Appunti sul rapporto fra marxismo e pedagogia

Joni Niemela - Aurora Borealis

Joni Niemela – Aurora Borealis

Pubblico pochi appunti sparsi sul rapporto fra marxismo e pedagogia, a partire da una domanda fondamentale: per comprendere se un rapporto di questo tipo è possibile, è sufficiente una disamina storiografica per capire dove, a partire dal lavoro di Marx e di Engels, si sono discussi temi educativi? Oppure una via feconda può essere un’indagine ampia sulle ricadute epistemologiche e politiche del marxismo, per cercare un principio pedagogico implicito nel materialismo storico? Senza alcuna pretesa di esaustività, riporto alcuni punti di riflessione a riguardo, corredati da citazioni significative tratte da opere classiche.

1)      Il marxismo – come teoria e prassi dell’emancipazione rivoluzionaria umana che condensa l’esperienza del

movimento operaio nei suoi percorsi non lineari di presa di coscienza – ha una componente pedagogica implicita? Il punto essenziale che affronta il testo di Manacorda “Marx e l’educazione” è precisamente questo, cioè la possibilità di ricondurre alla più ampia concezione materialistica della natura e della storia il rapporto fra marxismo e pedagogia.

2)      Se questo rapporto esiste, si determina per linee esterne – attraverso un confronto fra il marxismo e la teorizzazione pedagogica corrente in termini di tecniche e strategie – oppure per linee interne? Nel primo caso, uno dei più grandi meriti di Manacorda è stato precisamente lo studio attento e rigoroso delle modalità con cui esplicitare e sviluppare tale legame. Mentre, nel secondo, vale la pena di sottolineare come, se un confronto con le scienze dell’educazione è certamente possibile e doveroso, allo stesso tempo tale confronto possa essere reso possibile solo attraverso l’individuazione di un principio pedagogico implicito nel materialismo storico.

3)      Questo rapporto “a più livelli” si determina:

  1. In un’indagine sociologica sulle condizioni di vita dei lavoratori e sullo stato dell’istruzione;
  2. In una critica filosofica all’ideologia borghese (quindi anche alle ricadute pedagogiche a tutto tondo che questa reca con sé) e nella proposta di un modello filosofico a matrice materialistica (il materialismo storico-dialettico) di comprensione del reale;
  3. di conseguenza, in un’analisi economica e politica dello stato di cose presente per comprendere le determinanti fondamentali della società ed elaborare una concreta e coerente alternativa politica;
  4. infine, in una specifica e coerente scelta (seppur operata da Marx e da Engels in modo discontinuo anche se mai disorganicamente) di indicazioni pedagogiche.

4)      Per poter comprendere bene questo rapporto è importante chiarire il fondamento filosofico del marxismo. Infatti, se vogliamo individuare una componente pedagogica implicita nel marxismo è importante capire in che modo il materialismo storico affronta i temi epistemologici (diciamo: di teoria della conoscenza) classici del rapporto fra soggetto e oggetto, o tra la materia e la coscienza. Questo è pedagogicamente assai rilevante perché ci permette di capire in che modo, in Marx e nel pensiero marxista in generale (pur con le dovute differenze legate al momento storico e alla prospettiva politica di riferimento), vengano concepite le relazioni educative e la strutturazione dei contesti di apprendimento in chiave materialistica (storico-dialettica).

5)      Abbiamo accennato al fatto che la matrice filosofica del marxismo sia materialistica. Una volta sgombrato il campo dalle rappresentazioni quotidiane che si hanno su materialismo e idealismo, con materialismo intendiamo a) la concezione della realtà esterna all’uomo come dato concreto e oggettivo, b) il riconoscimento di tale realtà come unica fonte della conoscenza e, c) dell’uomo, come parte integrante di tale realtà (fisica e sociale) e con essa interagente. Il punto essenziale è: una prospettiva materialista non declassa in alcun modo la realtà fisica e sociale nei confronti del pensiero, qualificando anzi quest’ultimo come prodotto (complesso, dinamico e parte integrante del processo dialettico e co-evolutivo dell’uomo nel/con il mondo) della materia stessa.

