Appunti su “Non-persone” di Alessandro Dal Lago

Luca Pierro - Flour Portraits

Luca Pierro – Flour Portraits

Pubblico alcuni appunti che mi sono serviti come traccia per una lezione di Pedagogia Interculturale su questo interessante testo di Alessandro Dal Lago.

1) Presentare “Non-persone” di Alessandro Dal Lago significa, crediamo, riflettere sul rapporto esistente tra i fenomeni migratori e il più ampio tessuto sociale, non in astratto o soltanto da un punto di vista culturale ma considerando la società come un insieme di rapporti sociali fondati, in ultima analisi, sul lavoro (quindi, considerando la società come fondata su determinati rapporti di produzione).

2) I temi toccati sono, infatti, diversi:

a. ruolo dei media e dell’informazione nel veicolare determinati contenuti e frame interpretativi;

b. escalation, dagli anni ’90, di una peculiare legislazione sull’immigrazione (Dal Lago parla, per ragioni temporali, del decreto Dini del 1995 – in particolare del provvedimento per cui uno straniero sospettato di turbare l’ordine pubblico o condannato per reati minori può essere allontanato dal paese senza ricorso – e della legge Turco-Napolitano del 1998, ma il discorso potrebbe essere esteso alla più recente Bossi-Fini e al Pacchetto Sicurezza) che, in maniera diversa, esprimono la volontà di controllare i flussi con manovre restrittive (fino ad arrivare, a partire dalla Turco-Napolitano, all’inserimento dei CPT);

c. la particolare attenzione posta sulla trasversalità del tema alla destra e al centro-sinistra non solo da un punto di vista politico, ma anche per comprendere in che modo i settori, sulla carta, più “progressisti” affrontano il tema dell’immigrazione e dell’intercultura, quindi anche del razzismo;

d. il tema del razzismo connesso a quello del nazionalismo, della rivendicazione di una “cittadinanza europea” e di un’identità nazionale o locale, come a far coincidere politica e territorio;

e. il tema dell’immigrazione veicolato come “invasione”;

f. infine, la questione culturale come un patrimonio nient’affatto apodittico, chiuso e dogmatico, ma come un corpus processuale, fluido e relazionale che va sempre posto in relazione con la più ampia struttura sociale.

3) Da qui, una chiave di lettura suggerita nel testo e che crediamo sia utile approfondire anche al di là dell’analisi di Dal Lago: non è possibile parlare di immigrazione separatamente dal tema del lavoro e della divisione internazionale del lavoro, quindi, anche, della globalizzazione (cioè dell’internazionalizzazione dei processi di produzione e di scambio in termini materiali e culturali).

4) Solo a partire da queste precisazioni è possibile ritrovare il nucleo centrale del testo, riassumibile nel tema della discriminazione “democratica entro una società tollerante”. Cosa si intende con discriminazione democratica? Il punto è questo: se è vero che forme di razzismo palesi, violente e xenofobe sono spesso presenti e rappresentano un problema (rispetto alle quali è necessario, crediamo, affrontare la questione da un punto di vista politico e organizzativo in termini di classe piuttosto che, superficialmente, di legalità), le forme di discriminazione più insidiose sono quelle sospinte da formazioni politiche che si definiscono più o meno progressiste e che, in nome della democrazia e della pubblica sicurezza, portano avanti politiche di controllo, discriminazione e privazione di diritti.

5) La doppiezza della legge Turco-Napolitano, varata dal centrosinistra, è in questo senso lampante: i diritti fondamentali della persona vengono, infatti, separati dai diritti civili (ad esempio, l’essere soggetti a provvedimenti di ordine pubblico, tra cui l’espulsione e la detenzione), aprendo alla possibilità di sottrarre alle garanzie giuridiche ordinarie gli stranieri non regolari e di consegnarli alla discrezione degli organi di polizia (i quali dovrebbero tutelarne i diritti fondamentali, quelli afferenti alla loro persona). Il punto è, quindi, che agli stranieri “regolari” viene concesso un mero “diritto all’esistenza”, mentre ai clandestini si applicano norme di ordine pubblico che, nella pratica, rappresentano veri e propri elementi di discriminazione.

Art. 2

(Diritti e doveri dello straniero)

(Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 2

legge 30 dicembre 1986, n. 943, art. 1)

 

1. Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.

2. Lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salvo che le convenzioni internazionali in vigore per l’Italia e il presente testo unico dispongano diversamente. Nei casi in cui il presente testo unico o le convenzioni internazionali prevedano la condizione di reciprocita’, essa e’ accertata secondo i criteri e le modalita’ previste dal regolamento di attuazione.

