Una breve nota sulla dialettica conflitto/relazione

Cwithe – La Résistance

Pubblico questa brevissima nota sul conflitto nelle relazioni, frutto di alcuni brevissimi appunti presi in questi giorni dopo aver letto “Impegno e conflitto – Saggi di pedagogia problematicista” di Mariagrazia Contini e Antonio Genovese. Mi sono reso curiosamente conto, mentre affrontavo in particolare il saggio “Il conflitto, figura di problematicità esistenziale”, di come potessi rispecchiare esperienze molto personali nelle riflessioni del saggio. Un paio di conversazioni sull’argomento fatte durante la lettura mi hanno portato a scrivere, di getto, un paio di appunti sull’argomento, che conto di poter riprendere in futuro in modo più approfondito.

Il perno epistemologico di qualsivoglia progettazione educativa e, al contempo, esistenziale, non può che risiedere nel principio della continuità dell’esperienza. Si tratta di una questione anzitutto epistemologica perché è nell’incremento quantitativo, in termini non lineari, delle esperienze dell’uomo nel mondo – ovvero, dell’attività pratica dell’uomo all’interno del proprio ambiente – e nei salti qualitativi ad esso dialetticamente correlati che si produce qualsiasi forma di conoscenza.

E’ una relazione, quella tra uomo e mondo, complessa e retroattiva: nell’agire nel proprio ambiente, l’uomo modifica il mondo e ne è a propria volta modificato, a livello fisico e cognitivo, in termini sia filogenetici che ontogenetici (nel breve e nel lungo periodo, potremmo dire). E’, d’altro canto, una relazione eminentemente materiale nel senso più ampio, completo e complesso del termine: cosa c’è di più materiale, per l’uomo, del rapporto con gli altri all’interno dei contesti – fisici e mentali – che ne attraversano tempi e spazi di vita? Questo conduce a un secondo principio educativo essenziale: non può esistere alcuna progettazione pedagogica – si prenda questo termine nel suo senso più completo, di sintesi fra educazione e istruzione entro una progettazione formativa che, nella ricorsività dialettica prassi-teoria-prassi, ha come finalità la modificabilità umana – che sia esterna ad una dimensione sociale. Solo nella relazione dinamica con gli altri può prodursi una ricorsività reale con i propri contesti di vita (che, a livelli di complessità diversi, non possono che essere contesti di apprendimento permanente).

I rapporti educativi ed esistenziali nella loro complessità, entro determinati contesti e lungo il corso della vita, hanno pertanto un carattere non soltanto evolutivo, ma co-evolutivo, non solo nell’accezione della rapportualità ma, più specificatamente, nell’intrinseca dialettica che porta il cambiamento del contesto (fisico e sociale, come si è detto) a riverberarsi a vari livelli come cambiamento evolutivo personale. E non si tratta di rapporti lineari e progressivamente incrementali da un punto di vista qualitativo: come nella società, nella scienza e nell’evoluzione biologica, le relazioni sociali e interpersonali (nel caso specifico, quelle emotivamente significative) sono costellate da momenti di lento incremento esperienziale rotti da bruschi cambiamenti di fase in cui il rapporto viene rinegoziato dalle parti, non necessariamente nel senso di un progressivo consolidamento del rapporto stesso. Gli elementi fondamentali risiedono quindi nel carattere ecologico della relazione, ovvero nella sua complessa reticolarità sistemica in cui molteplici variabili giocano, con pesi diversi, ruoli differenti nelle diverse fasi; e, conseguentemente, nel conflitto. Anzi, per dirla in modo probabilmente più perentorio ma – crediamo – funzionale ai fini della riflessione in esame, la crisi della relazione è determinata, in ultima analisi ma in modo decisivo, dalla crisi nella gestione del conflitto fra le parti.

Il punto risiede nell’accettazione del conflitto quale variabile determinante di qualsivoglia relazione umana. D’altronde, nessuna dinamica storica e naturale è esente da quella conflittualità che è alla base di modalità di sviluppo non lineari. Evitare il conflitto ha una spiegazione per certi versi piuttosto semplice: l’uomo è tendenzialmente proteso alla ricerca della stabilità nelle dinamiche che compongono la propria vita. In termini emotivi, l’evitamento del conflitto rappresenta l’abbandono del terreno comunicativo per salvaguardare la propria stabilità emozionale ed evitare il dolore, lo sconvolgimento e lo smarrimento che derivano dalla negoziazione, spesso violenta, del rapporto. Rimandare il conflitto, d’altro canto, se può avere una valenza positiva nella misura in cui rappresenta parte di una strategia di negoziazione di lungo periodo, tuttavia mantiene una propria contraddizione ineludibie: ciò che si rimanda ora (evitandone le conseguenze di breve periodo) avrà in futuro una valenza ancora più profonda di cui occorrerà tenere conto. Ma il punto, ancora una volta, è comprendere come la conflittualità, nel suo significato complessivo, non abbia una valenza negativa (ancorchè questo sia un dato ideologicamente rilevante e, quindi, ci debba condurre a fare anche in questo senso un’analisi chiara della relazione tra sviluppo sociale e rapporti umani) ma permetta, al contrario, di esprimere entro la cornice decisiva della relazione con l’altro le proprie aspirazioni, richieste e debolezze senza coprirne la natura e, pertanto, senza nasconderne il significato per timore di indebolire la relazione.

