Per il partito di classe (II mozione – VIII Congresso PRC – tratto da Marxismo.net)

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A partire dal 2008 abbiamo visto aprirsi una voragine nella rappresentanza e nell’espressione organizzata dei lavoratori nel nostro paese. La scomparsa della sinistra dal parlamento per la prima volta dal 1892 è stata solo l’espressione più clamorosa di questo vuoto, che in realtà si era già creato nei due anni di governo Prodi con la completa incapacità della sinistra di affermare gli interessi di classe all’interno di una coalizione dominata da politiche confindustriali sul piano interno e filo-atlantiche sul piano internazionale.

Non è scomparsa tuttavia la militanza di sinistra, che in questi anni ha continuato a cercare terreni sui quali esprimersi, né tantomeno è scomparso il conflitto sociale, tornato a farsi sentire con forza crescente. Neppure il Prc è scomparso, a dispetto delle scissioni e dell’abbandono di una parte della propria militanza, ha mantenuto un patrimonio di forza organizzata. In quale direzione investire questo prezioso e unico patrimonio del nostro partito è il tema di questo congresso.

2. “Pomigliano non si piega!” e la ripresa del movimento di massa.

Immediatamente dopo la sconfitta elettorale 2008 la questione della rappresentanza di classe è stata percepita soprattutto in forma negativa. La cancellazione dal parlamento, la vittoria elettorale delle destre e lo choc prodotto dalla crisi, che pareva stordire i lavoratori e minarne la capacità di resistenza, facevano prevalere nella nostra militanza e in generale nella sinistra letture pessimiste. Si teorizzava lo “sbocco a destra” della crisi, l’atomizzazione sociale e una “lunga marcia nel deserto” per la sinistra. Al tempo stesso il vuoto e lo sbandamento politico lasciavano spazi per tentativi populisti di varia natura. Forze estranee al movimento operaio come l’Idv tentavano di accreditarsi una funzione di “tutela” degli interessi operai attraverso una demagogia di stampo vagamente peronista.

Dopo il 2009 la questione si è posta in modo positivo, grazie al risveglio del conflitto di classe nei luoghi di lavoro e in primo luogo fra i metalmeccanici. Se la Innse nel 2009 è stato un primo annuncio, lo scontro frontale apertosi nel gruppo Fiat e poi a cascata in tutto il settore metalmeccanico e anche in altre categorie, con la firma di accordi separati riguardanti oltre sette milioni di lavoratori, ha posto al centro la questione del conflitto operaio e delle sue espressioni sindacali e politiche. Il 16 ottobre 2010 la risposta di massa all’appello della Fiom ha dimostrato come il conflitto operaio potesse essere il punto di raccolta di tutti i movimenti di lotta che attraversano il nostro paese. Questo si è confermato nei giorni del referendum di Mirafiori e dello sciopero metalmeccanico del 28-29 gennaio 2011. Oggi è chiaro che anche nel nostro paese, come in Grecia, Spagna, Gran Bretagna, all’ordine del giorno non dobbiamo mettere il ripiegamento di fronte a una destra egemonica, ma il dispiegarsi del conflitto di classe al livello più alto. Questo si deve in primo luogo alla capacità di settori operai di farsi carico, in quasi totale solitudine, dell’intero peso dello scontro come dimostrato dalla svolta di Pomigliano e dalle sue successive ricadute.

I mesi successivi hanno mostrato l’ampiezza e l’articolazione del fronte del conflitto, dagli studenti del 14 dicembre fino al movimento per l’acqua pubblica e agli scioperi generali del 6 maggio e 6 settembre 2011, alla grande manifestazione del 3 luglio in Val Susa, la ripresa del movimento degli immigrati con la lotta di Milano e Brescia e con vertenze operaie, in particolare nel settore della logistica, nelle quali le rivendicazioni strettamente sindacali si sono intrecciate con una forte affermazione della soggettività dei lavoratori migranti, espressa anche nella lotta di Nardò.

La sintesi più accurata di questo processo è la seguente: per la prima volta da 30 anni, ossia dalla sconfitta della Fiat del 1980, nel nostro paese si può produrre un movimento di massa che veda al centro una chiara discriminante di classe, e la classe lavoratrice come suo architrave ed elemento egemonico.

3. Miseria dell’elettoralismo

Centrale è quindi il modo come il nostro partito si pone di fronte a questi sviluppi. A dispetto delle decisioni assunte nel documento conclusivo del Congresso di Chianciano (alternatività strategica al Pd, ricostruzione del partito “in basso a sinistra”, immersione nel conflitto sociale), negli ultimi due anni la discussione del gruppo dirigente è stata completamente dominata da un solo punto: come garantire al Prc una rappresentanza istituzionale che permettesse di “rientrare nei giochi”. Tutte le scelte e discussioni fondamentali sono state condizionate da questo solo punto. Come sottoprodotto, ognuna delle componenti presenti nell’attuale maggioranza del partito è stata guidata dalla priorità di posizionarsi nel conflitto interno al partito per poter beneficiare del poco di rappresentanza istituzionale che rimane e di una futura auspicata presenza parlamentare (oltre che delle strutture di partito).

Si sono così generate dinamiche di divisione e ricomposizioni all’interno delle correnti che reggono la “gestione unitaria” e successivamente anche della Federazione della sinistra, in un conflitto permanente a somma zero che ha mortificato ogni tentativo di fare uscire il partito e soprattutto i suoi militanti dalle secche nelle quali era entrato. Rompere questa gabbia è il primo compito del dibattito congressuale.

4. Quale lettura della crisi

L’analisi della crisi capitalistica, delle sue conseguenze e delle risposte che genera nei diversi settori della società costituisce il punto qualificante per determinare il carattere di una opzione politica.

La crisi esplosa nel 2007 vede sommarsi la classica crisi ciclica che, a dispetto di tutte le teorizzazioni degli anni ’90 e 2000 rimane anche nell’epoca attuale una caratteristica ineliminabile del sistema capitalista, con un cambiamento di fase che va al di là del semplice ciclo boom-recessione. Stiamo quindi parlando di un passaggio d’epoca nel quale entrano in crisi e si modificano in maniera profonda non solo determinati indicatori economici, ma i rapporti tra le classi, i rapporti internazionali, l’intero equilibrio capitalistico.

Lungi dall’essere una crisi finanziaria, essa nasce dalla gigantesca sovrapproduzione o sovracapacità produttiva accumulata nei due cicli precedenti (1991-2000; 2001-2007), rinviata per alcuni anni grazie all’enorme espansione del debito e della finanza e dal rilancio del saggio di profitto che su scala mondiale si avvantaggiava dell’espansione asiatica (entrata nel mercato di milioni di lavoratori a bassi salari) e del basso prezzo delle materie prime ottenuto in primo luogo grazie al riaffermarsi dell’egemonia dell’imperialismo Usa dopo il 1991. La relativa pace sociale, l’abbattimento delle barriere commerciali, la ulteriore penetrazione in aree del mondo in precedenza parzialmente sottratte al dominio del mercato mondiale grazie ai processi rivoluzionari del periodo post-coloniale e ai diversi rapporti di forza su scala mondiale, l’apertura cinese al capitalismo e al mercato, sono alcuni dei fenomeni che hanno accompagnato e rafforzato il ciclo ascendente.

Proprio l’aver procrastinato l’esplosione di una crisi di questo genere, in particolare dopo la crisi del 2001, con politiche monetarie espansive oltre ogni limite (si ricordi la “irrazionale esuberanza” citata dall’allora governatore della Federal Reserve Alan Greenspan che pure ne fu uno dei principali responsabili) ha causato infine il suo carattere generalizzato e la portata destabilizzante su scala globale.

Seppure questi concetti siano patrimonio largamente diffuso nella sinistra, esiste una evidente contraddizione tra l’analisi della crisi, definita “sistemica”, “strutturale”, ecc. e le risposte che vengono messe in campo.

La crisi produce anche la critica del sistema, tuttavia ciò non è sufficiente di per sé a determinare uno sbocco alternativo. Esiste una critica interna alla classe dominante, volta a trovare misure che ristabiliscano l’equilibrio perduto; esiste una critica che proviene da settori di ceto medio, piccola impresa, piccola borghesia, che si caratterizza sempre più per il suo carattere rabbioso ma anche impotente a indicare soluzioni credibili. Non esiste, ad oggi, una chiara e coerente posizione antisistema, che può essere espressa solo dal movimento operaio.

Al di là delle spiegazioni “popolari” che ne cercano le cause negli “eccessi” della finanza e nella “mancata regolazione” dei mercati, è la stessa borghesia ad individuare con determinazione inflessibile il punto centrale e inaggirabile per rilanciare l’accumulazione, ossia la lotta per la diversa ripartizione della giornata lavorativa tra lavoro e capitale; la lotta per l’incremento del plusvalore assoluto e relativo, per l’estensione della giornata e della vita lavorativa, per l’intensificazione della prestazione di lavoro. Il modello Marchionne non è solo la risposta di un capitalismo relativamente debole quale è quello italiano, ma una lucida interpretazione delle necessità vitali del sistema. Lavorare più ore nella settimana, più anni della vita, più intensamente e per un salario minore: questo il semplice nocciolo della risposta al problema di ricostituire la profittabilità del capitale investito.