6)      Quando parliamo di materialismo storico parliamo di una prima questione fondamentale: nella storia degli individui e dei gruppi, la produzione della vita materiale rappresenta per l’uomo la prima azione storica. Questo approccio mostra come materialismo e storia convergano: l’uomo infatti, attraverso il lavoro, produce i mezzi per la propria sussistenza (quelli che Marx chiama “forze produttive”) e le relazioni sociali che rappresentano il “contenitore” di cui tali mezzi sono il “contenuto” (quelli che Marx chiama “rapporti di produzione”). Lo sviluppo delle forze produttive e la strutturazione dei rapporti produttivi entro i quali garantire tale sviluppo sono il fondamento dello sviluppo sociale e, pertanto, storico. Tale sviluppo non è affatto graduale e “pacifico”, bensì non lineare e conflittuale (il conflitto fra classi dagli interessi contrapposti è un esempio di tale andamento non lineare della storia). Inoltre, l’uomo produce la propria vita nel lavoro e la vita altrui attraverso la procreazione. Tale aspetto, naturale e sociale al contempo, si fonda su un determinato modo di cooperazione fra gli uomini. Tale modo di cooperare rappresenta anch’esso una forza produttiva e connota lo sviluppo umano come irrimediabilmente sociale, ancorchè conflittuale.

 

Da L’ideologia tedesca” (Marx, Engels, 1845):

“Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre. Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell’esistenza fisica degli individui; anzi, esso è già un modo determinato dell’attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono”.

 

7)      La seconda questione essenziale riguarda il ruolo essenziale attribuito alla prassi. L’attività umana (intesa sia come lavoro che come attività pratico-critica) è attività umana oggettiva. Questo significa che l’uomo, agendo nel mondo, cambia sé stesso insieme al mondo e impara a conoscere il contesto in cui vive. Quindi, la conoscenza umana è frutto dell’interazione fra soggetto e oggetto attraverso la prassi, il che pone fine a ogni pretesa idealistica di separare le idee dal loro sostrato materiale. In questo senso possiamo dire che le idee siano un prodotto dello sviluppo sociale (quindi, storico) dell’uomo. Su questo torneremo fra poco.

 

Dalla “Dialettica della natura” (Engels, 1873-1886):

“Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, dicono gli studiosi di economia politica. Lo è, accanto alla natura, che offre al lavoro la materia greggia che esso trasforma in ricchezza. Ma il lavoro è ancora infinitamente più di ciò. E’ la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo”

 

8)      La terza questione essenziale riguarda il carattere intrinsecamente dialettico del materialismo storico. La storia della dialettica ha radici profonde nel pensiero dell’uomo e si è da sempre legata a una concezione dinamica della natura. Il merito di aver conferito (seppur in forma idealistica) alla dialettica un posto di primo piano nel pensiero moderno spetta a Hegel. Marx ed Engels colsero l’aspetto originale e rivoluzionario della dialettica, e a) posero la dialettica sulla base scientifica del proprio apparato epistemologico materialista, in modo tale che l’aspetto materialistico e quello dialettico risultassero coessenziali, b) demistificando inoltre il connotato idealistico che la dialettica manteneva all’interno dell’impianto hegeliano, svelandone pertanto il portato rivoluzionario. Come sostenuto da Trotskij, il pensiero dialettico si rapporta al pensiero comune come il cinema si rapporta alla fotografia (cioè: il discrimine è il movimento). Ciò che Marx ed Engels individuarono nella dialettica è a) la sua possibilità di indagare i fenomeni della natura e della storia in modo dinamico, cogliendone le contraddizioni, i rapporti co-evolutivi e lo sviluppo non lineare, e b) il suo portato rivoluzionario nel vedere il reale come problematico e transitorio, non come eterno.

9)      Chiarire questi tre punti essenziali significa chiarire in che modo il marxismo concepisce le relazioni dell’uomo con l’ambiente fisico e sociale, quindi il modo in cui l’uomo produce i propri mezzi di sussistenza, entra in relazioni specifiche con l’ambiente fisico e con gli altri (anche in relazioni educative più o meno coscienti e/o strutturate) e conosce il mondo. Questo è di importanza pedagogica decisiva.

