Appunti sul materialismo – prima parte

Monica Raduta - microcosmos 2

Monica Raduta – Microcosmos 2

Pubblico la prima parte di una serie di quattro brevi relazioni di approfondimento sul materialismo. In questa sezione si cerca, brevemente, di tracciare un filo rosso che connetta la cesura fra materialismo e idealismo alla divisione del lavoro manuale da quello intellettuale, per arrivare successivamente a tratteggiare i punti essenziali della concezione materialistica della storia intesa, da un lato, come scienza ed epistemologia e, dall’altro, come prassi politica critico/trasformativa, progettuale e rivoluzionaria.

1) La questione, gnoseologica ed epistemologica, della relazione fra uomo e mondo (ovvero tra soggetto e oggetto, tra astratto e concreto, tra la materia e la coscienza) è un tratto ineludibile del pensiero umano che ne ha accompagnato lo sviluppo nel corso della sua storia. Si tratta di una questione, tuttavia, che non ha soltanto una natura teoretica. L’aspetto speculativo di tale problema epistemologico concresce (con) e, in ultima analisi, è subordinato al suo sostrato materiale, ovvero alla divisione del lavoro manuale da quello intellettuale. La questione, quindi, inizia a stratificarsi: se vogliamo delineare una concezione materialistica della natura e della storia che sappia dare una spiegazione scientificamente fondata del rapporto fra materia e coscienza, dobbiamo comprendere come tale concezione non possa essere univoca e unilaterale. Avrà, al contrario, differenti aspetti fra loro concatenati. In particolare, dalla divisione del lavoro emerge, ad esempio, l’aspetto specifico della concezione materialistica dello Stato; concezione che, tuttavia, non rappresenta l’oggetto specifico di questa disamina. Ci concentreremo invece sui presupposti per poter avanzare una, pur modesta, concezione materialistica della natura e della storia che sia il fondamento per brevi affondi sul tema della morale e della religione, sulla questione dell’evoluzione biologica (nel suo parallelismo con l’evoluzione scientifico/culturale e storico/sociale) e, infine, sul problema più direttamente epistemologico di una concezione materialistica della conoscenza. Per ora, partiamo dai presupposti teorici della concezione materialistica della storia.

2) Una volta sgombrato il campo dalle rappresentazioni quotidiane che si hanno su materialismo e idealismo (nella misura in cui deve essere chiaro che, per dare all’analisi un connotato scientifico, non possiamo in alcun modo definire idealista un soggetto che persegua determinati valori e, al contrario, materialista un soggetto che subordini qualsivoglia valore al proprio riscontro immediato e cinico in termini utilitaristici), la prima domanda da porsi è: perché la scelta di una prospettiva materialista? Genericamente, con materialismo intendiamo a) la concezione della realtà esterna all’uomo come dato concreto e oggettivo, b) il riconoscimento di tale realtà come unica fonte della conoscenza e, c) dell’uomo, come parte integrante di tale realtà (fisica e sociale) e con essa interagente. Poiché non è oggetto di questa parte dell’analisi un approfondimento sui livelli di stratificazione della realtà esterna (che possiamo indicare come materia), possiamo tuttavia asserire a questo livello argomentativo una questione essenziale: una prospettiva materialista non declassa in alcun modo la realtà fisica e sociale nei confronti del pensiero, qualificando anzi quest’ultimo come prodotto (complesso, dinamico e, come vedremo, parte integrante del processo dialettico e co-evolutivo dell’uomo nel/con il mondo) della materia stessa.

3) Se pensiamo alle concezioni platonizzanti tuttora vigenti in ambito scientifico, è possibile comprendere i motivi di tale scelta epistemologica. La realtà non è la pallida copia imperfetta dell’idea assoluta e astratta, una dimensione metafisica e impenetrabile, e nemmeno la costruzione soggettiva dell’uomo (come se, senza l’apparato percettivo, sensoriale e cognitivo dell’uomo stesso, la realtà cessasse di esistere). Torneremo più avanti su questo punto.

4) Il punto essenziale risiede, dicevamo, nella divisione del lavoro come radice di tale questione epistemologica. Nel momento in cui il lavoro umano (che, come vedremo, rappresenta la relazione fra uomo e natura) arriva a produrre un surplus di ricchezza (rispetto ai bisogni effettivi) tale da mantenere una parte della società esentandola, quindi, dal lavoro produttivo, il lavoro viene degradato a mera attività pratica e, con l’affinarsi della divisione del lavoro, arrivano a separarsi sempre di più (fra loro e, cosa più importante, dal lavoro) la scienza, la filosofia, il diritto, la religione. La questione, quindi, da epistemologica si fa storica e politica; anzi, è impossibile separare questi piani senza cadere in interpretazioni unilaterali e fuorvianti. Ma attenzione: di tale aspetto essenziale dello sviluppo umano una concezione genuinamente materialista non dà un connotato morale. In altre parole, affrontare la questione in termini di iniquità insita nella divisione del lavoro sarebbe parziale. Se è certamente vero che la divisione del lavoro pone inizio alla suddivisione della società di casta, prima, e di classe, poi (rappresentando quindi l’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la nascita, ad essa coessenziale, dello Stato), d’altro canto è la divisione del lavoro stessa a porsi come viatico per lo sviluppo delle forze produttive e per l’affinarsi della scienza, della filosofia e della religione: d’altro canto, se una parte della società è esentata dal lavoro manuale, avrà molto più tempo a disposizione per occuparsi di attività considerate “più alte” rispetto al lavoro manuale. Come affermato da Marx ed Engels, “divisione del lavoro e proprietà privata sono espressioni identiche: con la prima si esprime in riferimento all’attività esattamente ciò che con l’altra si esprime in riferimento al prodotto dell’attività” [1].

