert May espresse opinioni simili nel 1976: ”Non solo nella ricerca, ma anche nel mondo quotidiano della politica e dell’economia, ce la caveremmo tutti meglio se più gente si rendesse conto che sistemi non lineari semplici non possiedono necessariamente proprietà dinamiche semplici”…”, in completo accordo con l’approccio materialista e dialettico per cui il focus d’indagine deve essere rivolto ai processi più che agli stati (“…ciò che può essere studiato non può che essere una relazione, mai una cosa…” direbbe Gregory Bateson), al divenire più che all’essere, in un contesto di indagine fatto di sistemi dinamici ed interrelati.

Nell’ambito della comunicazione umana, un esempio lampante di contraddittorietà non lineare, analizzata dallo stesso Bateson, si può rinvenire nel concetto di “doppio legame”, che rimanda implicitamente all’idea di un legame che risulti semplice e privo di contraddizioni, demandando alla psicopatologia l’analisi di modalità comunicative che esulino dalla mera concatenazione lineare; la critica dello stesso Bateson si articola proprio su questo punto, riconducendo nell’alveo della comunicazione tout court ogni processo comunicativo – pur riconoscendo la presenza del “doppio vincolo” nella schizofrenia -, in virtù del fatto che un legame “semplice” semplicemente non possa esistere in un ambito dinamico complesso come quello delle relazioni umane – a livello comunicativo e meta-comunicativo – anche, e soprattutto, sulla scorta del fatto che, adottando il livello logico meta-linguistico, ogni comunicazione non si estrinseca solo a livello di contenuto e di relazione, ma diviene un momento di richiesta e condivisione di quella che può essere definita come un’accettazione ed una costruzione arbitraria del legame che sussiste tra la “parola” e la “cosa” – …la mappa non è il territorio…-. In un sistema cibernetico, interconnesso e di carattere evolutivo, il procedere tutt’altro che lineare delle dinamiche evolutive dell’uomo fa si che, nel suo sviluppo, si debba necessariamente condividere e fare proprie sia le mappe che le punteggiature proposte – ed im-poste – dai genitori; tali comunicazioni adottano tratti di riflessività che si palesano nel rapporto tra messaggio del genitore e realtà proposte dai messaggi stessi, e “l’in-fante, cioè non parlante, diventerà fante, cioè parlante e quindi uomo” (Marco Bianciardi, dicembre ’08) solo legandosi a doppio filo a questa comunicazione riflessiva, attraverso l’uso del linguaggio stesso. I livelli di riflessività nella comunicazione umana risultano essere tutt’altro che semplici e probabilmente multipli, poiché la comunicazione crea una realtà, cornice di ogni singolo messaggio, necessariamente arbitraria, e proprio in virtù di tale arbitrarietà risulta vitale il legame con l’altro, che possa confermare quella mancanza di oggettività che, comunicando, si delinea naturalmente.

.Pensiero ecologizzato e dialettica evolutiva: un binomio sostenibile?

