Gramsci – Elogio di un rivoluzionario (Dario Salvetti – 04/04/2012 – Marxismo.net)

Riporto un articolo, scritto da Dario Salvetti e pubblicato all’indirizzo http://www.marxismo.net/storia-e-memoria/gramsci-elogio-di-un-rivoluzionario , su Antonio Gramsci e sul suo pensiero rivoluzionario.

 

Il 27 aprile del 1937 moriva Antonio Gramsci nelle carceri fasciste. Uccidere un uomo è relativamente facile. Ben più difficile ucciderne le idee. E a distanza di 75 anni, quelle di Gramsci vivono. E in quanto tali, sono ancora denigrate e distorte.

E non tanto dai fascisti. Queste scimmie del capitale sanno al più accoltellare o fare agguati. Nella divisione del lavoro della reazione, spetta loro il compito di colpire gli individui. Al campo “democratico” spetta invece quello di seppellirne le idee. E quelle di Gramsci sono state sotterrate particolarmente in profondità, sotto 70 anni di riformismo e togliattismo, di “compromessi storici”, di commemorazioni “istituzionali”. Sono state imprigionate tra le icone di Kennedy e De Gasperi, chiuse dentro l’idea revisionista di un Gramsci “intellettuale nazional-popolare”. Una concezione funzionale a recidere o almeno ingarbugliare il filo che conduce dalle lotte presenti alle lezioni di quelle passate.

 

Un bolscevico

 

Gramsci fu un marxista. Non uno di quei rivoluzionari esenti da errori. Quelli vivono solo nella fantasia burocratica della storiografia stalinista. Ma sicuramente fu un bolscevico, nel senso più concreto del termine. Ispirato dalla rivoluzione d’Ottobre, non si limitò a celebrarla. Ne individuò le caratteristiche generali, per applicarle nel contesto particolare dell’Italia degli anni ’20. Fu avversario del riformismo e critico del massimalismo, di chi parla del fine rivoluzionario, ma evita accuratamente di prepararne i mezzi.

Su questa base fu il teorico della democrazia operaia nel nostro paese, dei Consigli di fabbrica come embrione del potere operaio. Individuò le cause della sconfitta del Biennio rosso non nell’impreparazione delle masse, ma in quella dei loro dirigenti, dei vertici della Cgl e del Partito socialista. Si rese conto dell’errore commesso – “per paura di esser definiti frazionisti” – nel non aver costruito per tempo una corrente marxista dentro il Partito socialista. Fu colui che in Italia meglio analizzò le basi di classe del fascismo.

Questa sua vita gli costò la morte, insieme ad altre migliaia di comunisti. Queste idee gli costarono l’odio della classe dominante. E il rischio di una loro riscoperta continua a suscitarne. Come spiegare altrimenti l’articolo di Saviano “Elogio dei riformisti” uscito su Repubblica il 28 febbraio scorso?

Saviano non si accontenta di 70 anni di depistaggio ideologico subiti da Gramsci. Rivisto, revisionato, distorto, un marxista rimane pur sempre tale. Per questo lo attacca, attribuendogli “la pedagogia dell’intolleranza edificata per un secolo dal Partito Comunista (…) Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci non c’è più traccia di quel massimalismo verboso e violento e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso. Ma c’è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi”.

Quanto onore: parla proprio di noi. Non noi intesi solo come comunisti. Parla della percezione che “là fuori” stia montando un profondo odio anti-sistema e che questo stato d’animo possa incontrare un’alternativa di classe complessiva quale il marxismo.

Così Gramsci diventa, nel Saviano pensiero, il padre spirituale del brigatismo. La realtà viene completamente ribaltata: Gramsci ammazzato dal fascismo non è la dimostrazione dell’esistenza della violenza dei ceti abbienti contro ogni tentativo dei ceti popolari di emanciparsi, ma diventa un terrorista che si diletta a spargere odio.

Una totale mistificazione, quasi quanto definire Saviano un grande intellettuale per aver azzeccato un libro e sostenuto un contraddittorio con Fabio Fazio. Ma lasciamo tanta miseria. Più interessante per noi è il coro che si è sollevato in difesa di Gramsci. Certi amici sono peggio dei nemici dichiarati.

 

I Quaderni del carcere

 

La frase che meglio sintetizza la reazione di tanti “gramsciani” agli attacchi di Saviano, la leggiamo su L’Unità il 7 marzo: “Ci fu un Gramsci giovane rivoluzionario impetuoso e un Gramsci dialogico dei Quaderni”. L’errore non consisterebbe quindi nel calunniare le concezioni rivoluzionarie di Gramsci, ma nel dimenticare che egli stesso le aveva riviste. Non si tratta di niente di nuovo, anzi di un meccanismo vecchio 60 anni, fondato in particolare sulla contrapposizione tra il Gramsci dell’Ordine nuovo e quello dei Quaderni. Questi ultimi sarebbero la prova dell’evoluzione del pensiero gramsciano in senso genericamente democratico e riformista. Un’idea che affonda le radici direttamente nell’interpretazione di Togliatti.