5. L’illusione tardo keynesiana

L’intervento statale in forma di socializzazione delle perdite del sistema finanziario e di salvataggio di gruppi industriali è diventato una realtà a partire dal 2008. Tuttavia sarebbe errato vedere in ciò un abbandono del cosiddetto neoliberismo. Non a caso si è parlato, a proposito del salvataggio delle banche, di “socialismo dei ricchi”.

Indubbiamente esistono settori della classe dominante che si rendono conto della necessità di introdurre alcuni correttivi e di rinunciare a qualcosa in nome dell’interesse generale (borghese). Non deve stupire quindi che i Montezemolo o i Profumo parlino di imposta patrimoniale o di riequilibrare il sistema fiscale. Tuttavia sarebbe esiziale confondere queste posizioni, dettate dal tentativo di ricostruire l’equilibrio di un sistema completamente destabilizzato, con la possibilità di un terreno di incontro, sia pure temporaneo, fra gli interessi dei lavoratori e quelli di un settore borghese, magari in nome della “produzione” contro la “finanza”, rischiando di attribuire patenti di progressismo a demolitori dei diritti dei lavoratori come accadde a Bertinotti nei confronti di Marchionne. Da sempre, e oggi più che mai, l’“interesse generale” è l’interesse dell’insieme della borghesia, e i sacrifici per sostenerlo ricadono inesorabilmente su chi lavora.

Nella sinistra riformista è oggi egemone l’idea che si tratti semplicemente di orientare diversamente tali masse di denaro pubblico affinché ne scaturiscano effetti benefici per i lavoratori e i ceti popolari. Analogamente si propongono misure la cui logica ispiratrice è quella di un ritorno indietro nel tempo: una tassazione un po’ più equa, una certa regolamentazione e limitazione della finanza, un accordo internazionale sulle valute, una maggiore attenzione all’economia reale, un freno alle disparità sociali eccessive, maggiori strumenti di intervento degli Stati nell’economia… in sostanza un tentativo di ritornare agli anni d’oro del boom economico postbellico e delle classiche politiche keynesiane.

Si tratta di una utopia illusoria e pericolosa al tempo stesso. Illusoria, perché non tiene conto delle circostanze che resero possibile quella determinata fase storica del capitalismo; pericolosa, perché proponendo al movimento operaio di accodarsi a questo o quel settore “riformatore” del sistema apre in realtà lo spazio, questa volta sì, al rischio concreto che di fronte all’inevitabile fallimento di questi tentativi, siano in una fase successiva le forze di destra ad avanzare la propria egemonia basandosi sulla disillusione dei lavoratori e sulla disgregazione sociale.

Peraltro data l’esplosione dei debiti pubblici negli ultimi tre anni, né negli Usa, né in Europa è pensabile un rilancio di politiche classicamente keynesiane, per le quali non esistono le risorse (dato l’enorme indebitamento pubblico e privato), né tantomeno la volontà politica. Passi in questa direzione potrebbero essere effettuati solo come sottoprodotto di un conflitto di classe che raggiunga livelli tali da mettere a rischio il potere della classe dominante. Non a caso nel mondo di oggi le uniche nazionalizzazioni di carattere effettivamente progressivo, sia pure incomplete e limitate, si sono date in quei paesi latinoamericani investiti da processi rivoluzionari quali Bolivia e Venezuela.

6. Europa

Nell’ambito di una crisi che è mondiale, la situazione europea vive la peculiarità della moneta unica, che lungi dal porci “al riparo dalla crisi”, come si teorizzava al tempo della sua creazione, si è dimostrata uno strumento che, con la sua rigidità estrema, ne ha amplificato gli effetti. Su basi capitalistiche è impossibile unire sistemi economici che vanno in direzioni diverse; senza rompere le compatibilità del sistema l’Unione europea non può essere altro che un club di capitalisti dominato dalle banche e dai grandi monopoli degli Stati membri a partire dai più forti. È inevitabile che paesi deboli, sicuramente la Grecia e forse altri, siano costretti ad un determinato momento a fallire e in via ipotetica ad abbandonare la moneta unica. Se l’uscita di alcune economie periferiche quali Grecia, Portogallo e Irlanda è plausibile, un processo analogo in Italia, per il suo peso relativo nell’Unione, causerebbe di fatto la fine dell’Euro come moneta continentale e forse il suo abbandono definitivo.

Una parte della classe dominante tenta di scongiurare questa ipotesi proponendo una maggiore integrazione delle politiche economiche europee e la creazione di titoli europei (Eurobond) che contribuiscano ad alleviare le tensioni sui paesi più deboli. Queste proposte sono ovviamente più popolari nei paesi sotto attacco speculativo e in generale vengono fatte proprie dai partiti socialisti, che costituiscono una delle forze trainanti del processo di integrazione dell’Europa capitalista.

La nostra posizione deve essere esattamente opposta: qualsiasi tentativo di maggiore integrazione su basi capitalistiche non può che tradursi, come già sta accadendo, in attacchi concentrati contro il movimento operaio e contro ciò che rimane dello Stato sociale, in una austerità permanente, in una gestione sempre più autoritaria di politiche di privatizzazione e saccheggio delle risorse pubbliche. D’altra parte l’accumulo di contraddizioni a livello dei debiti sovrani e delle istituzioni europee fa sì che questo fronte generalizzato di attacchi alle condizioni di vita delle masse lavoratrici incontri la resistenza e la disponibilità alla mobilitazione da parte di movimenti che possono assumere un respiro continentale, come ha dimostrato il modo in cui i movimenti in Spagna e in Grecia si sono ispirati reciprocamente.

7. Il Meridione affonda

La crisi ha avuto effetti devastanti al Sud. Secondo il rapporto Svimez pubblicato nel luglio 2010, il Pil del Meridione è tornato ai livelli di 10 anni fa. Gli investimenti industriali nel 2009 sono crollati del 9,6%. È un Sud abbandonato, non solo dai privati ma anche dallo Stato.

I Fondi Aree Sotto Utilizzate (Fas) sono stati tagliati nel dicembre 2008 per 12 miliardi e 900milioni, su un totale previsto di 64 miliardi nella finanziaria 2007. Ulteriori tagli sono stati confermati nel 2009 e nel 2010. I fondi sono stati dirottati a coprire i buchi della spesa ordinaria, soprattutto della sanità. La realtà, taciuta dalla propaganda leghista, è quella di una diminuzione del trasferimento delle risorse al meridione.

La percentuale destinata alle otto regioni del Sud sul totale della spesa in conto capitale (investimenti pubblici e risorse destinate alle imprese) è passata dal 40,4% del 2001 al 35,3% del 2007. La spesa in conto capitale è passata dal 2001 al 2006 da 21 a 22,2 miliardi di euro al Sud mentre nel resto del paese si è passati da 31 a 38,2 miliardi di euro. La spesa per le infrastrutture sociali nel decennio 1998-2008 è stata del 20% inferiore alla media nazionale.

Degli investimenti statali, la componente che va agli incentivi alle imprese è considerevole. È più di un terzo del totale al Sud, mentre al Centro nord è pari a un quinto. Lo Stato quindi non solo ha diminuito le risorse per il meridione, ma una parte importante di queste risorse vengono dirottate verso i privati.

Il numero di occupati è tornato a livelli del 2000. Due terzi dei posti di lavoro persi negli ultimi due anni sono al Sud. Fatto pari a 100 il reddito medio nazionale, il Sud si ferma al 77, contro il 112 del centro-Nord, con punte del 71 in Calabria e Sicilia. Quasi un meridionale su tre è a rischio povertà. In termini assoluti, questo significa che nel Mezzogiorno ci sono oltre 6milioni e 800mila persone indigenti.

Tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Ricordiamo che nel 2009 la popolazione residente al sud si attestava sui 20,8 milioni di abitanti (Svimez, rapporto 2010).

Questo abbandono del meridione, che è responsabilità esclusiva delle classi dominanti (del Sud e del Nord) produce effetti politici e sociali. Solo per elencare le più importanti: le lotte della giovane classe operaia, da Pomigliano a Melfi fino al Porto di Gioia Tauro, passando per Portovesme, ma anche le rivolte popolari contro i rifiuti in Campania e le discariche in Calabria, fino ai movimenti di massa contro i megaprogetti al Ponte sullo Stretto e a quelli contro i radar costieri, le servitù e i poligoni militari in Sardegna.

Le navi dei veleni in Calabria, l’impossibilità di valutare perfino il quantitativo di rifiuti pericolosi che arrivano attraverso il circuito delle ecomafie, l’avvelenamento delle popolazioni riscontrato dall’Organizzazione mondiale della sanità (con aumenti fino all’84% dei casi di tumori e malformazioni) mettono in risalto le principali contraddizioni dell’attuale sistema produttivo: è sempre più evidente, infatti, che non è possibile affrontare il problema dei rifiuti senza parallelamente affrontare quello della produzione e del suo carattere privato.