A questo punto risulta indispensabile procedere con il superamento dialettico di qualsivoglia impostazione lineare e semplificatrice per abbracciare cornici differenti, di stampo non lineare e reticolare, che sappiano dare risposte esaustive al reale, analizzabile solo superficialmente attraverso il riduzionismo meccanicista ed antropocentrico, e che di conseguenza sappiano far fronte all’autosuperamento del paradigma dominante attraverso l’elaborazione di epistemologie radicalmente differenti. Le forme di pensiero che ben si adatterebbero a tale scopo si articolano attraverso progetti di ampio respiro, di carattere co-evolutivo e di co-adattamento in un contesto, all’interno di sistemi reticolari – ovvero strutturati per relazioni ed interdipendenze reciproche – che, attraverso meccanismi di feedback positivo e negativo, siano auto-organizzati nonché organizzanti; una tale impostazione, di carattere adattativo ed evolutivo, operando appunto in virtù del paradigma della “complessità”, risulterebbe efficace nella presa di coscienza dei limiti e delle conseguenze, nonché delle differenze, ovvero le “…relazioni qualitative fra sistemi simili che, in un osservatore, assumono il significato di informazioni di e sul cambiamento di quelle relazioni e dei sistemi in relazione…” per raggiungere “…una sorta di villaggio globale delle compatibilità eco-organizzative…” (W.Fornasa, “Formazione e sostenibilità”); una concezione che rifiuti il concetto di equilibrio come intrinsecamente naturale e consideri gli ecosistemi, ma anche le organizzazioni umane (d’altronde, la critica al pensiero lineare mostra la dialettica – la logica della contraddizione – evolutiva come intimamente connessa allo sviluppo umano, oltre che biologico ed ecologico), come in perenne sviluppo non lineare, risulta anche in questo caso collegata al materialismo dialettico. Ogni elettrone possiede una qualità definita “spin intrinseco”, ovvero una forza di rotazione sul proprio asse che non può essere arrestata se non attraverso la distruzione dell’elettrone in quanto tale, e se tale forza aumenta d’intensità avviene un drastico cambiamento delle qualità dell’elettrone tale da verificare un cambiamento di natura qualitativa, che genera una particella di natura diversa. Il livello subatomico è lo specchio delle dinamiche evolutive non lineari e contraddittorie, in cui i neutroni si trasformano in protoni e viceversa, in un incessante compenetrazione degli opposti; la dialettica è in sostanza la “…scienza delle leggi generali del moto e dello sviluppo della natura, della società umana e del pensiero…” (F.Engels, Anti-Duhring), che si articola attraverso la legge della trasformazione reciproca della quantità in qualità, la legge dell’unità e compenetrazione degli opposti e, infine, la legge della negazione della negazione. Mentre la logica formale rigetta la contraddizione categorizzandola come fallacia epistemologica, la dialettica la accoglie rinvenendone l’importanza nello sviluppo generale dei fenomeni: l’essenza del pensiero dialettico non è semplicemente l’idea del movimento e del cambiamento, bensì l’intreccio di questi due fenomeni fondato sulla contraddizione, fondamento ultimo di vita e sviluppo.

Viene da sé che in una cornice differente, che sappia superare dialetticamente il determinismo meccanicista esauritosi per via dell’insostenibilità delle conseguenze che produce, si articola una forma di conoscenza che rifugge lo schematismo della mera iper-specializzazione per configurarsi come “…poli competenza in ambiti differenti…” (E.Morin, 2000), ovvero come flessibilità adattativa che permette di trarre la competenza di volta in volta da un humus di fenomeni interrelati e più vasti del problema specifico, e tale costruzione ecologica dei significati diviene necessariamente partecipata e responsabile, in una sorta di “epistemologia della com-partecipazione” che sappia realizzare un “linguaggio-in-comune” (W.Fornasa, 2007) attraverso l’istituzione di relazioni non coercitive. Si tratta della strutturazione di un sistema dinamico che, proprio in virtù del suo carattere reticolare, vede come vitale ogni componente attiva all’interno dell’intreccio -una sorta di sistema evolutivo-, poiché è solo attraverso l’accostamento delle differenze e delle variegate specificità, in una ricerca partecipata e partecipativa, nonché “collaborativa” (Desgagnè e coll. , 2001), che si riesce a ricomporre quella che potremmo definire come “relativa stabilità interpretativa” (W.Fornasa, op.cit.) nella visione del mondo, attraverso l’associazione responsabile degli attori in campo e tramite una metodologia che non scorpori la teoria dalla prassi – la mente dal corpo -. Passaggio che può essere letto anche alla luce della divisione del lavoro manuale da quello intellettuale che anche in ambito educativo mostra le proprie contraddizioni: “…considera le facoltà di ingegneria delle nostre università. Insegnano matematica e fisica, e così dovrebbe essere. Ma non insegnano agli studenti a fare le cose. Ci si può laureare in ingegneria meccanica senza aver mai usato un tornio o una fresa, che sono considerate solo roba da tecnici. Invece per la maggior parte di questi ultimi, matematica e fisica, oltre un livello elementare semplicemente non sono alla loro portata…” (M.Donaldson, “Making Sense”, tratto da “La Rivolta della Ragione”, A.Woods, T.Grant).

