Appunti sul materialismo – seconda parte

Fly - Stan Ng

Fly – Stan Ng

Pubblico la seconda parte di una serie di quattro brevi relazioni di approfondimento sul materialismo. Si tratta del completamento dei primi appunti, a cui si rimanda per uno sguardo d’insieme (per quanto sintetico e frammentario): https://dialecticaloutlook.wordpress.com/2013/04/01/appunti-sul-materialismo-1/

Perché discutiamo di marxismo e teoria della conoscenza? Cioè, qual è il portato pratico di una discussione sulle modalità con cui l’uomo conosce la realtà in cui vive e agisce?

Le fondamenta di una discussione di questo tipo vanno ricercate nella prima relazione di questo ciclo, ovvero nei fondamenti del materialismo e nelle sue decisive conseguenze politiche. La lotta politica ha sempre avuto come terreno collaterale e ad essa collegato la lotta per le idee, ma non solo per una questione di egemonia culturale su un piano di scontro ideologico. Determinate scelte politiche derivano, in ultima istanza, da determinati presupposti teorici che non attengono solo alle prospettive economico-sociali, ma anche ai presupposti epistemologici da cui partiamo per affrontare i problemi.

Muovere da presupposti epistemologici significa attribuire al nostro modo di conoscere un connotato scientifico: significa che, come nella natura, così nella storia e nella società può darsi una conoscenza scientifica dei fenomeni. Possiamo spiegarci quanto avviene nella società comprendendone le determinanti di fondo per stilare determinate prospettive da vagliare, poi, sul banco pratico della storia. Ma riflettiamo su questo: il procedimento appena esposto attiene già, di per sé, a un processo di conoscenza del mondo che vede l’uomo implicato in una dinamica di prassi-teoria-prassi (azione come modalità di esistere dell’uomo nel mondo e nei suoi contesti fisici, sociali e culturali – processo coessenziale di conoscenza dello stesso – traduzione di tale conoscenza in azione sul mondo con il duplice scopo di vagliare, trasformare e, di nuovo, conoscere).

Come da prima relazione, questo rimanda al metodo delle astrazioni determinate, logico-storiche.

Nella prima relazione abbiamo detto che le caratteristiche del materialismo filosofico sono sintetizzabili in a) la concezione della realtà esterna all’uomo come dato concreto e oggettivo, b) il riconoscimento di tale realtà come unica fonte della conoscenza e, c) dell’uomo, come parte integrante di tale realtà (fisica e sociale) e con essa interagente. Questo ci conduce ad alcune riflessioni.

La prima: noi connotiamo la realtà come dato concreto e oggettivo (indipendente dal soggetto conoscente) e come unica fonte della conoscenza (se conosciamo le proprietà dell’oggetto, conosciamo l’oggetto). Ovviamente questo non significa che la nostra conoscenza dell’oggetto conosciuto non possa essere imprecisa, fuorviante o perfettibile. La conoscenza che noi abbiamo del mondo è, infatti, provvisoria, e dipende da numerosi fattori soggettivi e oggettivi. Questo, tuttavia, nulla toglie al fatto che quella conoscenza abbia un fondamento oggettivo e necessario.

La seconda: da queste premesse dobbiamo necessariamente derivare che i processi conoscitivi abbiano un aspetto di passività e uno di attività. Questo, peraltro, ha un grosso significato evolutivo (ed è anche per questo che è importante trattare la questione del rapporto Marx-Darwin).

Nella tradizione filosofica materialista la teoria della conoscenza è sempre stata indicata, per sommi capi, come teoria del riflesso (o del rispecchiamento). Il termine di per sé non è eccezionale perché può rischiare di semplificare eccessivamente cosa intendiamo per processo conoscitivo (riflettere significa, in fondo, mettere in evidenza l’oggetto conoscitivo come copia); inoltre, non mette abbastanza in evidenza la dimensione sociale delle teorie (sembra quasi che io possa conoscere un oggetto perché questo si riflette nel mio apparato percettivo e cognitivo, indipendentemente non solo dal mio ruolo attivo in questo processo ma anche dalle sollecitazioni del contesto sociale in cui sono inserito). Tuttavia, la teoria del riflesso accentua un dato fondamentale e ineliminabile della teoria marxista della conoscenza senza il quale non può darsi alcuna conoscenza oggettiva: il dato di passività, oppure, se vogliamo, l’aspetto più propriamente materialista (in senso generico) della conoscenza per cui la realtà esterna è indipendente dal soggetto e ad esso ontologicamente preesistente.