Negli ultimi anni la diminuzione del trasferimento delle risorse alle regioni del mezzogiorno ha prodotto anche uno scontento crescente nelle file del centrodestra e in quei settori sociali che facevano riferimento a Berlusconi. La divisione crescente tra Nord e Sud del paese è la base concreta per tutte le ipotesi di leghe del Sud e “patti meridionalisti, spesso trasversali agli schieramenti politici, che cercano di contrattare più risorse e mantenere così saldo il blocco di potere mafioso-borghese che ha affamato il sud da un secolo a questa parte. Una prospettiva che si propone di dividere il movimento operaio su basi regionali e che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze, anche quando, come in Sardegna, siamo in presenza di una vera e propria questione nazionale. Nulla può giustificare la divisione dei lavoratori sardi con quelli dello stato italiano.

Nel contesto di crisi economica, le mafie continuano a rappresentare un settore importante dell’economia italiana: 135 miliardi di fatturato, pari al 7% del Pil, 78 di utili. Un “ramo commerciale” che genera un volume d’affari che da solo supera i 100 miliardi di euro. La ’ndrangheta fattura da sola 44 miliardi di euro, di cui 5 miliardi e 733 milioni provenienti da appalti e edilizia.

I processi descritti di deindustrializzazione, di povertà e di degrado del Mezzogiorno creano condizioni favorevoli alle mafie per potersi impadronire di manovalanza e estendere il giro d’affari, come dimostrano le decine di centri commerciali, di appartamenti e di edifici costruiti su ex aree industriali. Il caso della Calabria ne è l’esempio più palese: nella regione in cui il Pil pro-capite è pari solo al 54% di quello nazionale, il tasso di povertà sfiora il 25% , la disoccupazione il 27%, e le percentuali di emigrazione sono – secondo lo Svimez – pari a quelle degli anni ’50.

La militarizzazione del territorio, lanciata già a inizio anni ’90 con l’operazione Vespri Siciliani e periodicamente poi estesa ad altre regioni meridionali, non solo non è riuscita a far diminuire il controllo sociale mafioso, ma nemmeno tanto paradossalmente crea ulteriori affari (approvvigionamento e logistica dei corpi militari) e viene utilizzata in realtà come arma a difesa degli interessi statali e privati.

La profonda crisi del Mezzogiorno e il tentativo di trasformare il territorio in una discarica a cielo aperto produce rivolte come quelle che abbiamo visto in questi anni a Terzigno, Acerra, Scanzano. È nostro obiettivo intervenire nelle future esplosioni sociali per offrire al movimento una espressione politica organizzata.

Questo sbocco è stato nel passato in gran parte impedito dalla nostra prolungata partecipazione alle giunte regionali di centrosinistra (Campania, Basilicata, Calabria) individuate dai movimenti come responsabili dirette del disastro sociale ed ambientale di cui è vittima il Mezzogiorno. La stessa partecipazione da parte nostra alla giunta de Magistris a Napoli andrà misurata in funzione di questo criterio, di non entrare in contraddizioni con i nostri referenti sociali e di classe.

8. Un movimento internazionale

I movimenti di massa che hanno rovesciato i regimi in Egitto e Tunisia sono stati una fonte diretta di ispirazione e di “contagio” anche per le mobilitazioni in Europa. Assistiamo alle prime fasi di un nuovo movimento internazionale che può scuotere gli assetti stabiliti per decenni. Se nello scorso decennio i processi rivoluzionari erano essenzialmente concentrati nel continente latinoamericano, oggi questi si avvicinano rapidamente alla nostra parte del mondo. L’idea della rivoluzione non è più confinata a un mondo lontano nello spazio o nel tempo.

La “primavera araba” ha una volta di più confermato che nessun regime può resistere a un movimento di massa che coinvolga i lavoratori e i gli strati più oppressi una volta che questi siano determinati a portare la loro lotta fino alle ultime conseguenze. Il movimento si è diffuso con un “effetto domino” che ha spiazzato anche le diplomazie dei paesi imperialisti, colte completamente alla sprovvista. Con l’intervento in Libia la Nato è riuscita a introdurre un cuneo nella regione, così come sta tentando di fare la Turchia. Dobbiamo quindi rifiutare qualsiasi sostegno alla logica dell’“intervento democratico” sostenuto con forza dal Pd e in particolare dal presidente della Repubblica.

E’ quanto mai significativo il fatto che il movimento egiziano sia stato preso a riferimento anche simbolico (“piazza Tahrir”) in numerosi paesi europei e persino negli Usa. E in effetti stiamo parlando di un unico processo, per quanto articolato, che si sviluppa su scala internazionale. Il risveglio non ha toccato solo la Grecia o i paesi mediterranei, fondamentale è segnalare l’esplosione del movimento giovanile e operaio in Gran Bretagna, con una discesa in campo di giovani e giovanissimi a partire dal movimento studentesco dello scorso anno, che ha fatto da detonatore anche per l’inizio di una mobilitazione sindacale di grande significato.

Va rilevato come ad oggi l’arco delle forze socialiste e di centrosinistra in Europa si sia schierato senza fratture significative sulla linea dell’austerità e della rigida osservanza delle direttive della Bce e dell’Unione europea, gestendo in prima persona laddove governa (Grecia, Spagna) o ha governato fino a poco fa (Portogallo) i piani di austerità.

9. La logica di un programma di alternativa

Il programma necessario per contrapporsi alle varie ipotesi di ristrutturazione interne al sistema deve assumere la logica del programma transitorio, ossia del legame tra i livelli di coscienza e di mobilitazione che si esprimono oggi nel nostro paese e su scala internazionale, e la necessità di una prospettiva di superamento del sistema. Dobbiamo cioè rifiutare l’idea di dividere il nostro programma in due parti, la prima fatta di “realistiche proposte” accettabili da un ampio arco di forze, la seconda di rivendicazioni generali, relegate a una non meglio definita fase successiva.

Oggi sono tre i punti centrali rispetto alle mobilitazioni che si stanno producendo:

1) La questione del debito

2) Le crisi industriali e in generale la crisi occupazionale

3) La questione dei diritti del lavoro e la prospettiva di una vita di precarietà permanente.

Grida vendetta al cielo il fatto che mentre la destra si attrezza a rispondere alla crisi sul suo terreno, non esista ancora una seria piattaforma programmatica di sinistra capace di parlare al movimento in campo e di cogliere la sua radicalità, sintetizzata dalla parola d’ordine “non pagheremo la vostra crisi”.

Il nostro partito deve essere identificato come il partito del pubblico, delle nazionalizzazioni, del controllo dal basso, da parte dei lavoratori organizzati e degli strati popolari di quelle risorse che ieri, nella fase del liberismo trionfante, venivano massicciamente spostate dal basso verso l’alto e oggi vengono nuovamente dirottate dallo Stato a beneficio di coloro che sono i primi responsabili della crisi.

Il tema della nazionalizzazione delle principali leve dell’economia (sistema bancario, settori strategici dell’industria, delle comunicazioni, della grande distribuzione, del patrimonio immobiliare) diventa rapidamente comprensibile a milioni di persone di fronte al dilagare di licenziamenti, crisi, chiusure aziendali e al tentativo di rilanciare in grande stile le privatizzazioni.

Ci limitiamo ad indicare un pacchetto rivendicativo generale che andrà sviluppato con una discussione approfondita nel movimento oltre che nelle nostre fila:

1) Forte tassazione progressiva dei patrimoni e delle grandi rendite.

Il debito è stato fatto dai padroni e dai banchieri perchè per loro a differenza dei comuni mortali il debito non è fonte di perdita ma di guadagno. Attraverso la leva del debito in 20 anni sono riusciti a dirottare 8 punti di Pil da salari e pensioni verso la rendita e il profitto. Facciamo nostra la parola d’ordine del movimento greco: noi il debito non lo paghiamo! Verranno indennizzati solo i piccoli risparmiatori.

2) Blocco delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni del patrimonio industriale del paese. Nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle fabbriche che minacciano la chiusura. Blocco dei licenziamenti.

3) Difesa ad oltranza dei beni comuni che devono essere pubblici sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini.

4) Nazionalizzazione delle banche, delle immobiliari, delle finanziarie e delle compagnie assicurative sotto il controllo e la gestione democratica dei lavoratori. Le banche devono essere utilizzate nell’interesse generale della società. Vanno indennizzati solo i piccoli azionisti. La nazionalizzazione delle banche è l’unico modo per garantire risparmi e depositi della gente comune. Vista l’importanza strategica di Cassa Depositi e Prestiti il nostro no a qualsiasi ipotesi di privatizzazione di Bancoposta deve essere netta. Si blocca tale privatizzazione salvaguardando l’unicità di Poste Italiane.

5) Ritiro dell’articolo 8 e difesa dell’articolo 18 esteso a tutti i lavoratori. Abolizione del pacchetto Treu, della legge 30 e di tutti i dispositivi che in questi anni hanno precarizzato il mondo del lavoro. Abolizione della Bossi-Fini e di tutte le leggi contro gli immigrati, diritti di cittadinanza per tutti.