In questo senso la formazione non è più un processo meramente individuale, ma diviene costruzione collettiva, co-formazione potremmo dire, che ha caratteristiche sia relazionali che progettuali e mette l’individuo nella condizione di poter diventare protagonista attivo e partecipe del progetto – e non soltanto del mero programma – formativo; la distinzione è dirimente, poiché l’attuale modello prevalente nell’insegnamento, e specularmente nell’apprendimento, prevede l’esecuzione di programmi imposti dall’esterno, mentre in una forma di apprendimento per co-progettazione si verifica la compenetrazione e il confronto dei diversi punti di vista, attraverso una sintonia che ha una carattere di “simpatia”, nel senso letterale del termine. Non che l’agire per “progetti” e insieme per “programmi” sia contraddittorio, ma la peculiarità della co-formazione consiste precisamente nel carattere attivo di ogni individuo nel processo, tale per cui non si possa progettare sé stessi senza tenere in considerazioni i progetti altrui.

Mancano le competenze per poter pensare ed agire – “…questa parola è “agirpensando”, nel senso che non si può staccare il pensiero da ciò che si fa…” (W.Fornasa, 2007) – per progetti, attraverso una decostruzione di quella cultura valutativa che, nell’alveo di modalità di pensiero deterministiche, ignora lo sviluppo dei processi classificandoli come “non oggettivi”, ovvero non derivanti da premesse imposte dall’esterno, e soprattutto ne ignora il carattere evolutivo e dialettico che produce fenomeni non necessariamente presenti nelle premesse stesse, ma formatisi nel corso della co-evoluzione e dei co-adattamenti degli individui nei loro con-testi. La progettualità partecipativa non è quindi contemplata, soppiantata da quella valutatività che, nella ricerca estenuante di un’oggettività che non può verificarsi anche per via di condizioni strutturali e sovrastrutturali non sostenibili, si limita ad elargire mere etichette solo superficialmente valutative ed in ultima analisi meramente rinforzanti – in un’ottica di riduttivismo comportamentista che, pur potenzialmente valida, come la logica formale, in determinati contesti, risulta assolutamente inadatta per un’educazione che abbracci la co-progettazione -; ovvero quel sistema dei voti che inasprisce una competizione tutt’altro che progressista ed evolutiva e che, cosa ancora peggiore, si oppone ad una strutturazione lenta, progressiva e co-evolutiva di una personale rete concettuale. Come Piaget, il pedagogo sovietico Vygotskij, probabilmente in anticipo rispetto al proprio tempo, aveva compreso come l’attività in un contesto relazionale fosse il fulcro dell’apprendimento; infatti, “…Vygotskij dichiarava di usare un bambino più avanzato per insegnare ad un bambino rimasto indietro…(…)…(e) sosteneva che questo atto non presuppone un sacrificio da parte del bambino più avanzato; spiegando e aiutando altri bambini, anche lui poteva arrivare ad una comprensione molto più profonda del suo proprio sapere, su linee metacognitive. E insegnando un argomento, consolidava il proprio sapere…” (Sutherland, “Cognitive development today: Piaget and his critics).

Le competenze che mancano possono essere definite come “competenze evolutive”, ovvero le capacità di immaginare le condizioni del proprio futuro e quindi, nell’ottica di un’elaborazione teorica che sia volta alla prassi, di saper co-progettare ed operare per rendere possibili tali condizioni, attraverso un processo di co-costruzione che implica il soggetto in prima persona e che, di riflesso, sappia porre rimedio a quella patologia epistemologica per cui l’abitudine, la consuetudine e la tradizione “…pesano come un macigno…” (K.Marx) sulle menti degli uomini – in periodi sociali “normali” -, riuscendo ad “…uscire dalla tirannia dell’abitudine…(…)…(e) attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile…” (G.Bateson, 1984); ovvero, un vero e proprio stravolgimento di un paradigma che assurge a dogma inviolabile, ovvero quello dell’impossibilità per l’uomo di pensare il mondo e sé stesso in termini differenti da quelli esperiti quotidianamente.