10)  Nella tradizione filosofica materialista la teoria della conoscenza è sempre stata indicata, per sommi capi, come teoria del riflesso (o del rispecchiamento). Il termine di per sé può rischiare di semplificare eccessivamente cosa intendiamo per processo conoscitivo (riflettere significa, in fondo, mettere in evidenza l’oggetto conoscitivo come se fosse una semplice “copia”). Inoltre, questo approccio non mette abbastanza in evidenza la dimensione sociale delle teorie (sembra quasi che il soggetto possa conoscere un oggetto perché questo si riflette nel suo apparato percettivo e cognitivo, indipendentemente non solo dal suo ruolo attivo in questo processo ma anche dalle sollecitazioni del contesto sociale in cui è inserito). Tuttavia, la teoria del riflesso accentua il dato di passività della conoscenza per cui la realtà esterna è indipendente dal soggetto: accentua, cioè, il portato genuinamente materialistico dell’epistemologia a cui fa riferimento Marx. Però, come Marx aveva spiegato sin dalle Tesi su Feuerbach del ’45, questo aspetto è essenziale ma insufficiente.

 

Dalle “Tesi su Feuerbach” (Marx, 1845):

“La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è una questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica” (Tesi II)

“La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l’ambiente e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen). La coincidenza nel variare dell’ambiente e dell’attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria” (Tesi III)

“Tutta la via sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi” (Tesi VIII)

“I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo” (Tesi XI)

 

11)  In questo senso possiamo capire meglio che significato ha la prassi in ambito marxista (in genere, e anche in pedagogia): la prassi umana deve necessariamente confrontarsi con il contesto materiale in cui si produce, cioè con i vincoli della realtà sia fisica che sociale. Una piccola premessa: a livello evolutivo, in generale, la materia organica può conoscere, seppur a livelli di complessità differente. Tuttavia un discrimine decisivo, che ci permette di sostenere che l’uomo sia un salto qualitativo rivoluzionario rispetto alla materia organica, è dovuto al fatto che l’uomo aggiunge un lato attivo alla conoscenza che manca al resto della materia organica. Per capire questa differenza qualitativa dobbiamo rifarci alla metafora marxiana dell’ape e dell’architetto. La differenza qualitativa tra l’ape migliore e l’architetto peggiore risiede nel fatto che l’architetto riesce a rappresentarsi il risultato del proprio lavoro: riesce, cioè, a pianificare. All’elemento di riflessione passiva della realtà, comune all’ape e all’architetto, l’uomo aggiunge la riproduzione di quella realtà esterna in teorie che gli permettano di agire nel mondo attraverso un piano idealmente prestabilito. L’ape non conosce le leggi fisiche necessarie per la costruzione delle cellette di cera, ma le riflette nel suo rapporto con l’ambiente; l’uomo, attraverso il lavoro (cioè la prassi sociale), riesce a conoscere quelle leggi, a formularle in teorie e a utilizzarle riproducendole nella realtà (per modificarla). Il lavoro ha quindi una duplice valenza: momento evolutivo che determina un salto qualitativo della materia e strumento di conoscenza della realtà dialetticamente legata alla sua trasformazione. Possiamo definire, da un punto di vista marxista, coscienza questo passaggio qualitativo fra riflessione e riproduzione, cioè fra momento “passivo” e momento “attivo” della conoscenza. Da un punto di vista marxista, il salto evolutivo in questione rappresenta il passaggio dalla “materia organica” alla “materia cosciente”.

 

Da “L’ideologia tedesca” (Marx, Engels, 1845):

“Fin dall’inizio lo «spirito» porta in sé la maledizione di essere «infetto» della materia, che si presenta qui sotto forma di strati d’aria agitati, di suoni, e insomma di linguaggio. Il linguaggio è antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche per altri uomini e che dunque è la sola esistente anche per me stesso, e il linguaggio, come la coscienza, sorge soltanto dal bisogno, dalla necessità di rapporti con altri uomini. (…) La coscienza è dunque fin dall’inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono uomini”.