6) Ritiro dei progetti delle cosiddette Grandi Opere: Tav e ponte sullo stretto per prime, ma anche progetti quali il Terzo valico e la gronda autostradale in Liguria.

7) Su queste basi sarebbe possibile raddoppiare i finanziamenti per il welfare, l’istruzione, la sanità che devono rimanere pubblici sotto un controllo democratico e partecipato.

8) Abolizione dei finanziamenti alle scuole e alla sanità privata e dei privilegi per la Chiesa cattolica (dall’8 per mille all’esenzione dell’Ici).

9) No agli aumenti dell’età pensionabile, ritorno a un sistema pensionistico pubblico, universale e basato sul sistema retributivo. Scorporo di previdenza e assistenza (quest’ultima deve passare in carico alla fiscalità generale) e riassorbimento delle forme di previdenza integrativa nel sistema pubblico.

10) Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario.

11) Ripristino della scala mobile. I sindacati e le associazioni dei consumatori devono elaborare l’effettivo indice per calcolare l’inflazione reale.

12) Per un piano idrogeologico pubblico dedito alla tutela del territorio, alla costruzione di infrastrutture ecocompatibili e la riconversione energetica (energie alternative).

13) Salario minimo intercategoriale (Smi) fissato per legge indicizzato all’inflazione: non si lavora per meno di 1000 euro netti al mese, quale che sia la tipologia contrattuale.

14) Salario minimo garantito per disoccupati ai due terzi dello Smi.

15) Reintroduzione dell’equo canone (affitto delle case non superiore al 20% del salario), esproprio delle case sfitte in mano alle grandi immobiliari e costituzione di un piano di lavori pubblici teso alla difesa del patrimonio immobiliare pubblico (case popolari, scuole, ospedali, strade, ecc.)

16) Tutela dell’occupazione femminile, paga uguale per pari mansione, corsi professionalizzanti, tutela della maternità, per il diritto alla continuità lavorativa.

17) Socializzazione del lavoro domestico, attraverso un piano di investimenti pubblici in mense popolari, lavanderie pubbliche, asili nido, ecc, che dia occupazione e allo stesso tempo liberi le donne dal cosiddetto “doppio turno”.

Questo programma implica una prospettiva di rottura dei vincoli imposti dall’Unione europea: trattato di Maastricht, Patto di stabilità, Trattato di Lisbona, statuto della Bce ecc., fino ai recenti accordi relativi alla gestione delle crisi debitorie (Patto euro plus). All’Unione europea del capitale contrapponiamo una libera e volontaria federazione socialista dei popoli europei.

10. Quale battaglia per i “beni comuni”

La vittoria dei referendum sull’acqua pubblica ha segnalato in modo dirompente come oggi possa essere maggioritaria la prospettiva di una economia pubblica e il rifiuto dell’ondata privatizzatrice che per trent’anni ha segnato non solo l’economia, ma anche la coscienza diffusa. Di qui l’urgenza di una precisa posizione da parte nostra rispetto al dibattito che ha attraversato il movimento per l’acqua.

Si ripropone un dibattito che ha attraversato tutti i movimenti a partire dal 2001 passando per il movimento in difesa della scuola e dell’università pubblica, numerose lotte ambientali, ecc., all’interno dei quali ampi settori hanno abbracciato la posizione che la difesa dei “beni comuni” possa portare ad immaginare la crescita di un settore dell’economia “né pubblico né privato”, ma “oltre” queste forme. Si tratta di una posizione radicale nella critica ma inconsistente nella proposta, ovvero nell’illusione che si possa semplicemente “aggirare”, “ignorare” o “disperdere” il potere della classe dominante (tanto quello economico quanto quello politico e statale). A questa si legano le proposte sul reddito sociale nella loro forma “non lavorista”, ossia slegate dalla prospettiva del conflitto di classe. Seppure è indiscutibile che l’esistenza di queste diverse posizioni non precluda la possibilità di costruire fronti di lotta comune come è stato appunto nel movimento per l’acqua, è altrettanto necessario segnalare tutti i pericoli impliciti in tali posizioni.

L’illusione di potere aggirare il nodo della proprietà può aprire la strada a sviluppi assai negativi, poiché l’idea che possano esistere beni economici né pubblici, né privati all’interno di un sistema che rimane nel suo insieme dominato dal mercato e dai meccanismi capitalistici porta fatalmente o alla scomparsa, o all’assorbimento all’interno di logiche di ristrutturazione del sistema, come dimostra ampiamente la traiettoria del Terzo settore, che ha trasformato numerosissime realtà di volontariato in vere e proprie incubatrici di processi di privatizzazione all’interno delle logiche della sussidiarietà e del “privato sociale” funzionali ai processi di smantellamento dello Stato sociale, oltre che spesso luogo di supersfruttamento e precarizzazione dilagante dei lavoratori.

L’unico sviluppo coerente della lotta per i beni comuni è nella rivendicazione della proprietà pubblica e del controllo dei lavoratori e dei cittadini su aziende nazionalizzate. Anche qui ci aiuta l’esperienza latinoamericana, dove non a caso le punte più avanzate dei movimenti di occupazione di aziende chiuse o sottoutilizzate si sono orientate alle parole d’ordine della nazionalizzazione, del controllo operaio e al tentativo di costruire forme consiliari di organizzazione. È su questa prospettiva che dobbiamo intervenire nel dibattito attorno alla proposta di Costituente dei beni comuni: una proposta che può costituire un significativo passo avanti se indirizza alla creazione di un fronte più ampio di lotta per la ripubblicizzazione di tutti i settori privatizzati in questi vent’anni e capace di promuovere la costruzione di strumenti di controllo operaio sulle aziende pubbliche, sulle reti strategiche (energia, telecomunicazioni, acqua), in una parola di inserire la lotta per i beni comuni in una prospettiva di classe e anticapitalista.

Decisiva è la mobilitazione che si sta portando avanti in Val Susa contro il Tav. Un movimento nato per difendere un “bene comune” e che velocemente ha saputo fare un salto di qualità sia nel livello di partecipazione e nella capacità di fare egemonia, sia nella consapevolezza delle dinamiche che rendono fondamentale per la borghesia italiana la costruzione di questa come di altre opere. A chi ha portato e porta avanti coerentemente questa vertenza è chiaro “chi ci guadagna” e “chi ci rimette”. In questa consapevolezza diffusa è presente, a livello embrionale o conscio a seconda dei soggetti, il carattere di classe del movimento. Il nostro compito è far emergere questo carattere e dargli una forma compiuta. Ma anche in questo campo la nostra ambiguità è stata un freno al radicamento in una lotta e un contesto di grande potenzialità per un partito comunista. Da un lato i compagni attivi nella valle, presenti fin dall’inizio e che hanno contribuito in maniera spesso decisiva allo sviluppo del movimento. Dall’altro un continuo rincorrere il centro sinistra e il Pd, convinti sostenitori dell’opera e in prima linea nel chiedere la massima repressione del movimento, a livello istituzionale. Lo spazio guadagnato dal Movimento cinque stelle e da Grillo è anche conseguenza di questa ambiguità. Anche in questo contesto non è sufficiente la presenza del segretario nazionale ad una o più manifestazioni in valle. È necessaria una chiara collocazione nel conflitto e all’opposizione di tutti coloro che sostengono la costruzione dell’opera. Solo così potrà essere messo a frutto il lavoro dei nostri compagni in termini di radicamento, influenza politica e militanza.

In assenza di questa prospettiva, la proposta della costituente rischia di ripetere l’esperienza dei Social Forum del 2001-2002, capaci nella fase ascendente del movimento di aggregare una partecipazione di massa, ma poi rapidamente burocratizzati e svuotati dalla logica di mediazione di vertice fra le varie componenti presenti al loro interno, nessuna delle quali si dimostrò disposta a costruire forme autentiche di democrazia nel movimento.

11. Per il partito di classe

Lo scarto che dobbiamo superare riguarda anche la debolezza del nostro partito, la sua perdita di consistenza, credibilità e radicamento, e la urgente necessità di ricostruire una autentica rappresentanza di classe nel nostro paese. La risposta a questo punto decisivo non risiede nelle alchimie organizzative che da oltre un decennio hanno infestato il dibattito della sinistra, ma nell’assunzione di una prospettiva generale da fare vivere all’interno di tutti i contesti nei quali operiamo, a partire dai movimenti di massa.

La crisi che ha investito il movimento operaio deve quindi trovare una risposta teorica, ma anche la proposta di un percorso di costruzione credibile. A nostro avviso esistono forze di molto superiori a quelle ad oggi organizzate nel Prc che possono essere mobilitate attorno alla costruzione del partito di classe. Ossia: i quadri della classe che sostengono il conflitto nei suoi momenti più avanzati sono anche quelli che devono farsi carico della costruzione di una forza politica all’altezza delle loro necessità; in assenza di ciò, il conflitto verrà inquadrato nell’alveo dell’alternanza di governo come è stato negli anni ’90 e 2000. È in questa direzione che proponiamo di investire tutte le forze organizzate oggi nel nostro partito.