A fianco delle competenze pratiche, emotive e cognitive – per quanto un’attenta analisi critica debba essere condotta sulla qualità di tali competenze, che si articolano su una struttura ben definita e tendono ad una stereotipizzazione meccanicistica; ma questo è il prodotto delle medesime patologie “batesoniane” già affrontate, che nella modernità si configurano nell’alveo di un sistema socioeconomico che produce forze ben precise – occorre accostare l’idea del riorientamento relazionale, reticolare e co-costruttivo delle competenze stesse, e tuttavia in tal senso si arriva alla contraddizione epistemologica tra un’ educazione ecologicamente sostenibile che porti alla flessibilità d’analisi e pratiche, oltre che alla partecipazione cosciente e all’assunzione di responsabilità, e la valutatività di carattere aprioristico che la metodologia dell’insegnamento mantiene come cardine imprescindibile dell’educazione. Contraddizioni che, come si diceva, hanno un carattere di riflessività intrinseco – paragonabile alla richiesta di una madre al proprio figlio, una volta tornata dal supermercato e carica di borse e pacchetti, di correrle incontro per abbracciarla – e che, nell’ambito dell’educazione, generano meccanismi piuttosto naturali ma che, pur nella loro ingenuità, non vengono adeguatamente analizzati.

Morin ammonirebbe sostenendo che una riforma del pensiero debba essere finalizzata ad ottenere “teste ben fatte” invece di “teste piene”, il che rimanda a quello che Gregory Bateson ha chiamato “deuteroapprendimento”, un apprendimento ad un “secondo livello” di complessità, un “apprendere ad apprendere, o “meta-apprendimento”, che si differenzia dal mero processo di apprendimento perché molto più interno al sistema vivente, e non collegato ad esigenze eminentemente esterne; ovvero, in ultima analisi, un focus ulteriore sulla necessità di tradurre “l’agire-con-pensiero” (W.Fornasa, op.cit.) in progettualità co-costruita, cosciente e partecipata attraverso una compenetrazione ed un confronto collettivi e autenticamente democratici.

La co-costruzione co-evolutiva non può quindi prescindere da un carattere di autorganizzazione, che sappia collocare il lavoro progettuale a livello di ogni personalissima elaborazione reticolare e, di conseguenza, nell’alveo dell’ identità personale, ma anche sociale – “…è il nostro progetto…”- ; non solo, deve possedere un’originalità evolutiva che permetta di avanzare nel percorso educativo rinvenendo, nell’ottica dell’ “agirpensando”, i collegamenti con i contesti in cui applicare le conoscenze acquisite, in un ottica che trascenda la valutatività dell’insegnamento – che non di rado scade nella comunicazione di schemi patologici per cui quello che conta “oggettivamente” è la competenza in sé, e non l’interiorizzazione dei processi – per abbracciare un effettivo arricchimento consapevole. Un processo di questo genere risulta essere necessariamente aperto, slegato dal formalismo precostituito e capace di risultare vivo nelle analisi e nelle elaborazioni teoriche e pratiche degli attori che com-partecipano al processo stesso – in un distanziamento dalla “…dea della ragione…” (Morin, 1988), ovvero da un modo di pensare solipsistico, chiuso ed autosufficiente -, capace di arricchire le reti concettuali di ciascuno, attraverso il rispetto dei tempi di elaborazione, produzione e riflessione di ognuno, nella piena sensibilità per i processi interattivi che naturalmente scaturiscono nel processo co-evolutivo dell’apprendere; ragionare in modo reticolare significa considerare la com-partecipazione in strutture paritarie che favoriscano un “linguaggio-in-comune” (W.Fornasa, 2007) – “…uno sguardo sulla complessità dell’organizzazione, accettando come risorsa l’interdipendenza di eventi, processi, punti di vista in gioco, come pure il loro ricostituirsi di continuo in reti relativamente stabili…” (W.Fornasa, “Macchine non banali”)-; un esempio paradigmatico, che rischia di semplificare l’analisi ma che parimenti risulta chiaro nel delineare una vera e propria disfunzione dell’apprendimento/insegnamento, è quello del brillante professore di lettere che punisce l’alunno con un voto mediocre, colpevole di aver dato un’interpretazione personale all’ “analisi sul significato di -Cigola la carrucola nel pozzo- di Eugenio Montale” e contrapponendo a tale analisi l’autorevolezza di un celebre critico letterario.