 

Da “La dialettica della natura” (Engels, 1873-1886):

“L’aquila vede molto più lontano dell’uomo, ma l’occhio dell’uomo scorge molto di più nelle cose che non quello dell’aquila. Il cane ha narici assai più penetranti dell’uomo, ma non distingue fra di loro la centesima parte degli odori che per l’uomo sono ben determinati indici di cose differenti. E il tatto, che nella scimmia esiste solo al suo più grezzo stato iniziale, si è andato formando solo con la formazione della mano umana, attraverso il lavoro. Lo sviluppo del cervello e dei sensi al suo servizio, della coscienza che si andava facendo vieppiù chiara, della capacità di astrarre e di ragionare, esercitò di rimando la sua influenza sul lavoro e sul linguaggio, dando ad entrambi un nuovo impulso ad un ulteriore sviluppo”

 

Da “Pensiero e Linguaggio” (Vygotskij, 1934):

“Marx si basa su questa definizione quando parla degli strumenti di lavoro e indica che l’uomo utilizza le proprietà meccaniche, fisiche, chimiche delle cose, per farle operare come mezzi per esercitare il suo potere su altre cose conformemente al suo scopo. Con lo stesso diritto noi pensiamo che bisogna ricondurre all’attività di mediazione anche l’uso dei segni, che sostanzialmente consiste nell’influenza che l’uomo esercita sul comportamento attraverso i segni, e cioè gli stimoli, facendoli agire in modo conforme alla loro natura psicologica. Nell’uno e nell’altro caso la funzione di mediazione balza in prima linea”

 

12)  Riassumendo: la teoria della conoscenza implicita nel materialismo storico è a base co-evolutiva (quindi, dialettica) e si fonda sulla prassi come modalità di contatto dell’uomo con la natura per a) produrre i propri mezzi di sussistenza, b) strutturare, con essi, rapporti specifici fra gli uomini che sono da esso indipendenti e, c), conoscere il mondo per, poi, modificarlo.

13)  Quale metodo è sotteso all’analisi marxiana, sia quando parliamo di economia politica che quando avanziamo un’analisi più specificatamente filosofica? Si tratta di un metodo di astrazione. Coerentemente con i presupposti materialistici di cui abbiamo parlato, l’astrazione in questione cessa di essere un momento speculativo e teoretico per ancorarsi saldamente al reale e alla prassi. Come? Attraverso il suo carattere determinato, per cui, attraverso un circuito (dai notevoli risvolti pedagogici) prassi-teoria-prassi, l’uomo agisce nel mondo (per farne esperienza), astrae i dati apparentemente semplici della realtà per scomporli nelle loro diverse determinazioni (quindi, per mettere in atto un processo di conoscenza) e li riconduce nella realtà sia per avere una maggiore conoscenza dell’oggetto esperito (che non sarà più lo stesso dopo il processo di astrazione) che per modificare la realtà stessa anche grazie alle nuove conoscenze ottenute (che possono essere, anche, teorie scientifiche). Questo metodo, esplicitato da Marx nell’Introduzione del ’57 a “Per la critica dell’economia politica”, è definito “metodo delle astrazioni determinate”, ma il punto essenziale è comprendere come, anche senza tale esplicitazione formale (epistemologica e di metodo), quella fosse la logica sottesa all’opera marxiana nel suo complesso.

 

Dall’Introduzione del ’57 a “Per la critica dell’economia politica” (Marx, 1857):

“Se esaminiamo dal punto di vista politico-economico un Paese dato, cominciamo con la sua popolazione, la sua divisione in classi, la città, la campagna, il mare, i differenti rami della produzione, l’export-import, la produzione e il consumo annuali, i prezzi delle merci, ecc. Sembra corretto cominciare con il reale e concreto, con il presupposto effettivo e, dunque, nell’economia, per es., con la popolazione, che è il fondamento e il soggetto dell’intera attività produttiva sociale. Ma, ad una considerazione più attenta, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione se, per es., trascuro le classi, di cui consiste. Queste classi, a loro volta, sono una vuota espressione, se non conosco gli elementi su cui si basano. Per es., lavoro salariato, capitale, ecc. Questi sottendono scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Capitale, ad es., senza lavoro salariato è nulla,[ed anche è nulla] senza valore, denaro, prezzo, ecc. Se, dunque, cominciassi con la popolazione, comincerei con una rappresentazione caotica del tutto e, mediante un’ulteriore determinazione, dovrei pervenire analiticamente a concetti sempre più semplici; dal concreto rappresentato (vorgestelltes Konkretum) ad astrazioni sempre più fini, finché non fossi arrivato alle determinazioni più semplici. Da quel punto, il percorso sarebbe da ricominciare all’indietro, finché non ritornassi alla popolazione, ma questa volta non come la rappresentazione caotica di un Tutto, ma sì piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti (Beziehung). La prima via è quella che, storicamente, l’economia ha preso al suo nascere”.

