Il debito pubblico non ci appartiene (Dario Salvetti – 16/09/2011 – Marxismo.net)

shadow - tommy ingberg

Il debito pubblico non è pagabile. E in effetti gli istituti finanziari non discutono di questo, ma di come garantire che lo Stato continui a rifinanziare il proprio debito, pagando interessi adeguati.

I comuni mortali pagano i debiti, estinguono mutui e rate: il debito è fonte di perdita e come tale deve essere eliminato. Per il capitale il debito pubblico è al contrario una fonte di guadagno privato. Questo è il motivo per cui esiste e deve continuare ad esistere. Lo Stato è chiamato a garantire i margini di profitto del capitale. Lo è come finanziatore diretto, di appalti, grandi opere, industria militare. Lo è come debitore, pronto a garantire interessi che compensino la finanza. Il dilagare del mercato del debito è così prima di tutto la testimonianza della crisi del mercato in generale. E questo è il paradosso. Il debito pubblico non prova l’inefficienza del settore pubblico ma semmai quella del capitale privato. Fornisce la misura di quanto il capitalismo sia entrato nella sua fase senile. Di quanto la libera iniziativa privata non viva della propria iniziativa. Come un prete pedofilo predica la domenica contro la normale sessualità, così il capitale privato tuona contro la spesa pubblica diretta al bene pubblico, contro ogni euro destinato a curarci, farci muovere, istruirci e farci riposare. Pretende che nessuna risorsa sia “sprecata”, perché necessaria a garantire l’esistenza del biscazziere di Borsa e dell’usuraio della Banca.

Non approfondiremo qua le proposte per una manovra alternativa. Si dica di sfuggita che mentre vengono reintrodotti i ticket sanitari, il bilancio militare nel 2010 è ammontato a 27 miliardi di euro, con una spesa pro-capite di 50mila euro al minuto, che abbiamo speso finora 700 milioni per l’intervento in Libia. Si ricordi che da qua al 2024 la Tav costerà 465 miliardi di euro e che basterebbe una tassa dell’1% sui grandi patrimoni per reperire l’equivalente della manovra finanziaria. Ma si dica anche che nessuna di queste misure di per sé risolverebbe il problema, come nulla si risolve cambiando l’acqua in una vasca bucata.

Un rompicapo insolubile

L’idea comunemente diffusa è che lo Stato italiano versi in queste condizioni per i propri sprechi. Che lo Stato sprechi soldi in armi, clientelismi, appalti e grandi opere è fuori di dubbio. Ma al di là di questo, lo Stato è in attivo. Il saldo primario, cioè la differenza tra entrate ed uscite, è positivo. Dal 1991 lo è sempre stato, con l’unica eccezione del 2009. Il fabbisogno statale è calato dai 52 miliardi del primo semestre 2010 agli attuali 46. Nell’area Euro, l’Italia è il paese con la minore spesa: il 32% del Pil, contro la media europea del 38.

Eppure il debito pubblico è aumentato. Era del 102% nel ’91, schizza al 125% nel ’95, diminuisce al 105% nel 2005 e torna a 120% circa nel 2011. Il punto è che oltre all’equilibrio tra entrate ed uscite, lo Stato deve garantire gli interessi sul debito accumulato. Si tratta di una cifra che oscilla tra i 70 e gli 80 miliardi all’anno. Il “pareggio di bilancio” è in realtà un attivo in grado di pagare le uscite ordinarie sommate agli interessi sul debito. Questi ammontano al 5% del Pil. A tassi di interesse e inflazione costanti, solo per lasciare il debito invariato, ogni Finanziaria dovrebbe effettuare tagli pari a questa cifra. Il che deprime l’economia, diminuendo le uscite ma anche le entrate fiscali.

è ipotizzabile allora aumentare solo quest’ultime, senza effettuare tagli? In verità le entrate sono in costante aumento. Nel 1951 erano pari al 20,2% del Pil. Da allora sono salite arrivando al 46%. Le spese sono negli stessi anni aumentate in linea con le entrate. Ciò che invece è quadruplicato sono gli interessi sul debito. Debito che è in mano per l’80% a banche, investitori istituzionali e grandi fondi finanziari.