Il binomio intimità/autonomia, ad esempio, che altro non è se non la negoziazione necessariamente co-evolutiva tra crescita personale e negoziazione di significati-con-l’altro, diviene motivo di logoramento della relazione solo nella misura in cui non se ne accetti serenamente la rapportualità tra i due poli e si tenda a considerarne ciascuno di essi singolarmente senza le necessarie relazioni con le altre variabili di cui è composta la relazione complessiva. Negoziare i significati con l’altro ponendo in campo, limpidamente, i termini dei problemi e cercando nei problemi (ineludibili) stessi un terreno di confronto reciproco è, anch’essa, una modalità di sviluppo non lineare: come può permettere, attraverso il dialogo (cioè il tramite simbolico co-evolutivo tra attività pratica nel mondo e retroattivo sviluppo del pensiero), di affrontare una questione relazionale concreta portando a un reciproco cambiamento personale e, quindi, a una modificazione della relazione, così può far deflagrare conflitti ancora più ampi che possono portare, per motivi diversi e spesso non del tutto chiari, alla cessazione del rapporto. D’altro canto, limitarsi al solipsismo relazionale tipico dei monologhi interiori (Contini M., 1997) non migliorerebbe una condizione di solitudine esperita dal soggetto e, pertanto, non rappresenta un’alternativa alla relazione (cioè, in ultima analisi, al conflitto), quanto piuttosto una conferma della sua necessità. Ma la riflessione sulla fine della relazione è, essa stessa, momento ineludibile di crescita educativa entro la cornice permanente della continuità dell’esperienza.

Rinunciare a un’analisi spregiudicata della relazione significa rinunciare a una sintesi costruttiva della propria esperienza, ancorchè lacerante, per poter comprenderne più a fondo la natura. Dopodichè è chiaro che, sia che si passi al vaglio ogni dettaglio vissuto sia che, al contrario, se ne preferisca uno sguardo disattento o superficiale, in ogni caso le dinamiche deuteroapprese nel conteso relazionale restano un patrimonio difficilmente aggirabile nello sviluppo personale futuro. Resta il fatto che uno sguardo più approfondito non può rinunciare alla comprensione della dialettica fra ragione ed emozioni nell’analisi del rapporto: se una spiegazione analitica delle dinamiche esperite più o meno consapevolmente (e in prima persona, quindi da una prospettiva necessariamente parziale seppur indiscutibilmente significativa) dal soggetto ha necessariamente una funzione evolutiva importante, tuttavia potrà avere tale funzione solo nel lungo periodo e mai in modo disgiunto dal vissuto emotivo che tale relazione reca con sé. D’altro canto, chiave dell’apprendimento permanente è la continua rielaborazione cognitiva ed emotiva dell’esperienza e la sua collocazione dinamica entro una personale rete concettuale fatta di strumenti, valori, emozioni, schemi e contesti. In ultima analisi, il cuore essenziale della relazione diviene patrimonio ineludibile della propria rete co-evolutiva proprio nella misura in cui è sintesi di aspetti cognitivi, esperienze ed emozioni. Ma, appunto, il cuore deve rappresentare quanto di utile quel rapporto ha rappresentato per il soggetto: ciò che, in definitiva, è importante mantenere vitale nello sviluppo personale. La de-attualizzazione del rapporto finito diventa, quindi, una chiave decisiva per “fare sintesi” e, al contempo, per attuare una forma di “resistenza” attiva e costruttiva al vissuto spesso doloroso e de-costruttivo che, sovente, permane. Se è impossibile, in virtù della continuità dell’esperienza, delegittimare il ruolo che la relazione ha avuto per la propria crescita personale, è però decisivo indebolirne i caratteri di vitalità, quelle caratteristiche, ovvero, che la mantengono viva nel presente nonostante l’eventuale scarto temporale.

Questo serve, in definitiva, a eliminare la conflittualità insita nella relazione e quindi traslata in sé stessi, sia essa attuale, dialetticamente superata o in fase di de-attualizzazione? Certamente no. Ma prendere consapevolezza del ruolo composito che la conflittualità ha nella vita emotiva personale, così come nei rapporti sociali e nello sviluppo storico, permette di guardare alle dinamiche che attraversano la vita, trasversalmente al proprio corso e nella sua complessità, cogliendone un livello di senso certamente più completo e, crediamo, decisivo per qualsivoglia progettazione educativa ed esistenziale. Oltre che, sia detto di sfuggita, per elaborare una prospettiva complessiva di emancipazione che faccia perno sul binomio formazione umana/trasformazione sociale.

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