Ovvero, un coacervo di pratiche evolutivamente insostenibili – a livello di impatto pedagogico ma, soprattutto, di ecologia della mente e delle idee – che soffoca la riflessione personale nel suo sviluppo per collegamenti co-evolutivi in favore di un barricamento tout court dietro a dogmi precostituiti e preconcetti, fatti di conservatorismo anti-evolutivo, buono per lo più per una concezione di sterile sviluppo quantitativo che all’aleatorietà delle “teste ben fatte” preferisce l’oggettività delle “teste piene” (E.Morin); pur nel rispetto della valenza qualitativa dell’affermata critica letteraria e del valore evolutivo che avrebbe potuto avere se utilizzata in modo sostenibile.

E’ attraverso la com-partecipazione ai progetti che si sviluppano le “competenze evolutive”, attraverso la costruzione di un’ “abilità progettuale” (W.Fornasa, 2007) che muove dal processo dell’autorganizzazione, è sensibile alle pratiche di progettabilità rivolte al futuro, e fa proprio il “deuteroapprendere” come forma per scavalcare la pertinenza, ovvero in ultima analisi i problemi già noti, ed esplora le possibilità a-valutative dell’impertinenza come modalità anch’esse di com-partecipazione attiva.

Eppure, si ha un’evidenza imbarazzante di come tali processi siano ancora invischiati in concezioni deterministiche e lineari per cui predominante risulta ancora essere il mito della crescita quantitativa, nell’ambito delle valutazioni e delle abilità sempre più specializzate e specialistiche, in una scuola e in un’università perennemente in (contro) riforma che mirano ad un vero e proprio smantellamento della libera formazione in vista di un (già realizzato) “mercato della formazione”; d’altronde, ed è questo il punto cruciale, occorrerebbe porsi il problema di come sia possibile produrre una sostenibilità a livello sovrastrutturale senza interrogarci sull’altro polo dialettico, quella struttura che, solamente in ultima analisi, risulta essere determinante nella strutturazione dei rapporti sociali – “…le nostre idee giuridiche, filosofiche e religiose sono i prodotti più o meno lontani dei rapporti economici dominanti in una data società…(…)…del fatto che talvolta dai più giovani si attribuisca al lato economico più rilevanza di quanto convenga, siamo in parte responsabili sia Marx che io. Di fronte agli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano nell’azione reciproca…” (F.Engels, “l’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza” e “Lettere a Joseph Bloch, 1890”) -.

Il fatto che “…la trappola stia nel cieco persistere a concepire lo sviluppo come necessità del più adatto e quindi come diritto-dovere del più forte, e non invece come espressione possibile di ogni transizione evolutiva propria del vivente e delle sue relazioni di interdipendenza nei contesti materiali, immateriali e virtuali…” (W.Fornasa, op.cit.) non ha forse una radice, oltre che in un paradigma ormai insostenibile, nel sostrato socioeconomico su cui tale paradigma, dialetticamente, si articola, traendone la giustificazione a resistere/persistere?

.Quale futuro? Competenze evolutive, ecologia della mente e alternativa rivoluzionaria?