6) In più, sempre nella legge Turco Napolitano (come nel Decreto Dini) compare la restrizione della libertà personale per soggetti verso i quali non esista denuncia, ma di cui “si sappiano” notizie di una potenziale pericolosità sociale. La questione si fa chiaramente complessa, non solo per via del criterio preventivo, ma anche perché comportamenti potenzialmente pericolosi possono essere attribuiti sulla base di valutazioni più arbitrarie di quanto si creda. In questo modo un agente può chiedere a chiunque i documenti in qualsiasi momento, con la conseguenza che un immigrato possa essere fermato anche venti volte in una settimana. Qui sta la doppiezza di questo tipo di legislazione: nell’alimentare il “pericolo immigrazione” o le problematiche connesse all’”invasione”, promuove parallelamente una sorta di cultura antirazzista parlando di diversità e di intercultura.

7) Ma è possibile sostenere che questo tipo di legislazione rifletta un sentire comune e condiviso sulle migrazioni? Oppure i fattori in campo rendono la questione più complessa? Qui entra in campo il ruolo del lavoro (e, quindi, dell’economia) come fattore in ultima analisi decisivo per comprendere in che modo si possano connettere rappresentazioni sociali, informazione veicolata dai mass media e produzione di leggi specifiche: quindi, anche, la strutturazione di quella cornice interpretativa degli eventi che, qui, Dal Lago chiama (come vedremo) frame e che, in termini più ampi, Marx avrebbe definito ideologia. Vengono presi in esame diversi elementi che possano aiutare a comprendere meglio questo legame.

8) Un primo elemento è rappresentato dalla diffusione di un senso di ostilità per l’entrata di soggetti migranti all’interno di un presunto “nostro spazio legittimo”, con un atteggiamento di equiparazione dei migranti a nemici che avrebbero “preteso” di accedere a questi spazi. Non solo si fa una distinzione spaziale in termini di rigida demarcazione, con un correlato possesso territoriale apodittico e immodificabile regolato da leggi e norme frutto, a loro volta, di un patrimonio culturale considerato, anch’esso, come rigido e immutabile; quello che si fa, più in profondità, è operare una cesura ontologica fra un “noi” e un “loro” che, in realtà, non ha alcun fondamento reale (ma che ha un forte fondamento ideologico).

9) Sulla base di una rigida divisione fondata sullo Stato nazionale, viene diffusa un’idea (più o meno surrettiziamente) nazionalistica ove l’immigrazione è un’invasione e occorre, di conseguenza, difendere i confini nazionali. Ma questo atteggiamento, non nell’ottica di politiche esplicitamente xenofobe ma, come abbiamo visto, di impostazioni genericamente progressiste e democratiche, assume anch’esso una peculiare doppiezza, in linea con la distinzione (operata anche nella Turco-Napolitano) fra diritti inalienabili della persona e diritti civili. Tale doppiezza si manifesta nella durezza della legislazione e dei trattamenti e nella parallela accettazione di un certo afflusso di migranti per finalità economiche. Ma l’autore suggerisce un’ulteriore chiave di lettura: la distinzione fra “noi” e “loro” diventa funzionale per poter escludere i migranti (di cui pure viene tollerata, seppur tra diverse restrizioni, una quota d’ingresso) e indicarli come nemici. Questo ha un legame molto profondo con il lavoro: permette di avere forza lavoro disponibile ad accettare, come base di partenza, condizioni di lavoro più precarie, una forza lavoro facilmente ricattabile (nella Bossi-Fini, ad esempio, due fra le condizioni sostanziali per avere il rinnovo del permesso di soggiorno sono un contratto di lavoro e un alloggio di cui si fa garante il datore di lavoro) e grazie alla quale ricattare anche i lavoratori autoctoni. Cioè, il fenomeno del razzismo ha solo superficialmente un fondamento culturale: il suo fondamento reale è una base materiale, connessa inestricabilmente ai rapporti di produzione e che rinviene una soluzione concreta solo nell’unità di classe e nell’unità per ottenere, oltre alle illusorie distinzioni etniche e culturali, diritti e condizioni migliori e comuni.

10) Un secondo elemento è il modo vago in cui viene trattato il termine “clandestino” e, proprio in virtù di questa vaghezza, il suo uso strumentale a fini politici. D’altronde, in che termini si può definire la clandestinità come reato (così come definita esplicitamente nel Pacchetto Sicurezza del 2009, insieme al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina)? In termini penali, amministrativi, politici? In realtà quest’idea così generica non fa che alimentare l’idea dell’invasione e della difesa delle frontiere da presunti “nemici”, che non ha nessuna base culturale (la cultura è una costruzione processuale e relazionale, non apodittica e astratta), politica (da sempre l’uomo è migrato alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro) e pedagogica (perché la Pedagogia, come teoria e prassi della modificabilità umana, promuove in ottica interculturale l’incontro di valori, significati e abiti antropologici differenti per favorire la crescita dei soggetti e dei gruppi lungo il corso della propria vita).