5) Quando parliamo di materialismo storico compiamo un primo salto qualitativo rispetto alle forme di materialismo filosofico precedenti all’elaborazione di Marx ed Engels: per fare storia gli individui devono predisporre i mezzi per poter vivere e, quindi, la produzione della vita materiale rappresenta per l’uomo la prima azione storica. Questo approccio permette di vedere come materialismo e storia non siano dimensioni divergenti: l’uomo, attraverso il lavoro, produce i mezzi per la propria sussistenza (le forze produttive) e le relazioni sociali che si strutturano sulla base del tessuto economico vigente in un dato momento e che, quindi, rappresentano il “contenitore” di cui tali mezzi sono il “contenuto” (i rapporti di produzione). Lo sviluppo delle forze produttive e la strutturazione dei rapporti produttivi entro i quali garantire tale sviluppo sono il fondamento dello sviluppo sociale e, pertanto, il sostrato ineludibile della storia. Come sappiamo, tale sviluppo non è affatto graduale e “pacifico”, bensì non lineare e conflittuale: d’altronde, abbiamo visto come la divisione del lavoro sia il fondamento della suddivisione della società in classi che hanno (sempre sulla base della strutturazione dei rapporti produttivi) interessi divergenti. Non ci soffermiamo però troppo su questo aspetto, per aggiungere invece una seconda questione. L’uomo produce la propria vita nel lavoro e la vita altrui attraverso la procreazione. Tale aspetto mette capo a un rapporto duplice, naturale e sociale al contempo, nella misura in cui, indipendentemente dalle condizioni e dallo scopo in/per cui si produce, tale rapporto si fonda su un determinato modo di cooperazione fra gli uomini. Tale modo di cooperare rappresenta anch’esso una forza produttiva e connota, come vedremo meglio alla fine di questo percorso, lo sviluppo umano (ovvero della materia cosciente) come irrimediabilmente sociale.

6) Il secondo salto qualitativo che connota il materialismo storico rispetto alle precedenti forme di materialismo filosofico riguarda il ruolo essenziale attribuito alla prassi. La prassi, l’attività umana (intesa sia come lavoro che come attività pratico-critica), è attività umana oggettiva. Le forme di materialismo che negano questo passaggio sono forme di materialismo che sostengono lo status quo, forme contemplative che non comprendono il ruolo attivo dell’uomo nel conoscere il mondo e, naturalmente, per trasformarlo. Questo significa che l’uomo, agendo nel/sul mondo, nel processo di conoscenza del mondo stesso cambia sé stesso insieme al mondo; in altre parole, la conoscenza umana è frutto dell’interazione fra soggetto e oggetto attraverso la prassi, il che pone fine a ogni pretesa idealistica di separare le idee dal loro sostrato materiale. In questo senso, collegandoci a quanto detto precedentemente, possiamo dire che le idee siano un prodotto dello sviluppo sociale (quindi, storico) dell’uomo.