Senza questa precisazione ogni riferimento ulteriore genera una stortura nell’impianto epistemologico materialista a cui facciamo riferimento: una stortura in senso idealista. E’ noto infatti che, nel materialismo storico, un ruolo preminente è conferito alla prassi umana come strumento evolutivo, conoscitivo e trasformativo. Ma un errore fatto sovente dai marxisti è quello di far coincidere prassi e conoscenza, come se la conoscenza fosse già implicita nell’attività soggettiva. In realtà, la prassi umana deve necessariamente confrontarsi con il contesto materiale in cui si produce, cioè con i vincoli della realtà sia fisica che sociale. Non solo: a livello evolutivo (e qui entra in gioco la riflessione fatta su Darwin) la materia organica può conoscere, seppur a livelli di complessità differente. Un discrimine decisivo tuttavia, che ci permette di sostenere che l’uomo sia un salto qualitativo rivoluzionario rispetto alla materia organica, è dovuto al fatto che l’uomo aggiunge un lato attivo alla conoscenza che manca al resto della materia organica.

La materia organica conosce la realtà esterna riflettendola nei propri apparati e poi sviluppandone il portato a livello evolutivo. Quella che Lorenz definisce coevoluzione (l’altra faccia dello specchio) rappresenta per il marxismo la possibilità di far derivare gli apparati di percezione, elaborazione e azione della materia organica da un loro rapporto dialettico con l’ambiente. Questo processo è la chiave dell’evoluzione biologica, comune agli animali e all’uomo. Per capire la differenza qualitativa tra i due, però, dobbiamo fare un salto ulteriore, rifacendoci alla metafora marxiana dell’ape e dell’architetto. La differenza qualitativa tra l’ape migliore e l’architetto peggiore risiede nel fatto che l’architetto riesce a rappresentarsi il risultato del proprio lavoro: riesce cioè a pianificare. All’elemento di riflessione, comune all’ape e all’architetto, l’uomo aggiunge la riproduzione di quella realtà esterna (oggettiva e necessaria) in teorie scientifiche che gli permettano di agire nel mondo attraverso un piano idealmente prestabilito. L’ape non conosce le leggi fisiche necessarie per la costruzione delle cellette di cera, ma le riflette co-evolutivamente; l’uomo, attraverso il lavoro (cioè la prassi sociale), riesce a conoscere quelle leggi, a formularle in teorie e a utilizzarle riproducendole nella realtà.

Quindi, il lavoro, da un punto di vista gnoseologico, ha una duplice valenza: momento evolutivo che determina un salto qualitativo (vd. Dialettica della natura) e strumento di conoscenza della realtà dialetticamente legata alla sua trasformazione.

Possiamo definire coscienza questo passaggio qualitativo fra riflessione e riproduzione, fra momento “passivo” e momento “attivo” della conoscenza (attivo e passivo tra virgolette, dal momento che anche nei processi riflessivi è presente una pur minima attività). Si tratta dell’elemento attraverso cui l’uomo si rappresenta idealmente il risultato del proprio lavoro riuscendo a pianificare e a stilare prospettive, a conoscere il mondo attraverso l’astrazione determinata (prassi-teoria-prassi) e, quindi, a essere protagonista di processi rivoluzionari (nella società e nella scienza) in cui la pianificazione cosciente e democratica delle risorse si accompagni, evolutivamente, a un’ulteriore livello anche sul piano fisico-biologico (cioè da materia solo oggettivamente cosciente a materia soggettivamente cosciente).

Per approfondire: http://www.xepel.altervista.org/index.php/filosofia-e-scienze-sociali/98-materia-e-coscienza.html

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