A questo punto può tornare utile riprendere un paio di passi citati nell’introduzione, e che ben esemplificano un approccio da co-costruire per affrontare, nell’ottica dell’acquisizione di “competenze evolutive” efficaci, un futuro che si prospetta davanti a noi come tutt’altro che roseo. La prima sostiene che “…non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza…” (K.Marx, F.Engels, “L’ideologia Tedesca”), mentre la seconda propone di avviarsi verso ”…un’ecologia della mente…per evitare di affrontare nuove questioni con vecchi strumenti ed abitudini di pensiero…” (G.Bateson, op.cit.); l’accostamento non è casuale, un po’ per via della conduzione di questa breve disamina che si è proposta di toccare i temi del limite e della soglia attraverso il paradigma della complessità e il materialismo dialettico, un po’ purché entrambe le massime suggeriscono una lettura del reale che risulta progressista. Parlare di “condizioni della vita che determinano la coscienza” significa rinvenire due momenti, in relazione dialettica, che caratterizzano le varie articolazioni del vivere umano: un momento “strutturale”, ovvero il sostrato economico di una determinata società, e quello “sovrastrutturale”, in cui si configurano tutte le varie costruzioni sociali ed individuali quali la cultura, la politica o la religione. I due momenti si influenzano a vicenda e non derivano meccanicamente l’uno dall’altro (questa sarebbe un’impostazione deterministica e non dialettica), ma in ultima analisi, il momento strutturale diviene determinante. Gregory Bateson a tal proposito, in “Mente e Natura” asserisce che “… nella teoria della storia, la filosofia marxista sostiene, seguendo Tolstoj, che i grandi uomini che sono stati i nuclei storici di profondi cambiamenti o invenzioni sociali erano in un certo senso marginali ai cambiamenti che hanno fatto precipitare…”, eppure questa sarebbe una visione sì materialista, ma rozzamente meccanicista e antidialettica, che nega il fattore soggettivo nello sviluppo della storia e lascia il primato al solo fattore economico, in un determinismo meccanicista che nulla ha a che vedere con il materialismo dialettico; tale approccio muove invece dal presupposto, per certi versi elementare, che siano gli uomini i veri artefici della propria storia, ma a differenza dell’impostazione idealista che considera gli uomini come assolutamente liberi, la prospettiva materialista e dialettica mostra come siano imposte delle limitazioni dalle condizioni materiali della società d’appartenenza; in sostanza, si può dire che gli individui non possano scegliere le condizioni effettive in cui nascere, perché si tratta di “dati di fatto”, così come non è nemmeno possibile che l’individuo possa imporre alla società la propria volontà, semplicemente in virtù del proprio carattere o della propria caratura morale o intellettuale – semmai, può illudersi di estraniarsi dalla società richiudendosi in un solipsismo autocratico, oppure in una sorta di misantropia anticomunicativa – . Non è quindi sensata una prospettiva d’analisi che veda la storia come il prodotto dei “grandi uomini”, così come non ha neppure senso la “teoria cospirativa” che vede nei processi rivoluzionari la mera impronta di agitatori che plasmano a piacimento la coscienza della popolazione; piuttosto, sulla scorta dell’analisi fatta, risulta corretto affrontare la questione nei termini di uno sviluppo dialettico tra un “fattore oggettivo”, ovvero le condizioni storiche, sociali, economiche e politiche, in un determinato tempo e un determinato luogo, ed un “fattore soggettivo” rappresentato dalla capacità umana di saper agire in quel determinato contesto.

Passiamo ora per un attimo alla seconda citazione di Bateson, che suggerisce di avviarsi verso una teoria della mente e delle idee, “… per evitare di affrontare nuove questioni con vecchi strumenti ed abitudini di pensiero…”; collegando questa massima alla prima, ne risulta che la frattura che si è consumata, e che influenza sensibilmente tutti gli ambiti della nostra vita, trasversalmente ai suoi vari momenti, deve essere affrontata attraverso un ri-orientamento ed una ri-organizzazione complessiva delle prospettive; impossibile immaginare, e di conseguenza pianificare un’azione concreta, per un futuro ed un’ecologia della mente sostenibili, all’interno dell’alveo del determinismo antropocentrico, insensibile alle conseguenze perché legato a doppio filo, anti-evolutivamente, alle sole premesse. Però, e non accettare questo passaggio porta alla generalizzazione fine a sé stessa tipica dell’idealismo filosofico – a quella “falsa coscienza” che scorpora le idee dal sostrato sul quale si articolano e diventano strumento universalmente valido di dominio; in un parallelismo piuttosto interessante con la frattura mente/corpo alla base delle patologie batesoniane -, tale antropocentrismo meccanicista è da mettere in relazione con le forze sociali e politiche generate dal sistema socioeconomico di riferimento. E tale sistema, il capitalismo, che pure ha avuto un ruolo dirimente nello sviluppo sia economico che sociopolitico dell’occidente – “…la borghesia ha avuto nella storia un ruolo sommamente rivoluzionario. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche…(…)…(e) non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali…” (K.Marx, F.Engels, “Manifesto del Partito Comunista”), im-pone tuttavia delle conseguenze che è dovere di chi voglia avvalersi di “competenze evolutive” adeguate tenere in debita considerazione. Nel medesimo testo, Marx ed Engels conducono diverse analisi di grande interesse; il “Manifesto” è introdotto dalla celeberrima “…la storia di ogni civiltà esistita fino a questo momento è storia di lotta di classi…(…)…lotta che ogni volta è finita o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la comune rovina delle classi in lotta…”, suggerendo quindi una chiave di lettura che, lungi dal voler imbrigliare la società in rigidi schemi meccanicisti, indica come, nei vari momenti storici, si siano articolati evolutivamente i “rapporti di forza” tra gruppi sociali da sempre, materialmente, in conflitto. Materialmente, perché qui non si parla di morale o temperamento, bensì di effettive disparità nella distribuzione di risorse e potere, che permangono fino ai giorni nostri e che caratterizzano la struttura sociale a tal punto da sembrare “naturali” – non è sufficiente portare ad esempio per l’inesistenza delle classi sociali la frammentazione in iper specialismi; se tale riflessione è dirimente nell’indicare come un paradigma insostenibile si ripercuota sul pensare noi stessi-con-l’ambiente, lo è altrettanto nell’attualizzare un’antica massima dell’Impero Romano, “Divide et Impera”, che mostra come la frammentazione sia un mezzo per marcare ancora più a fondo le condizioni opposte di gruppi di individui dagli interessi differenti, attraverso però la mistificazione ideologica per cui “frammentazione” significhi “integrazione” e “pace sociale” -; così come naturale è pensare ad una strutturazione economica basata sul libero mercato che, in linea teorica, lascia ai singoli la libertà di arricchirsi e demanda agli Stati il compito di salvaguardare gli interessi collettivi. Basterebbe, accademicamente, appellarsi alle motivazioni che spingono a parlare di soglia, limite,e frattura epistemologica per mettere in discussione senza troppa difficoltà quei presupposti, ma per onor di completezza, è sufficiente gettare uno sguardo nemmeno troppo particolareggiato sul reale, e al contempo su noi stessi, per verificare con mano le disparità e le iniquità insostenibili che, a livello locale e globale, sono cifra costante del vivere.