Storicamente in più occasioni, in presenza di una crisi profonda delle organizzazioni di classe, sono stati appunto attivisti d’avanguardia a farsi carico della costruzione di organizzazioni che potessero dare espressione politica al movimento operaio; senza volere proporre modelli, abbiamo presente situazioni quali il Pt brasiliano, il Psuv venezuelano, la stessa storia del partito comunista in Italia ai suoi albori, che seppe fondare la sua battaglia su quanto di meglio era stato espresso dal movimento operaio nel Biennio Rosso. Ci sentiamo di riproporre le parole di Gramsci pochi mesi prima della fondazione del Pcdi come un utile orientamento:

ì(…) Noi abbiamo sempre ritenuto che dovere dei nuclei comunisti esistenti nel Partito (socialista – NdR) sia quello di non cadere nelle allucinazioni particolaristiche (problema dell’astensionismo elettorale, problema della costituzione di un partito “veramente” comunista) ma di lavorare a creare le condizioni di massa in cui sia possibile risolvere tutti i problemi particolari come problemi dello sviluppo organico della rivoluzione comunista. Può infatti esistere un partito comunista (che sia partito d’azione e non accademia di puri dottrinari e di politicanti, che pensano “bene” e si esprimono “bene” in materia di comunismo) se non esiste in mezzo alla massa lo spirito di iniziativa storica e la aspirazione all’autonomia industriale che devono trovare il loro riflesso e la loro sintesi nel Partito comunista?” Ravvisiamo in queste righe il nesso fra le battaglie che segnarono la nascita dei Consigli di fabbrica, ossia una delle esperienze rivoluzionarie fondamentali nella storia del movimento operaio italiano, con la creazione del partito rivoluzionario allora incarnato dal Partito comunista d’Italia e un indispensabile richiamo alla connessione tra forma e contenuto, tra movimento reale di massa e le sue espressioni organizzate.

12. Le forze disponibili

Al di fuori del nostro partito, queste forze esistono oggi: nella Fiom; nella sinistra Cgil; in un settore dei sindacati di base; in un settore delle scissioni di sinistra del Prc; nel movimento in difesa della scuola pubblica e dei beni comuni; queste forze inoltre si allargheranno significativamente in base all’onda crescente che a partire dalle elezioni amministrative e dai referendum della primavera di quest’anno, che porta migliaia di persone e in particolare di giovani verso la partecipazione politica attiva.

Il punto non è fare una sommatoria, ma indicare il conflitto di classe come fulcro per l’aggregazione di queste forze. Non è in discussione che la classe operaia debba essere in grado di stabilire alleanze e fronti di lotta con altri settori sociali e movimenti, la questione dirimente è chi eserciterà la funzione centrale e dirigente in tale fronte. Il 16 ottobre 2010 ha mostrato almeno potenzialmente come attorno al conflitto operaio si possa costituire un fronte estremamente vasto, capace di rompere gli equilibri del bipolarismo di liberarsi della tutela del Pd innanzitutto sul piano ideologico e programmatico. È quello il modello da perseguire.

13. Rappresentanza operaia o rappresentanza burocratica?

Il livello di coscienza e combattività crescenti dimostrato in tante mobilitazioni degli ultimi anni non trova quindi riferimenti credibili in alcuna forza politica nella sinistra italiana. Il partito di Pomigliano, il partito di Fincantieri oggi non esiste. È tutto da costruire; le lotte sono più avanti delle organizzazioni: questa è la nuda realtà. Non a caso la Fiom si è trovata a svolgere un ruolo di riferimento politico al di là della semplice battaglia sindacale, come manifestato chiaramente nella piazza del 16 ottobre e nello sciopero del 28 gennaio.

Tale questione è dominante nella coscienza di tutti i settori più avanzati del movimento, in particolare di quelli che sono stati in prima fila protagonisti delle mobilitazioni di questi anni. Quale sindacato, quale partito, quale programma possono esprimere in forma compiuta le istanze che si sono manifestate negli scioperi e nelle piazze?

Il problema si pone in forma speculare anche negli apparati sindacali privi di riferimenti e “copertura” politica. La lettura burocratica di questo problema storico porta a scelte di fiancheggiamento o costruzione di “coalizioni” che hanno assunto la forma di una struttura quale “Uniti contro la crisi”, il rapporto di una parte del gruppo dirigente della Fiom con Sel; altre tendenze danno una risposta ancora più moderata allo stesso problema (Lavoro e libertà promossa da Bertinotti e Cofferati) che fanno il paio con l’associazione, nata dalla fusione tra Socialismo 2000 e Lavoro Solidarietà; quest’ultima propone la costruzione di un “partito del lavoro” tutto interno all’alleanza di centrosinistra.

Dobbiamo condurre una classica battaglia di egemonia su questo terreno, ossia essere la parte militante che lotta coerentemente contro queste espressioni moderate e che al problema della “rappresentanza del lavoro” risponde che essa può essere costruita solo in base a un autentico protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici e alla irriducibilità dei loro interessi alle compatibilità di un sistema in crisi.

14. No a un nuovo centrosinistra, per un polo della sinistra di classe.

La crisi protratta del governo Berlusconi nasce da due esigenze contrapposte della borghesia: da un lato non si ritiene possibile applicare il programma di lacrime e sangue dettato dai “mercati” con un governo screditato che affoga negli scandali e le cui priorità sono dettate sempre più dalle necessità di sopravvivenza di un parlamento di nominati. D’altro canto temono che una crisi di governo nel contesto attuale possa diventare ingovernabile e soprattutto temono “la piazza in rivolta”, come lucidamente paventato dall’ex ministro Pisanu.

Da qui i tentativi di una transizione il più possibile pilotata, le ipotesi di salvacondotti giudiziari per Berlusconi se accettasse di farsi da parte e i frenetici tentativi di lanciare sulla scena politica i vari Monti, Montezemolo, Profumo.

Qualsiasi alternativa deve necessariamente coinvolgere il Pd, si tratta quindi di zavorrare il più possibile tale ipotesi per garantire che il futuro governo, quale che sia, si muova rigidamente nei binari tracciati. La preferenza è quindi per una soluzione di Grande coalizione, una forma di unità nazionale che eviti elezioni immediate ma soprattutto che sia capace di blindarsi per imporre nuovi e più pesanti sacrifici ai lavoratori.

Il presidente della repubblica Napolitano è il principale interprete di questa spinta. Il Pd per parte sua ha fornito l’ennesima conferma della sua totale subordinazione agli interessi capitalistici nazionali e internazionali mettendosi a disposizione per sostenere tanto l’intervento militare in Libia e rinunciando a una seria opposizione alle manovre economiche di Tremonti. Nella crisi del berlusconismo vediamo quindi già prefigurarsi gli equilibri successivi.

La crisi politica può sfociare in coalizioni di unità nazionale o in un nuovo centrosinistra. Ma il punto fondamentale è che, quale che sia la formula politica, il programma è già dettato: il futuro governo non potrà che applicare la medesima politica di tagli, austerità, demolizione dei diritti che in tutta Europa tanto i governi di destra come quelli di centrosinistra portano avanti in maniera omogenea. Il governo Berlusconi è indubbiamente il peggior governo nella storia della Repubblica, ma il punto fondamentale per determinare il nostro orientamento è che quanto di peggio ha elaborato sul piano sociale ed economico non viene eliminato con un semplice cambio della guardia a Palazzo Chigi. Al contrario, proprio le forze borghesi che oggi sono in prima linea nel criticarne l’operato, reclamano a gran voce ulteriore rigore, flessibilità, privatizzazioni, controriforme allo Stato sociale. Il punto quindi non è solo come battere Berlusconi, ma come sconfiggere Marcegaglia, Marchionne, Napolitano, Draghi…

Significativo l’esempio di Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit in procinto di una possibile “discesa in campo” politica, propone di tagliare non 80 o 130, ma 400 miliardi di euro dal bilancio pubblico, come terapia d’urto per ridurre il debito, trovando per giunta immediato sostegno in un settore del Pd.

Nasce da queste semplici constatazioni l’esigenza imprescindibile per noi di mantenere la nostra opposizione strategica al Pd e di farci promotori di un polo della sinistra di classe con le forze che condividano questa discriminante fondamentale.

15. Sui fallimentari progetti a sinistra

Il rifiuto di assumere questa prospettiva, cioè di rompere una volta per tutte il cordone ombelicale con le varie ipotesi di “nuovo centrosinistra”, porta il dibattito a sinistra ad avvitarsi in un balletto infinito di posizionamenti e controposizionamenti (primarie, primarie di programma, aggregazioni elettorali, ecc.) che se da un lato appassiona irresistibilmente i gruppi dirigenti orfani di governi e postazioni istituzionali, dall’altro costituisce un ostacolo permanente allo sviluppo di quel conflitto di massa e radicale che, solo, può portare a sconfiggere questo governo e soprattutto ad aprire una prospettiva diversa da quelle già in gestazione nei piani alti del potere economico e politico.