In carcere Gramsci non può dire o scrivere ciò che vuole e come lo vuole. I Quaderni sono scritti in forma frammentaria e con una terminologia ambigua. La forma è il loro difetto, l’autore è il loro valore aggiunto. Chi scrive è pur sempre il quadro comunista protagonista dell’occupazione delle fabbriche, dei primi anni di vita del Pcd’I. Hanno perciò grande valore se incrociati con le lettere dal carcere, con le testimonianze dei compagni di prigionia. Il Gramsci in carcere, del decennio 1927-1937, riprende la parola se lo si legge alla luce del Gramsci in libertà, del decennio tra il 1917 e il 1927.

Ma per Togliatti e il gruppo dirigente del Pci difetti e qualità dei Quaderni apparvero invertiti. La loro qualità consisteva nel come erano scritti. Con un Gramsci che non poteva esprimersi liberamente, ci si poteva liberamente esprimere al posto di Gramsci. Ma per portarli a spasso nel campo delle supposizioni, bisognava slegarli da tutto ciò che egli aveva detto e scritto prima. Per questo Gramsci entra in carcere come quadro comunista e lì diventa, per bocca di Togliatti, l’intellettuale del rinnovamento italiano: “vi è qualcosa di più (nei Quaderni, Ndr): una interpretazione storica che dà a inizio a una nuova scienza della nostra storia e della nostra politica. (…) una dottrina di sostanza del rinnovamento della nazione italiana”.

In molti videro la volontà dei vertici del Pci di valorizzare Gramsci, accreditandolo come figura nazional-popolare, slegata dalle ragioni anguste di partito. Al contrario, tale revisione rispondeva esattamente alle ragioni di partito e in particolare a quelle anguste del suo vertice burocratico. Lo si accreditava tra gli intellettuali della democrazia borghese italiana, per accreditare il Pci tra i partiti cardine dell’arco istituzionale borghese.

Appena arrivato in Italia, nel 1945 Togliatti inizia a propagandare l’idea che Gramsci in carcere avesse in qualche modo anticipato la svolta effettuata dal Pci nel 1944: “Ma in tutto quel periodo l’idea centrale della azione politica di Gramsci fu l’idea dell’unità: (…) unità dei partiti operai con le forze democratiche (…) per la creazione di un grande blocco di forze nazionali”.(Palmiro Togliatti, Gramsci, Editori Riuniti, 1967)

Dunque è questa la concezione che Gramsci aveva maturato? Quella di uno scontro tra blocco democratico borghese e blocco fascista, di una “dottrina” del rinnovamento dello Stato italiano? Se così fosse bisognerebbe ammettere che aveva effettuato un profondo ripensamento. Sarebbe lecito a quel punto ipotizzare che questo ripensamento non si limitasse a questo o quell’aspetto, ma investisse la sua intera identità comunista. Il Gramsci piegato da Togliatti alle ragioni dell’unità nazionale, “intellettuale di tutta la nazione” – gioco forza – non poteva essere più l’intellettuale di una classe.

 

Democrazia e fascismo

 

I Quaderni rispondono prima di tutto all’esigenza di sfuggire dalla vita del carcere, alla volontà di occuparsi “intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore” (Antonio Gramsci, Lettere dal Carcere, Volume primo, p. 61, Editrice L’Unità, 1988). Ciò che viene scritto non ha quindi sempre un’attinenza immediata.

Se qualcosa tuttavia ne emerge, non è l’anticipazione della politica di unità nazionale del Pci del 1944, ma la critica di quella settaria degli anni ’30. Sotto la duplice spinta del crack finanziario del 1929 e delle contraddizioni interne all’Urss, l’Internazionale staliniana proclama giunto il Terzo periodo, quello del crollo finale del capitalismo. Un’eventualità impossibile da realizzarsi: le classi dominanti, come spiegava Marx, non hanno mai lasciato la scena della storia senza lottare, e così avrebbe fatto anche la borghesia. In preda al totale determinismo economico, si teorizza che la crisi economica non possa che generare una costante radicalizzazione del movimento operaio. Una radicalizzazione destinata a spazzare via qualsiasi fase, partito e programma intermedio. Ad eccezione del partito comunista, tutti gli altri sono spinti verso il fascismo. La socialdemocrazia è definita “gemella del fascismo”.