 

14)  Quindi, il lavoro ha una natura duplice (come prassi sociale e come strumento di conoscenza), ma tale natura deve essere sempre rapportata ai rapporti di produzione vigenti (cioè: il lavoro non è entità astratta ma è sempre storicizzato). Nel capitalismo vigono rapporti di subordinazione orientati al profitto privato, all’estrazione di plusvalore (ecco perché l’interesse di Marx ed Engels si è sempre rivolto non solo alla filosofia, ma anche all’economia: in modo tale da cogliere le modalità in cui l’uomo produce la propria vita materiale e quali contraddizioni recano queste modalità). Proprio nell’individuazione dell’estrazione del plusvalore (cioè dell’ottenimento del profitto da ore di lavoro non pagate) e nella separazione della produzione dalla progettualità produttiva (cioè nel livello di divisione del lavoro raggiunto nel capitalismo e, in ultima analisi, nella divisione della società in classi), viene individuata anche l’alienazione insita nel lavoro entro il capitalismo. Vi è alienazione della cosa (del prodotto, che è estraneo al produttore e ha dominio su di lui), della produzione (del processo, in cui manca pianificazione, così come manca pianificazione nel mercato), dell’uomo al genere umano (uomo da partecipe di questo genere a semplice strumento per la riproduzione della vita individuale) e dell’uomo dall’uomo (il lavoro dell’uomo appartiene a un altro uomo). In pedagogia questo apre al problema delle deviazioni economicistiche (“mettere la persona giusta al posto giusto”) ma, soprattutto, alla questione della consapevolezza di tutto il processo e non solo di singoli programmi imposti dall’esterno.

 

Dai “Manoscritti economico-filosofici” (Marx, 1844):

“(…) il lavoro estraniato, degradando a mezzo l’attività autonoma, l’attività libera, fa della vita dell’uomo come essere appartenente ad una specie un mezzo della sua esistenza fisica. Per opera dell’alienazione, la coscienza, che l’uomo ha della sua specie, si trasforma quindi in ciò che la sua vita di essere che appartiene ad una specie diventa per lui un mezzo.Il lavoro alienato fa dunque:

a) dell’essere dell’uomo, come essere appartenente ad una specie, tanto della natura quanto della sua specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna, quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano.

b) Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’ estraniazione dell’uomo dall’uomo. Se l’uomo si contrappone a se stesso, l’altro uomo si contrappone a lui. Quello che vale del rapporto dell’uomo col suo lavoro, col prodotto del suo lavoro e con se stesso, vale del rapporto dell’uomo con l’altro uomo, ed altresì col lavoro e con l’oggetto del lavoro dell’altro uomo.

In generale, la proposizione che all’uomo è reso estraneo il suo essere in quanto appartenente a una specie, significa che un uomo è reso estraneo all’altro uomo, e altresì che ciascuno di essi è reso estraneo all’essere dell’uomo. L’estraniazione dell’uomo, in generale ogni rapporto in cui l’uomo è con se stesso, si attua e si esprime soltanto nel rapporto in cui l’uomo è con l’altro uomo. Dunque nel rapporto del lavoro estraniato ogni uomo considera gli altri secondo il criterio e il rapporto in cui egli stesso si trova come lavoratore”

 

15)  Il punto decisivo inerente al lavoro è però un altro: quando Marx avanza la prospettiva pedagogica di unire istruzione e lavoro non allude né a) a risvolti meramente professionali, né b) a funzioni didattiche e di verifica, né c) a fini morali e di rispetto generale per il lavoratore. Tutti questi elementi sono presenti nel suo impianto teorico ma, in quanto tali, sono insufficienti. Il punto essenziale è capire non tanto l’unità fra scuola e fabbrica (necessariamente parziale), ma tra educazione/istruzione e produzione per recuperare a) l’unità fra teoria e prassi, scissa nel capitalismo, che si determina nella riunificazione a vari livelli di scienza e produzione, per b) socializzare l’azione armonica, pianificata e sostenibile dell’uomo sulla natura.