7) Il terzo salto qualitativo riguarda il carattere intrinsecamente dialettico del materialismo storico, aspetto a tal punto essenziale da far emergere (a partire dall’elaborazione engelsiana) la dicitura “materialismo dialettico” per indicare il nucleo metodologico della filosofia marxista. La storia della dialettica ha radici profonde nel pensiero dell’uomo e si è da sempre legata a una concezione dinamica della natura. Il merito di aver conferito (seppur in forma idealistica) alla dialettica un posto di primo piano nel pensiero moderno spetta a Hegel. L’aspetto originale e rivoluzionario della dialettica fu però colto solo da Marx ed Engels, i quali a) posero la dialettica sulla base scientifica del proprio apparato epistemologico materialista, in modo tale che l’aspetto materialistico e quello dialettico risultassero coessenziali, e b) demistificarono il connotato idealistico che la dialettica manteneva all’interno dell’impianto hegeliano, svelandone pertanto il portato rivoluzionario. Come sostenuto da Trotskij, il pensiero dialettico si rapporta al pensiero comune come il cinema si rapporta alla fotografia: nessuna divergenza o mutua esclusione fra le due forme d’arte, ma l’importanza essenziale del movimento come connettore tra di loro. Questo è un aspetto decisivo e dall’enorme portato scientifico, sia nelle scienze naturali che in quelle sociali (che, come abbiamo visto, sono coessenziali nel marxismo). Il fatto importante da sottolineare a questo livello dell’analisi è però questo: quando Marx, in riferimento a Hegel e alla dialettica, parla di “nocciolo razionale dentro al guscio mistico”, certamente fa riferimento alla necessità di “capovolgere” la dialettica (nel senso detto, per il quale la dialettica si sarebbe dovuta innestare su un solido impianto materialistico per poter essere realmente operativa), ma non al fatto di dover applicare le leggi della dialettica al reale, per due ordini di motivi. Il primo è che l’applicazione di leggi al reale (che, quindi, dovrebbe conformarsi a tali leggi) è prerogativa di approcci metafisici dei quali il materialismo rappresenta una decisa negazione. Il secondo riguarda il fatto che non è vero che in Hegel il reale non ci sia (e, anzi, è proprio Hegel ad applicare le leggi dialettiche a un reale plasmato dal processo del pensiero che si fa soggetto indipendente, cioè Idea), ma, come avviene anche per gli economisti borghesi, tale reale viene assunto in quanto tale senza essere problematizzato per essere posto, quindi, come una norma eterna. Scoprire il nocciolo razionale afferisce quindi a quel processo di demistificazione per il quale la comprensione “positiva” (quindi, adeguatamente problematizzata) dell’esistente si accompagna indissolubilmente alla comprensione della sua negazione. In questo risiede il fulcro dialettico del materialismo storico e, al contempo, il suo portato trasformativo e rivoluzionario. Un portato che non poteva avere, in estrema sintesi, né il “materialismo tradizionale” (passivo, meccanico e contemplativo) né Hegel (in cui la dialettica è strumento di ipostatizzazione del reale).

8) Perché si implichi una cesura definitiva non solo fra materialismo e idealismo, ma, più nel dettaglio, fra marxismo e ideologia borghese, vale la pena di mettere in evidenza il carattere scientifico del marxismo (che, come vedremo, si articola in un modello epistemologico materialistico/dialettico di comprensione critico/trasformativo/progettuale del reale, tanto naturale quanto storico/sociale), secondo due ordini di ragioni. Il primo riguarda il carattere di scientificità derivante dalla coscienza storica del punto di vista da cui partire per avanzare un’analisi critico/trasformativa del reale: il marxismo, in quanto condensato dell’esperienza della classe operaia e della sua presa di coscienza, può avanzare una critica all’ideologia borghese muovendo da determinati interessi di classe e prospetticamente orientati all’emancipazione di quella classe. Il marxismo può porsi come scienza e come epistemologia, dunque, poiché empiricamente fondato e consapevole del punto di vista possibile a cui si attiene. Il secondo, di conseguenza, riguarda il metodo espresso dalla concezione materialistica della storia nell’analisi del reale, un metodo che sgombera il campo dalle concezioni platonizzanti, idealistiche ed empiristiche egualmente convergenti a livelli diversi nell’assetto ideologico borghese. Una volta affermata la distinzione ontologica, come abbiamo detto, fra soggetto e oggetto (distinzione necessaria per affermarne, poi, la rapportualità), occorre partire dagli elementi semplici per iniziare con la propria analisi. Questo è il punto di partenza metodologico che ci permette di individuare una logica intrinseca al Capitale. Ma il carattere di originalità e di operatività inerente a tale processo riguarda il fatto che gli elementi semplici sono solo apparentemente tali: parrebbe ragionevole, infatti, partire dal concetto di popolazione nell’analisi dell’economia politica, ma sappiamo che il concetto di popolazione è troppo vago per poter essere esplicativo e che, quindi, debba essere scomposto nei suoi elementi via via più semplici (le classi, e così via) per poter essere compreso realmente. Una volta compiuto questo processo di astrazione sarà possibile tornare alle determinazioni iniziali che, dialetticamente, non saranno più qualitativamente uguali a quello che erano all’inizio poiché arricchite dal processo di astrazione stesso. Chiameremo i due momenti “concreto reale” (oppure, semplificando, concetto comune) e “concreto logico” (concetto scientifico), mentre il processo intermedio “astrazione determinata”, perché a) volto alla scomposizione del dato nelle sue parti componenti per poi ricomporlo a un grado di complessità differente, e b) determinato dal contesto reale in cui si produce, in modo tale da risultare, da un lato, sempre ancorato al proprio sostrato materiale e, dall’altro, volto alla comprensione e alla trasformazione del reale stesso.

9) In tal senso, il materialismo storico assume una solida base scientifica per criticare l’ideologia borghese (la cui sacralizzazione dell’esistente ne preclude qualsivoglia analisi critica) e l’idealismo filosofico (poiché muove da presupposti epistemologici opposti), garantendosi un impianto epistemologico realmente originale perché in grado di tenere insieme natura e storia, analisi critica e prassi trasformatrice oltre che determinazione reale e prospettiva progettuale: elementi che convergano, in ultima analisi, all’interno dell’alveo rivoluzionario della trasformazione della società in senso socialista.

Note:

[1] Marx K., Engels F., L’ideologia Tedesca, in Barletta G. (a cura di), Sulla scienza, Dedalo, Bari 1977

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