Nessuna delle proposte fin qui avanzate dal gruppo dirigente per intervenire nella crisi politica ha avuto alcun esito: non la Federazione della sinistra, non la proposta di gruppi istituzionali unitari con Sel e Idv, non le diverse variazioni sul tema del fronte democratico in funzione antiberlusconiana. Da oltre due anni il Prc viene impantanato in una discussione sempre più surreale e contorta il cui unico risultato è di spostare progressivamente verso destra la linea politica: si è passati dal dichiararsi strategicamente alternativi al Pd al proporre una semplice alleanza elettorale, poi trasformata in una proposta di appoggio esterno a un eventuale governo, fino a teorizzare che oggi non potremmo assumere la stessa posizione che venne sostenuta nel 1998 (rottura col primo governo Prodi).

Le discriminanti vanno tracciate non in rapporto ad avvenimenti superficiali legati agli schieramenti elettorali, ma basandosi sugli elementi fondamentali dello scontro di classe. La prospettiva di alternanza di governo implica necessariamente il coinvolgimento del Pd e un tentativo di patto sociale con la maggioranza della Cgil. La sinistra di classe, a partire dal nostro partito, deve essere il punto di riferimento per chiunque intenda avversare questi due tentativi e mantenersi sul terreno del conflitto.

Dobbiamo batterci con coerenza contro tutti i tentativi di offuscare questa divisione e di ricondurci sul terreno di un nuovo centrosinistra. L’accordo del 28 giugno firmato da tutte le parti sociali prefigura precisamente quel tipo di sbocco, e non a caso ha avuto non solo l’entusiasta appoggio del Pd, ma ha anche messo a nudo l’ipocrisia e le contraddizioni di Sel, che tenta appunto di accreditarsi come unica sinistra capace di incidere nei processi in quanto inserita nella prospettiva di un rinnovato centrosinistra. Sel non ha potuto né sostenere l’accordo, né prendere una posizione realmente contraria, precisamente perché entrando nel merito delle vere discriminanti di classe (applicazione del modello Marchionne, deroghe ai contratti nazionali di lavoro, democrazia sindacale, ecc.) l’accordo di giugno costringeva ad uscire dal terreno fumoso delle “narrazioni” con relativo contorno di primarie, lotte per la leadership, ecc., mettendo in luce la subalternità di Vendola.

Proprio per questo dobbiamo rifiutare con nettezza quei terreni di scontro che tendono ad offuscare le reali discriminanti di classe: l’esatto contrario di quanto fatto dalla maggioranza del nostro partito, che accettando la proposta delle “primarie di programma” e in generale la logica di coalizione, contribuisce, nonostante dichiari il contrario, precisamente al successo di quelle forze di sinistra moderata che a parole si dichiara di voler combattere.

Il punto più importante è che anche un governo senza Berlusconi non sarà nelle condizioni di addormentare il conflitto sociale come pure fece il primo centrosinistra negli anni ’90. La situazione sociale è troppo deteriorata, la portata delle misure richieste dal padronato è troppo devastante per potere immaginare che passino senza una opposizione di massa nel paese, come peraltro si è visto in Europa dove le contestazioni non hanno certo risparmiato i governi socialisti (Spagna, Grecia). È questa la prospettiva che dobbiamo mettere al centro della nostra strategia.

16. Milano e Napoli: due lezioni importanti

L’idea che dalle primarie potesse venire la spinta per un forte cambiamento e per superare il moderatismo del Pd era emersa enormemente rafforzata dopo le elezioni comunali di Milano. Tuttavia sono bastati pochi mesi per mostrare come il vento del cambiamento che pure si era espresso nel voto è stato rapidamente spento nelle scelte della giunta. Pisapia ha immediatamente aperto ai centristi dell’Udc, escludendo contestualmente il nostro partito dalla giunta; ha confermato le decisioni della giunta Moratti in merito alla decisiva questione dell’Expo e del PGT, ha aumentato il biglietto del trasporto pubblico del 50 per cento.

Il nostro partito si è trovato senza neppure rendersene conto in una posizione di opposizione quando pensava invece di essere entrato nella plancia di comando di Palazzo Marino. A tutto questo si aggiunge l’inchiesta sulle aree ex Falck, che mette in luce una volta di più come il Pd sia del tutto interno alle logiche di gestione del potere, degli affari e del territorio che hanno segnato questi ultimi decenni in Lombardia come dappertutto. La prospettiva rimane per noi quella di costruire una opposizione efficace e radicata.

La vicenda napoletana si differenzia soprattutto in un punto: mentre Pisapia è un candidato interno alla borghesia milanese tanto quanto la Moratti, De Magistris era un outsider che al momento della sua elezione non aveva schierati dietro di sé i poteri forti del territorio campano. In un contesto politico e sociale quale quello napoletano De Magistris, per mantenere il consenso conquistato, potrebbe essere spinto a compiere scelte che approfondiscano questa contraddizione. Abbiamo qui una opportunità, ma anche un pericolo: esiste il rischio reale che nella crisi della sinistra e nella crescente radicalizzazione sociale la rabbia e lo scontento creino la base per movimenti populisti che ammantandosi di una retorica antisistema raccolgano attorno alla figura del “salvatore” di turno il consenso di settori significativi di lavoratori e di settori popolari. Fenomeni che sono stati e sono tipici dei paesi latinoamericani e non solo, dove più volte gli errori disastrosi delle forze di sinistra, in particolare comuniste, hanno aperto la strada a movimenti populisti che hanno poi preso gli sviluppi più diversi, offuscando la necessità di un partito di classe che rappresenti un punto di riferimento per quei settori di lavoratori e di popolazione che si riconoscono in un’istanza di cambiamento radicale.

A Napoli il Prc può combattere una battaglia egemonica anche a partire dall’attuale collocazione in maggioranza, alla quale peraltro siamo giunti in base a circostanze che ci hanno favorito al di là e contro le scelte compiute dal gruppo dirigente: sbagliato fu infatti partecipare alle primarie, e solo lo scandalo esploso nel Pd, che ha portato all’annullamento delle stesse primarie, ha permesso che emergesse la figura di De Magistris come candidato “di rottura”. Gli errori successivi di Sel, che nel primo turno appoggiò il candidato del Pd Morcone, ci ha poi consegnato in modo del tutto inopinato una posizione di obiettivo vantaggio, quale unico partito di sinistra all’interno della coalizione di De Magistris. La nostra politica andrà calibrata sul criterio fondamentale di non entrare in contrasto con i nostri referenti sociali e di impedire che le speranze iniziali vengano spente come già avvenne col “laboratorio campano” dei primi anni ’90, che sfociò nella costruzione di un sistema di potere che per quasi vent’anni ha egemonizzato la Campania rispetto al quale il Prc fu largamente subalterno, finendone stritolato.

17. Bilancio di Chianciano. Requiem per la “svolta a sinistra”

Il bilancio della “svolta di Chianciano” è presto tratto: il sussulto della militanza che impedì nel 2008 la vittoria della proposta apertamente liquidatrice del partito è stato soffocato nel giro di un anno e rimpiazzato con una linea che, sostenuta da una diversa maggioranza all’interno del partito, ha collezionato una serie di fallimenti a catena nei suoi punti fondamentali.

18. Una strategia di classe nella battaglia sindacale

Fallimentare e assurda è stata la politica sindacale del partito, che ci ha portato a negare il sostegno alla battaglia della Fiom nel congresso della Cgil e a legarci alla componente di Lavoro e società che in tutta questa fase si è schierata come vera e propria guardia pretoriana della maggioranza. La contraddizione diventa insopportabile dopo la firma dell’accordo del 28 giugno, al quale il partito si oppone con posizione unanime del Cpn, ma senza poter poi applicare tale decisione per non aprire il conflitto nella Federazione della sinistra.

È necessario dotarci di una strategia sindacale coerente e di lungo periodo, senza la quale è impossibile costruire un serio radicamento nei luoghi di lavoro. Dobbiamo essere in prima fila nella battaglia per la costruzione di una seria opposizione nella Cgil, che non si consumi nelle battaglie di apparato e di organismi, ma si radichi sistematicamente nelle categorie e nei luoghi di lavoro, impugnando le battaglie più avanzate, a partire da quella per la difesa e la riconquista dei contratti nazionali di lavoro, senza rinunciare alla necessaria azione autonoma e alla critica anche verso il gruppo dirigente della Fiom, dove e quando questa si renda necessaria. Dobbiamo avanzare e praticare percorsi di autorganizzazione e collegamento dal basso fra le Rsu e i lavoratori, non in alternativa alla necessaria battaglia nelle strutture sindacali, ma come elemento indispensabile per allargare la partecipazione per fare avanzare rivendicazioni più radicali e metodi di lotta e organizzazione che rendano i lavoratori stessi protagonisti e dirigenti delle proprie battaglie, sfidando le burocrazie di tutte le sfumature, nel sindacato confederale come nei sindacati di base.