16)  Da qui nasce la questione dell’uomo onnilaterale. L’onnilateralità non è semplicemente un richiamo a una formazione interdisciplinare o multidimensionale: facendo perno sulla sintesi fra teoria e prassi – tra processi e pratiche di istruzione/educazione e teorie/pratiche di lavoro – e sull’abolizione della divisione del lavoro, l’uomo onnilaterale di cui parla Marx è, da un lato, consapevole del fatto che i processi di riproduzione sociale si riverberino dialetticamente nei contesti formativi e, dall’altro, cosciente della necessità di trasformare la società per controllarne democraticamente e razionalmente lo sviluppo. Quindi, si determina un legame stringente tra educazione e rivoluzione, cioè tra formazione umana lungo il corso della vita e trasformazione sociale. In altre parole: attraverso la prospettiva dell’onnilateralità si recupera non solo una formazione umana complessiva che tenga insieme formazione intellettuale, fisica e politecnica, ma, soprattutto, una partecipazione cosciente del soggetto alle determinanti economiche della società (da qui il raccordo tra istruzione e produzione), ove la pianificazione cosciente e democratica delle risorse si accompagni, evolutivamente, a un’ulteriore livello di co-evoluzione anche sul piano fisico-biologico (cioè da materia solo oggettivamente cosciente, in virtù dell’evoluzione biologica, a materia soggettivamente cosciente).

 

Dai “Manoscritti economico-filosofici” (Marx, 1844):

“Come la proprietà privata è soltanto l’espressione sensibile del fatto che l’uomo diventa nello stesso tempo oggettivo per sé ed anzi si riduce insieme ad essere un oggetto estraneo e inumano, che le sue manifestazioni di vita sono l’alienazione della sua vita, che il suo realizzarsi è il suo annientarsi, è una realtà estranea; così la soppressione positiva della proprietà privata, cioè l’appropriazione sensibile dell’essere e della vita dell’uomo, dell’uomo oggettivo, delle opere umane per l’uomo e mediante l’uomo, deve intendersi non soltanto nel senso del godimento immediato, unilaterale, non solo nel senso del possesso, nel senso dell’avere qualche cosa. L’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in maniera onnilaterale, e quindi come uomo totale. Tutti i rapporti umani che l’uomo ha col mondo, vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare, in breve tutti gli organi che costituiscono la sua individualità, così come gli organi che sono immediatamente nella loro forma organi comuni, sono nel loro comportamento oggettivo o nel loro comportamento di fronte all’oggetto, l’appropriazione di questo stesso oggetto. L’appropriazione della realtà umana, il comportamento di questa di fronte all’oggetto è l’attuazione della realtà umana: l’agire e anche il patire umano, dato che il patire, umanamente inteso, è un godimento proprio dell’uomo”

 

Da “Il Capitale” (Marx, 1867):

“Dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Roberto Owen, è nato il germe della educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo”

 

Dalla “Critica al programma di Gotha” (Marx, 1875):

“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: «Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»”

 

Da “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” (Lenin, 1920):

“(…) si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto”

 

Da “Il programma si transizione” (Trotskij, 1938):

“L’elaborazione di un piano economico, per elementare che sia, dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e non di quelli degli sfruttatori, è inconcepibile senza controllo operaio, senza che gli operai possano individuare tutte le molle visibili o nascoste dell’economia capitalista. I comitati delle varie aziende devono eleggere, in speciali conferenze, comitati di trust, infine di tutta l’industria nazionale. Così il controllo operaio diverrà la scuola dell’economia pianificata. Con l’esperienza del controllo operaio il proletariato si preparerà a dirigere direttamente l’industria nazionalizzata quando sarà giunto il momento”

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