All’interno delle classi scolastiche, di fatto piccoli microcosmi sociali, la cultura della valutatività e l’espropriazione dei tempi individuali, la linearità delle progressioni didattiche e la frenesia dettata dai tempi imposti nei programmi ministeriali, sono anch’essi caratterizzati da un momento strutturale ed uno sovrastrutturale: strutturale, perché nel momento in cui l’istruzione, ovvero uno dei pilastri su cui si fonda la società, diviene merce di scambio in un mercato globalizzante e globalizzato, e in tale mercato non è conveniente investire per salvaguardare lo status quo, l’equilibrio di un sistema da tempo in dis-equilibrio, mancano i presupposti ultimi perché si generi sostenibilità nell’insegnamento. Sovrastrutturale, perché, come si è detto, i paradigmi che guidano l’agire nella società, così come nell’istruzione, sono viziati da modelli ormai saturi ed incapaci di fornire strumenti adeguati nell’analisi del reale – e tali presupposti non sono a sé stanti, scorporati dal reale, ma con-dizionano e sono con-dizionati dal momento strutturale -. Andando più a fondo, la classe scolastica diviene specchio microscopico di contraddizioni macroscopiche: la valutatività, lungi dall’essere uno strumento oggettivo che favorisce una buona didattica, è una semplificazione potenzialmente patogena che prepara un contesto in cui cifre costanti sono la competizione e l’individualismo, fondamento effettivo di un modello socioeconomico che, nella sua potenziale capacità storica di massiccia espansione produttiva, si fonda sulla prevaricazione altrui e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo – legittimando tuttavia tali tratti come fondamento di libertà -; la linearità e la frenesia divengono conseguenze di un’impostazione che è plasmata dalle necessità della società. Manca il tempo per strutturare e collegare, per organizzare e soprattutto co-progettare; i lavori di gruppo sperimentati (sempre più di rado) nelle scuole sono, per l’appunto, viziati da un contesto che non è concepito per accoglierli e per sfruttarne le enormi possibilità. E al di fuori delle aule, a livello macroscopico, nonostante una storia che ha condotto l’uomo ad un determinato livello di svilupppo, “…paradossalmente, gli uomini sono ancora controllati da forze cieche che sfuggono al loro controllo. La cosiddetta economia di mercato è basata sulla premessa che le persone non controllano la propria vita e i propri destini, ma sono pupazzi nelle mani di forze invisibili che, come gli dei dell’antichità, capricciosi ed insaziabili, governano tutto e tutto dispongono senza ragione coerente. Questi dei hanno sacerdoti che dedicano al vita al loro servizio. Essi popolano le banche e le borse, hanno rituali complicati, ma ne ricavano anche grossi profitti. Ma quando le divinità si arrabbiano i sacerdoti si fanno prendere dal panico, come un branco di bestie impaurite, e come essi privi di coscienza…” (Alan Woods, Ted Grant, “La rivolta della ragione”); ovvero, manca un dispiegamento ed una pianificazione cosciente e razionale delle forze organizzative dell’uomo, che sappia porre al centro del proprio sviluppo vitale, insieme ad un ambiente che fuoriesce da una condizione di mero strumento per divenire contesto co-evolutivo, quella progettazione e quella com-partecipazione che renda effettivamente gli uomini partecipi attivi della propria vita. Mario Salomone suggerisce che “la sfida sia anzitutto culturale” (“Formazione e Sostenibilità”); piuttosto, sarebbe forse più appropriato sostenere che la sfida sia “anche” culturale, perché in ultima analisi la sfida da condurre è contro i presupposti, e tali presupposti sono economici e politici, non culturali; l’articolazione di errati paradigmi culturali ha profonde radici in un sistema socioeconomico che ne garantisce la completa legittimità, non è assoluta ed astratta. L’insostenibilità delle pratiche a livello ambientale è spronata da un’economia di libero mercato che accetta “a parole” il concetto di sostenibilità, salvo poi seguire il proprio paradigma di ricerca del profitto ed estrazione del plusvalore, poiché “…se si accettano le regole del libero mercato allora ogni volta che la produzione biologica non è in grado di competere con forme alternative di investimento è razionalmente giustificabile utilizzare le risorse rinnovabili in modo non sostenibile…” (G.G.Marten, “Ecologia Umana”), innalzando, così come nella logica formale avviene per la forma rispetto al contenuto, il profitto al di sopra della razionalità, e rendendo utopistico il concetto di responsabilità sociale dell’impresa, che non ha tale ruolo né tale onere/onore, né dimostra di volerlo/poterlo avere. Non per nulla, se nell’antichità le crisi erano di sottoproduzione poiché si produceva per il consumo, le attuali crisi cicliche del capitalismo si configurano come di sovrapproduzione, naturali in un sistema in cui si consuma per produrre, in uno schema anarchico ed irrazionale per cui il mercato si eleva al di sopra delle necessità – in cui la mente si separa dal corpo -.