Le linee guida della nostra battaglia sono: riconquista del contratto nazionale con tutela universale e livelli salariali dignitosi; lotta alla precarietà e per l’abolizione della legge 30 e di tutte le leggi precarizzanti; lotta alla frantumazione delle forme contrattuali; lotta alla flessibilizzazione e all’estensione dell’orario di lavoro (lavoro festivo, notturno, turnazioni sempre più incompatibili con la vita sociale e la salute, dilagare dello straordinario obbligatorio); controllo sulle modalità e l’intensità della prestazione lavorativa; contro l’offensiva che (da Marchionne a Sacconi) mira al controllo totale da parte dell’azienda sul lavoratore; piena democrazia sindacale e nei luoghi di lavoro, controllo dei lavoratori sulle loro rappresentanze, sulle piattaforme e gli accordi.

La costruzione dell’area alternativa “la Cgil che vogliamo” sconta – anche per ragioni oggettive – una impostazione che limita la battaglia a una logica di posizionamento, giocando sempre di rimessa rispetto alle scelte della maggioranza e cercando di superare le proprie debolezze costruendo relazioni politiche con forze politiche o “di movimento” le quali diventano poi il veicolo per condizionarne le posizioni in senso moderato. Evidente è il rischio che “Uniti contro la crisi”, che nasceva dalla giusta esigenza di creare un fronte di alleanze attorno alla battaglia della Fiom, finisca completamente risucchiata da queste logiche. La nostra battaglia deve ribaltare questa dinamica, proponendo la costruzione dell’opposizione nella Cgil come strumento per sviluppare il conflitto nei luoghi di lavoro, assumendo i bisogni dei lavoratori e la loro capacità di conflitto come unica bussola e discriminante, contro ogni compatibilità dettata dagli apparati e dalle loro relazioni politiche nel campo del centrosinistra. Parallelamente il partito deve essere impegnato tramite i suoi militanti nel percorso di unificazione del sindacalismo di base, un progetto quanto mai necessario, ma che non può essere imposto con operazioni di vertice “a freddo”.

Solo attraverso lo sviluppo di un movimento di massa si possono superare divisioni, travalicando i recinti organizzativi e le gelosie di apparato o di micro apparato. Un nuovo movimento dei consigli, autoconvocato dal basso così come si è visto in altre fasi storiche (Autunno caldo, 1984, 1992-’93) è oggi un obiettivo possibile al quale lavorare e può determinare quell’unità di classe compromessa dall’azione di sigle in competizione tra loro, superando anche il muro costruito dalla burocrazia per separare i militanti della Cgil da quelli del sindacalismo di base.

19. Prendere atto del fallimento della Federazione della sinistra

La Fds rappresenta il condensato degli errori di questi due anni. Ha ingabbiato il partito in una struttura antidemocratica che ne ha limitato l’autonomia e lo ha costantemente condizionato in direzione moderata. Ha sancito un legame inaccettabile con una componente sindacale, Lavoro e Società, obiettivamente incompatibile con la urgente necessità di collocare i lavoratori e i militanti sindacali iscritti al nostro partito su una chiara posizione di critica e opposizione al percorso assunto dalla maggioranza del gruppo dirigente Cgil.

Due esempi sono stati particolarmente clamorosi: il primo riguarda il voto favorevole espresso a maggioranza nel direttivo della Cgil (al quale si è associata Lavoro e società) che di fatto legittimava l’intervento militare in Libia; il secondo è il già citato accordo del 28 giugno, con l’aggravante che la Fds ha di fatto sconfessato il suo portavoce nazionale che aveva espresso un giudizio di netta critica dell’accordo, giudizio che non è stato confermato dell’organismo dirigente della Fds stessa, dove la decisione assunta a maggioranza è stata di non esprimere alcun voto al riguardo.

Anche sul terreno elettorale la Fds è stata strumento per imporre posizioni moderate anche laddove la larga maggioranza dei militanti del Prc era contraria, come ad esempio nel caso della candidatura Bonino alle elezioni regionali del Lazio.

La Fds ha anche favorito episodi di vero e proprio trasformismo, posto che il suo funzionamento antidemocratico favorisce la rappresentanza di piccoli gruppi senza alcun radicamento reale e con posizioni politiche a volte molto discutibili, a tutto danno della militanza autentica la quale non ha alcuno strumento per impedire simili fenomeni.

Il congresso nazionale deve pertanto deliberare di conseguenza e in particolare respingere ogni tentativo di cedere la sovranità del partito su determinate materie (presentazioni elettorali, gruppi istituzionali, ecc.).

20. Quale modello di partito?

Avanziamo la proposta del partito di classe senza autoreferenzialità, come uno dei soggetti che mira alla costruzione di una aggregazione di classe nel nostro paese.

In questi anni di crisi profonda del capitalismo abbiamo visto forti elementi di autorganizzazione e radicalità operaia (Innse, Pomigliano, Terim, Fincantieri…), l’idea di occupare gli stabilimenti, di difendere il patrimonio produttivo è una idea che si è andata diffondendo. Decisiva nelle lotte spesso è stata la presenza di quadri operai sperimentati, nel caso di Pomigliano, di Fincantieri, della Terim e tanti altri, e si trattava in buona parte di militanti del nostro partito.

Dobbiamo lavorare a far emergere questi stessi elementi perché si diffondano in ogni conflitto e perché vengano socializzati.

Non si tratta solamente che gli operai parlino della condizione di fabbrica o delle lotte che li vedono protagonisti ma che da queste esperienze possa emergere una soggettività di classe in grado di mettersi all’altezza della sfida imposta dalla crisi. Formare dei quadri capaci di far vivere questa prospettiva costituisce il principale aspetto strategico della costruzione di un partito comunista e rivoluzionario.

Se da una parte abbiamo citato alcune esperienze positive, dall’altra non possiamo che constatare che la maggior parte dei nostri quadri sono stati orientati in tutt’altra direzione, spesso impastoiati in pratiche istituzionali e politiciste, con un largo disinteresse verso il radicamento sociale del partito oltre che verso la teoria e la formazione politica.

Siamo così venuti meno a uno dei nostri compiti fondamentali, i lavoratori hanno trovato solo in pochissimi casi il conforto delle proprie organizzazioni sindacali (in particolare la Fiom seppure tra mille contraddizioni) in altre questo non c’è stato. In altre ancora c’è stato un vero e proprio sabotaggio da parte sindacale.

Il partito quando era presente, raramente si è posto il problema di costruire assieme ai lavoratori una strategia di lotta. Nella maggioranza dei casi così non è stato e spesso ha prevalso la logica della “sponda istituzionale”.

Andare ai cancelli con le brigate di solidarietà è senza dubbio utile, e va riconosciuto il contributo positivo di queste compagne e compagni al sostegno delle mobilitazioni, ma in ultima analisi la nostra funzione dovrebbe andare oltre la semplice solidarietà.

Non dobbiamo dimenticare, per non ripercorrere vecchie strade che hanno portato il movimento su binari morti, che le pratiche sociali e mutualistiche hanno una contraddittorietà intrinseca. Si tratta di attività che indicano il problema. Alludono alla soluzione ma non la contengono in sé. Nel raggiungimento dei loro obiettivi, contengono già il loro superamento. Se sono scollegate dalla lotta, dal conflitto reale, dal vertenzialismo, si convertono nel loro contrario.

Per fare un esempio se proponiamo le casse di resistenza, questa è cosa buona e giusta, ma se questa proposta non scaturisce dal conflitto reale e non si creano le condizioni politiche e le necessarie alleanze sociali perché avanzi e raggiunga gli obiettivi che si è proposta allora si scade nella politica delle sterili proclamazioni di principio che non faranno aumentare di un millimetro il nostro radicamento sociale, né contribuiranno a scalfire il muro di diffidenza che permane attorno a noi.

Per essere radicati in una realtà lavorativa non basta che singoli compagni siano dei riferimenti per i lavoratori, è necessario che questi stessi lavoratori capiscano che il comportamento individuale che loro apprezzano fa parte della strategia e del modo complessivo di porsi del partito nei confronti della classe.

Viceversa, anche quando si affermano le cosiddette pratiche sociali queste vengono trattate alla stregua di prodotti di marketing da propore al “mercato della politica”, senza alcuna riflessione sugli obiettivi proposti e su come conseguirli.

Non c’è carenza solo di lotta ma anche di studio. Lo studio serio, approfondito e sistematico delle realtà produttive, della struttura di classe, del contesto economico-politico, delle esperienze avanzate del movimento internazionale. Solo conoscendo e discutendo collettivamente è possibile apprendere le forme di lotta più efficaci e determinare le strategie corrette in ogni contesto.

Il ruolo di un partito comunista è quello di provare a comprendere le tendenze del capitale per contrastarle definendo proposte programmatiche, che si inseriscano nella realtà viva del conflitto sociale. Tutto questo è quanto di più lontano possa esserci oggi dalla vita reale del nostro partito. Non si tratta di un problema meramente organizzativo ma di una questione intrinsecamente legata alla linea politica.