Applicato al nostro paese, il Terzo periodo implica la previsione di un crollo imminente del fascismo, proprio nel periodo forse di sua maggiore stabilizzazione. Si nega una possibile fase di illusioni democratiche delle masse, così come l’esigenza di avanzare rivendicazioni democratiche quale l’Assemblea costituente degli operai e dei contadini. Si sostiene che sia in corso una totale integrazione tra la Concentrazione [la riunione degli altri partiti antifascisti] e lo stesso regime. Afferma Togliatti: “Se noi diciamo solo che la Concentrazione è la riserva della borghesia italiana noi non vediamo il reale processo (…), la trasformazione della Concentrazione in socialfascismo. (…) la tendenza fondamentale sulla quale si svolge e cammina e lotta la Concentrazione è quella di raggiungere ai primi posti il fascismo in difesa del regime capitalista”. (Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi Editori. Torino, 1967, vol. 2, p. 218)

Sono così negate le concezioni per cui Gramsci si è battuto dal 1924 in poi, espresse ampiamente nelle Tesi di Lione del 1926. Egli ne è consapevole. Il contatto con la nuova linea avviene attraverso i compagni arrestati dal 1929. Uno dei compagni di prigionia, Ceresa, racconta di come Gramsci “si indignava di fronte alla superficialità di certi compagni che nel 1930 affermavano essere imminente la caduta del fascismo (due o tre mesi, al massimo quest’inverno, affermavano questi profeti della faciloneria) e che sostenevano che dalla dittatura fascista si sarebbe immediatamente passati alla dittatura del proletariato. Gramsci combatteva queste posizioni meccaniche, astratte, antimarxiste che si fondavano in grossa parte sul fattore “miseria” come decisivo per far sboccare i movimenti della masse nella rivoluzione proletaria e nella dittatura del proletariato”. (Delia Gamba, In carcere con Gramsci)

Si propone di istituire con loro un confronto più organico, con discussioni sui seguenti temi: “il fascismo e il suo carattere di classe, la funzione degli intellettuali nella società, la questione meridionale, la funzione del partito della classe operaia nella lotta per il socialismo, la ipotesi di un periodo di transizione democratica dopo la caduta del fascismo”. (Gramsci vivo, Feltrinelli editore, Milano, 1977 p. 208)

Ma il confronto si fa talmente aspro da dover essere sospeso. La stalinizzazione non ha cambiato solo la linea, ma anche il regime interno al partito. Racconta Terracini: “Lo Scucchia (militante comunista recluso a Turi con gramsci, Ndr) giungeva ad affermare che le posizioni di Gramsci erano posizioni socialdemocratiche, che Gramsci non era più comunista (…) e che pertanto lo si doveva buttar fuori”. (Umberto Terracini, Sulla svolta, Coletti, Milano 1975)

 

Un Gramsci gradualista?

 

È possibile ipotizzare che i Quaderni in questa condizione diventassero anche l’unica via per instaurare un canale politico con l’esterno, una sorta di linguaggio codificato con cui comunicare?

La corrispondenza tra Tania Schucht e Sraffa – le due figure a lui più vicine, le uniche fuori dal carcere con cui mantiene un contatto reale – sembra avvalorare tale ipotesi. Scrive Sraffa in una lettera: “Spero che il sistema delle lettere-recensione attecchisca [in modo tale che Gramsci possa] veder che il suo lavoro (…) può essere comunicato ad altri”. O ancora: “scrivendo a Nino (Gramsci, Ndr) ditegli che le note vi sono molto utili (…). Avete compreso il nesso delle cose e i frammenti messi insieme costituiscono una critica radicale”.

I Quaderni sono attraversati quindi da questo filo invisibile: una discussione costante su tempi, modi e tattica da adottare di fronte al crollo del fascismo. Un filo che attraversa gli scritti su guerra di posizione e guerra di movimento, sugli intellettuali, sull’egemonia, Croce, il Risorgimento, la rivoluzione passiva.

Negando il ruolo della Concentrazione democratica, negando il suo influsso potenziale sulle masse, i dirigenti del Pcd’I disarmano il partito di fronte al pericolo che le forze democratico-borghesi possano egemonizzare la lotta antifascista per limitarne l’estensione.