11) In questo modo viene diffusa una paura dello straniero perlopiù fondata su elementi inesistenti (i presunti codici lasciati sui campanelli per indicare i migliori obiettivi per i furti ne sono un esempio), sino ad arrivare a una vera e propria patologizzazione dello straniero (sporcizia, malattia, maleducazione) e alla trasformazione delle vittime in colpevoli (se ci fosse più rigore contro i clandestini e i delinquenti immigrati, saremmo tutti più tolleranti).

12) Lo schema presentato dall’autore di riproduzione di questo “allarme per lo straniero” è suddiviso in sette passaggi:

a. Risorsa simbolica (gli stranieri sono una minaccia per i cittadini)

b. Definizioni soggettive di attori legittimi (abbiamo paura, ci minacciano)

c. Definizione oggettiva dei media (come risulta dagli attori, gli stranieri sono una minaccia)

d. Trasformazione della risorsa simbolica in frame dominante (è dimostrato che le cose stanno così e quindi le autorità devono agire)

e. Conferma soggettiva degli attori legittimi (non ne possiamo più, le autorità cosa fanno?)

f. Intervento del rappresentante politico legittimo (se il governo non interviene ci pensiamo noi)

g. Eventuali misure legislative, politiche e amministrative che sostengano il frame dominante

13) Attraverso questo tipo di circuito (che, grazie all’innesto di singole esperienze di presunte “vittime dell’immigrazione”, ha un grosso peso politico) la stampa può veicolare un determinato frame dominante e alimentare questo tipo di impostazione. In questo modo, sembra che i comportamenti ascritti ai migranti siano semplici dimostrazioni empiriche di un frame dominante a priori, che si sa già.

14) Un terzo elemento centrale nell’argomentazione di Dal Lago è il rapporto tra scienza e ideologia. Non è un tema nuovo: parte del dibattito epistemologico contemporaneo ha trattato il rapporto tra scienza e società ponendosi una domanda essenziale: la scienza può essere neutrale? Senza voler entrare qui nella questione (opinione di chi scrive è, infatti, che la scienza non sia affatto neutrale e che, anzi, abbia una profonda connessione con la struttura sociale di riferimento), è importante sottolineare come per l’autore l’utilizzo della scienza abbia un’importante funzione per avvalorare i processi persuasivi. Specialmente in un’economia di mercato (rispetto alla quale i soggetti non esercitano un controllo ma che ne subiscono gli effetti senza comprenderli: si pensi all’aura sacrale che ammanta la borsa e ai termini psicologistici con cui, nell’ambito della crisi economica, si parla di fiducia e ottimismo invece che di economia), l’uso di dati quantitativi può essere estremamente funzionale a veicolare meglio quel frame di cui abbiamo parlato. I punti qua sono, a livello pratico, due:

a. Gli scienziati possono, tendenzialmente, veicolare meglio quel frame

b. Lo possono fare parlando fuori dalla scienza, con argomentazioni da “senso comune”, rimanendo tuttavia entro l’alveo della scienza (mantenendo la pretesa di esprimersi scientificamente)

15) Alcune fra le retoriche sull’immigrazione più facilmente veicolabili entro questo frame dominante, che gli scienziati (anche gli scienziati sociali) contribuiscono ad alimentare, possiamo annoverare:

a. “i veri discriminati siamo noi occidentali”

b. “accettiamoli, ma solo se sono subordinati a noi”

c. “il razzismo è una questione naturale”

d. “l’immigrazione è la causa del razzismo”

e. “occorre selezionarli alla partenza”

16) Quello che qui interessa è sottolineare non solo come queste argomentazioni muovano di nuovo da una cesura ontologica fra un “noi” e un “loro” in termini territoriali e culturali, ma anche come si ribaltino i ruoli e come si applichi una logica “domestica” alla questione migratoria (“in casa mia ci sono le mie regole”). Il punto a ribalta completamente i termini della questione attribuendo ai migranti problemi sociali a loro non imputabili; il punto b applica la “logica domestica”, avallando la logica dello sfruttamento economico e del dominio (Dal Lago osserva come, da alcune ricerche, emerga come spesso la prostituzione di donne immigrate venga privilegiata anche per esercitare una forma di dominio); il punto c è un puro psicologismo reazionario che non tiene minimamente conto dello sviluppo sociale umano e, anzi, è funzionale alla difesa intransigente dello status quo; il punto d pretenderebbe di avanzare l’idea che siano i migranti ad essere impreparati a vivere in società molto diverse dalla propria, e che quindi il controllo dei flussi sia, quasi, una misura che li tuteli; infine, il punto e è talmente discriminatorio che non vale nemmeno la pena di essere commentato.

17) Perché, dunque, non-persone? La nonperson è un soggetto passibile di uscire, contro la propria volontà, dalla condizione di persona, perché privata dalla società delle caratteristiche salienti per essere considerata tale. Abbiamo visto come, ad esempio, ai clandestini venga garantita (sulla carta e fuori dalla legittimità giuridica standard) esclusivamente l’integrità corporea, mentre qualsiasi altro diritto civile viene loro negato.

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