Nelle analisi di S. Latouche, “…Un capitalismo eco-sostenibile è (…) irrealistico sul piano pratico (…) dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo, (…) tuttavia l’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos…”(S.Latouche, citato da “www.marxismo.net”), ma su che basi si portano avanti tali proposte per nulla progressiste? La proposta in sé è contraddittoria, perché propone di uscire da uno schema, senza tuttavia uscirne, approdando così all’accogliente spiaggia della perenne riforma di un sistema che, in virtù delle proprie leggi intrinseche, non può essere migliorato oltre ad una certa soglia. Però il limite si è raggiunto, la frattura si è consumata. Potrebbe essere un’ottima occasione per diventare protagonisti – in un processo molecolare composto da molti piccoli fenomeni in reciproca relazione dialettica, e che ha tutti i tratti contraddittori e non-lineari di ogni processo di cambiamento – della “riappropriazione di sé” da una vera e propria “alienazione”, attraverso una rottura che faccia propri quella progettualità com-partecipativa e che riporti nell’alveo di una consonanza materiale, cognitiva ed emotiva l’uomo con l’ambiente – contesto di co-evoluzione e non mero strumento -, con gli altri uomini, e con sé stesso.

Ritornando alle premesse; potremmo dire che la citazione di Marx da parte di Amery sia azzeccatissima, perché traccia uno schema in cui si armonizzano interpretazione, trasformazione e conservazione, ovvero un’esemplificazione magistrale del punto più critico di questa breve analisi. Preferisco però per un attimo rifarmi a Marx, nella consapevolezza che il momento della trasformazione di cui parla Amery sia opera di un materialismo incoerente, intriso di meccanicismo lineare, e non invece di un materialismo dialettico che deve ancora “trasformare il mondo”, permettendone un attivo e partecipato cambiamento armonico e, soprattutto, un’adeguata conservazione.

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