Secondo Gramsci invece, non solo il fascismo cadrà in tempi più lunghi, ma alla sua caduta sarà inevitabile il passaggio da una fase di illusioni nella democrazia borghese. Dispiegando la propria egemonia gli intellettuali democratico-borghesi giocheranno un ruolo nel confinare la lotta al fascismo ad un mero cambio di regime politico. Il rischio è quello di una “rivoluzione passiva”: come nel Risorgimento quando la classe dominante, pur numericamente inconsistente, riesce ad “assorbire nel suo circolo tutto il personale politico che i movimenti di massa, di origine sovversiva, esprimevano”. O ancora meglio di una“rivoluzione-restaurazione” (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, vol. 2, Einaudi Editore, Torino, 1975. p. 973): un cambiamento della forma politica del regime per salvare le fondamenta del capitalismo dalla rivoluzione stessa.

L’Esecutivo comunista, sotto la sua direzione, ha già avuto modo durante l’Aventino, di mettere in guardia dalle reali intenzioni del blocco democratico-borghese il quale “in realtà sta da ogni parte manovrando per rendere possibile una soluzione in cui la sostanza reazionaria sia conservata sotto un involucro di bugiarda “democrazia” o dal ritorno a “sistemi liberali” (Dichiarazione dell’esecutivo comunista, Unità, 20 settembre 1924). Gramsci racconta della frase pronunciata da Amendola, uno dei massimi dirigenti aventiniani: “dobbiamo ritornare a un sistema quale è quello dell’Inghilterra, dove il signor Mac Donald cede il posto al signor Baldwin e viceversa (dirigenti laburisti e conservatori, Ndr)” (Leonardo Paggi, Le strategie del potere in Gramsci, Editori Riuniti, Roma, p. 289). E ancora nel 1926 spiega: “Una crisi economica improvvisa e fulminea, non improbabile in una situazione come quella italiana, potrebbe portare al potere la coalizione democratico-repubblicana dato che essa si presenterebbe agli ufficiali dell’esercito, a una parte della milizia, ai funzionari dello Stato in genere (…) come capace di infrenare la rivoluzione” (grassetto nostro). (Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi Editorie. Torino, 1967, vol. 2, p. 35)

Ma questa analisi non è funzionale a spingere il partito verso un blocco “nazionale” con le forze democratico-borghesi. Al contrario: serve a vaccinare militanti e dirigenti dalle illusioni in tale blocco, a combattere “uno stato di passività, di rinunzia al lavoro immediato rivoluzionario, di aspettazione che i partiti operai collaborazionisti riescano, attraverso la formazione di un governo di blocco democratico, a ricostruire l’ambiente di libertà in cui le forze rivoluzionarie possano riorganizzarsi”. (Angelo Rossi, Giuseppe Vacca, Gramsci, tra Mussolini e Stalin, Roma, Fazi, 2007, p. 173)

Questo non implica un abbandono delle rivendicazioni “democratiche”. Anzi queste vanno agitate con ancora più determinazione per sottrarne il monopolio alla borghesia pronta a separare la sua strada dal fascismo. La parola d’ordine della Costituente non serve a indorare il futuro Stato democratico, ma a dialogare e dialetticamente superare le possibili illusioni presenti tra le masse sulla futura democrazia borghese. Riconosce lo stesso Scucchia: “La tesi della Costituente in funzione antifascista e repubblicana non aveva nulla a che vedere con la Costituente che si è realizzata dopo la guerra di Liberazione; la Costituente che allora propugnava Gramsci doveva dimostrare nella fase intermedia che i partiti antifascisti che non fossero il Partito Comunista non potevano a lungo o breve termine offrire nessuna soluzione ai problemi economici e sociali che agitavano il paese”. (Gramsci vivo, Feltrinelli editore, Milano, 1977, p. 221)

Siamo lontani dal Gramsci “gradualista”. Anche in carcere, Gramsci è fedele a quanto scritto in precedenza: “Il fascismo ha posto in Italia un dilemma molto crudo e tagliente: quello della rivoluzione in permanenza e della impossibilità non solo di cambiar forma allo Stato, ma semplicemente di mutar governo altro che con la forza armata”. (Angelo Rossi, Giuseppe Vacca, Op. Cit, p. 113)

Fu sì un anticipatore, ma semmai dell’insurrezione e della guerriglia che avremmo chiamato Resistenza. Anticipò i pericoli del tradimento travestito da forme “costituzionali” consumatosi ai danni della lotta antifascista. E odiò. Certo che sì. Odiò tutti gli intellettuali alla Saviano che formano le riserve più sottili di consenso di questo sistema, sempre al servizio di una “rivoluzione passiva”, di un cambiamento delle forme politiche che conservi la sostanza dello sfruttamento capitalista. Ma questo odio per i marxisti non ha nulla a che fare con la rivolta, né con l’“intolleranza”: è comprensione scientifica dei fatti che si fa alternativa di classe e lotta per l’abbattimento del capitalismo.

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