Il meccanismo dello Stato “liberale” si prefigura così come una potente pompa che drena soldi dalla società alla finanza, inghiottendo crescenti fette dell’economia. L’evasione fiscale è conseguenza di questo meccanismo, non causa. Come parte preponderante della finanza, il grande capitale sfugge a questo drenaggio. Ne è beneficiario, non vittima. Il piccolo capitale prova attraverso l’evasione a non esserne risucchiato, ma deve solo scegliere di che morte morire: per debiti verso lo Stato, le banche o per concorrenza del mercato. Una santa trinità, un solo spirito.

Il debito non è quindi pagabile. Esiste per sovvenzionare la finanza. I tassi di interesse mutano con il rischio dell’investimento. Il debito pubblico più rischioso al mondo rimane sempre un guadagno sicuro per il grande finanziere.

Il sistema si avvita su se stesso

Dal 2007 al 2010 il debito Usa e dell’area Euro è aumentato di circa 5.800 miliardi di euro. Si tratta in grossa parte di soldi stanziati per ripianare i debiti del capitale finanziario e delle banche.

Con l’aumento della massa dei debiti, aumenta però la possibilità di insolvenza. Il capitale fugge dal rischio, alla ricerca di investimenti garantiti. Ma quali garanzie esistono in un mondo dove falliscono gli Stati? La fuga verso l’oro ha dei limiti oggettivi: a fronte di un valore del mercato finanziario mondiale pari a 200mila miliardi di dollari, tutto l’oro depositato presso le banche mondiali e l’Fmi arriva forse a 1800 miliardi. Il rischio di insolvenza non può che essere ripagato promettendo tassi di interesse più alti. Solo così il capitale torna a rifluire verso il mercato del debito.

Dal 2010 le banche italiane ad esempio hanno raddoppiato i titoli di Stato nel proprio portafoglio, arrivando a detenere 200 miliardi di euro di debito italiano. L’hanno fatto perché i tassi convenivano. E convenivano perché i titoli erano rischiosi. Ora lamentano perdite e chiedono l’intervento dello Stato. Ancora più indebitato, lo Stato paga maggiori interessi. I titoli di Stato, specialmente a breve, diventano così estremamente convenienti. Il problema rimbalza nuovamente sulle banche: perché tenere capitali in banca se non viene garantito almeno lo stesso livello di interessi dei titoli di Stato?

Ogni cura diventa così la nuova malattia. L’Euro doveva essere una barriera contro la speculazione. La perdita di competitività di un’economia rispetto ad un’altra si riflette normalmente nelle fluttuazioni delle monete, all’interno delle quali si può inserire il gioco speculativo. Ma nella misura in cui esiste la moneta unica, tale processo si è riflesso nel differenziale – lo spread – tra le obbligazioni tedesche e del resto d’Europa. Ogni aumento di 100 dello spread determina un rincaro di 20 miliardi di tassi di interesse per l’Italia. Basta considerare che era di 153 a giugno e ha toccato quota 393.

La nuova soluzione viene ora individuata nella creazione degli Eurobond, con la fusione del debito europeo in un unico mercato obbligazionario. La solidità della Germania garantirebbe la fragilità degli altri paesi, senza risolvere il problema di fondo. Nel 2008 il crack finanziario velocizzò il crollo della produzione nel 2009. Oggi l’economia reale sta appena iniziando la nuova discesa. Il picco negativo è probabilmente di fronte a noi, non dietro. In caso di salvataggio della Spagna e dell’Italia, la Germania vedrebbe un aggravio del debito pari al 30% del Pil. Peggiorerebbe la sua posizione debitoria e con essa il valore degli Eurobond.

Il bilancio dello Stato riflette il funzionamento dell’intero sistema. È impossibile modificare l’uno senza prima abbattere il secondo. Il cappio che lega milioni di persone alla finanza deve essere reciso e il pagamento del debito deve essere rifiutato, senza indennizzo, salvo per quei piccoli risparmiatori che detengono poco meno del 5% del debito totale.

http://www.marxismo.net/crisi-ecomonica/il-debito-publlico-non-ci-appartiene

 

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