Non ci sarà conferenza di organizzazione che potrà cambiare tutto ciò. Non a caso i buoni propositi di Carrara e Caserta sono rimasti lettera morta mentre dilagavano le pratiche vergognose di un ceto istituzionale totalmente separato dal corpo militante. La vicende degli assessori e consiglieri regionali De Gaetano e Gabriele (fuoriusciti entrambi per andare nel Pd) è emblematica ed è solo la punta dell’iceberg di un malcostume consolidato con l’esistenza di veri e propri comitati elettorali e affaristici che si insinuano nelle strutture del partito, lì dove governiamo.

21. La radicalizzazione investe i giovani

La crisi economica e le manovre in atto si scaricano con particolare violenza sui giovani. Il diritto allo studio è messo ormai in crisi da 20 anni di controriforme (dall’autonomia scolastica e universitaria in poi) e dai tagli che si sono accumulati, in particolare quelli dell’ultimo governo. Siamo ormai arrivati a un cambio qualitativo della crisi dell’istruzione pubblica, che si riscontra a livello di strutture, di personale docente e non, di sovraffollamento, di aumento dei costi, di tagli alla didattica. Parallelamente la disoccupazione giovanile raggiunge la soglia del 30% e l’occupazione giovanile è quella maggiormente colpita dal precariato. Se, come si ripete spesso, l’attuale generazione giovanile è la prima ad andare incontro a condizioni di vita peggiori di quelle dei propri genitori, capiamo come l’effetto della crisi si traduca per i giovani in una vera e propria negazione del futuro. La gestione di queste politiche si sposa con un aumento della repressione, dalle ordinanze locali all’uso sempre più spregiudicato delle forze di polizia per gestire l’ordine pubblico, dalle commissioni disciplinari in scuole e università a dispositivi come la Fini-Giovanardi, che non colpisce la criminalità organizzata ma reprime il singolo consumatore, contribuendo alla situazione ormai insostenibile di sovraffollamento carcerario.

Questi elementi politici di fondo sono sostanzialmente identici a livello internazionale. Di insegnamento deve essere dunque la radicalizzazione giovanile che ha avuto luogo in diversi paesi (Grecia, Spagna, Egitto, Gran Bretagna, Cile solo per citarne alcuni). Questa radicalizzazione arriverà anche in Italia, dove assistiamo già a un processo di attivazione politica giovanile che, come normale, si sviluppa attraverso le possibilità offerte dallo scenario politico.

Le mobilitazioni contro la riforma Gelmini dell’autunno hanno coinvolto un settore importante di giovani e giovanissimi ed è stato posto all’ordine del giorno il problema dell’unità con il movimento operaio. Il 14 dicembre a Roma è emersa una volontà di non arretrare più e una disponibilità a sostenere le forme di lotta più radicali. È la stessa volontà che abbiamo ritrovato in Val Susa il 3 luglio, dove centinaia di giovani (ma non solo) hanno sostenuto uno scontro non minoritario e condiviso politicamente dal resto del corteo.

Tale processo offre grandi possibilità al partito e ai Gc, a patto di saper intervenire, anche qui, con una proposta politica complessiva che possa orientare e organizzare una radicalità che altrimenti incontra forti difficoltà a tradursi in forma organizzata, complice anche il ruolo delle principali strutture giovanili, che riflettono su minor scala le logiche di compatibilità che troviamo nel dibattito politico generale.

22. Il rapporto coi movimenti

Il movimento degli “indignados” è uno dei terreni decisivi su cui impegnare i nostri militanti a partire dai/dalle Gc, ma anche qui è necessario apprendere dagli errori passati. In passato l’“immersione” nei movimenti è stata condotta in base a un gigantesco equivoco e sulla base di un dibattito spesso mistificato. La tessitura di rapporti con ceti politici e gruppi dirigenti più o meno rappresentativi è stata privilegiata rispetto all’incontro con le energie più fresche e militanti che si esprimevano nelle mobilitazioni e che cercano innanzitutto una prospettiva di lotta contro questo sistema e una proposta di costruzione, anche organizzativa, del movimento che possa dargli la durata, profondità e radicalità necessarie di fronte alla portata dell’attacco. Di tutto questo non c’è quasi traccia nell’intervento dei Gc, paralizzati nel loro livello nazionale dal conflitto interno alle correnti di maggioranza.

Anziché proporre audacemente una prospettiva di cambiamento, una generalizzazione teorica e politica all’altezza della richiesta impetuosa salita dal movimento e dall’aspirazione a un “altro mondo possibile”, ci siamo lasciati contaminare (in questo caso l’espressione è pertinente) dalle più classiche mode ideologiche che hanno un solo comune obiettivo: criticare, attaccare e ridicolizzare ogni idea di salda organizzazione degli oppressi, di lotta organizzata, prima fra tutte l’idea della necessità di un partito comunista con una prospettiva rivoluzionaria.

La svolta necessaria e urgente deve essere una vera e propria svolta operaia del nostro partito.

Questo non significa fare del partito un organismo parasindacale che discute solo temi economico-sindacali. Significa invece che deve proporsi tenacemente di conquistare posizioni, autorevolezza, consenso e adesioni con un lavoro di conoscenza e intervento sistematico e centralizzato in tutti i terreni di conflitto, in ciascuno di essi ponendo un punto di vista di classe e anticapitalista.

È stato più volte commentato, e con ragione, come militanti del nostro partito siano presenti in tutti i conflitti che prendono vita e forma nel nostro paese.

Questa constatazione deve essere fonte di ottimismo, ma non deve oscurare l’altra faccia della medaglia: troppo spesso i nostri militanti si trovano privi di punti di riferimento, proposte, analisi, canali d’intervento propri del partito, se non addirittura col partito schierato elettoralmente a fianco di chi sta dall’altra parte della barricata (il caso della Val di Susa è il più eclatante).

Si dice che il centralismo sarebbe in contrasto con la possibilità di forme di militanza parziali, legate magari a tematiche specifiche. È vero invece il contrario: rivendichiamo che il nostro obiettivo sia quello di avere militanti formati ad una visione ampia dei problemi sociali, non rinchiusi nella logica settoriale valida forse per gli “specialisti” di mestiere, ma che poco può ispirare a una visione del mondo di oggi, con la sua complessità, e soprattutto a una prospettiva di cambiamento della società. Ma non solo: la militanza necessariamente “parziale” (se non per visione, certo per necessità pratica) di ciascuno di noi può acquisire efficacia e forza cento volte maggiore proprio se inserita in un piano generale di intervento, di elaborazione, di attività. E indubbiamente piani di questo genere possono essere discussi, elaborati e messi in pratica solo con una discussione che riconduca tutte le sollecitazioni e le proposte in un ambito centrale, il più possibile democratico e partecipato, che possa farle proprie e riproporle all’insieme delle strutture del partito, a cominciare dai circoli.

Quanto detto sopra riguardo i luoghi di lavoro vale in generale per tutti i terreni di conflitto più significativi. Ed è ancora più valido in un contesto in cui le nostre forze si sono notevolmente ridimensionate rispetto al passato. Se c’è un male che colpisce oggi le nostre strutture, anche quelle più attive, è la mancanza di punti di riferimento all’interno del partito, l’impossibilità di accedere a canali di dibattito efficaci, stabili e accessibili, dove si possano dare come ricevere stimoli e indicazioni.

Il modello attuale dei nostri organismi dirigenti costituisce una brutta copia di una modesta democrazia parlamentare: organismi spesso pletorici in cui il dibattito politico è sostanzialmente cristallizzato e dove le decisioni reali si prendono in ambiti molto ristretti dai dirigenti delle correnti che compongono l’attuale maggioranza.

Dobbiamo andare verso organismi meno pletorici nei quali la indispensabile rappresentanza dei diversi orientamenti politici venga associata al diretto coinvolgimento dei loro componenti nel lavoro di costruzione e direzione dell’intervento del partito nei vari settori.

L’apparato di partito va selezionato in modo trasparente, democratico e mantenuto sotto un costante controllo della base e dei militanti. Va introdotto innanzitutto in forma rigida e inderogabile il criterio del salario operaio a tutti i livelli istituzionali e per qualsiasi incarico di partito. Va introdotto un meccanismo effettivamente democratico di selezione delle candidature da parte dei militanti per tutti i livelli elettorali.

23. La militanza politica delle donne

Un odio particolare è riservato alle donne negli attacchi promossi dai governi degli ultimi anni: il sistema contributivo del calcolo delle pensioni, così come il meccanismo delle finestre penalizza soprattutto le donne, l’aumento dell’età pensionabile nel pubblico e nel privato, i tagli agli enti locali e in generale ai servizi pubblici, il peggioramento delle condizioni nei luoghi di lavoro a forte presenza femminile: impiego pubblico, insegnamento, commercio, per citarne alcuni, fanno del nostro paese uno dei paesi a minore occupazione femminile, siamo al 46%, 12 punti sotto la media europea.

Queste politiche, unite ai finanziamenti ad hoc per le famiglie e al rinnovato vigore delle campagne clericali rappresentano i pilastri su cui poggia la campagna ideologica martellante che vuole le donne angeli del focolare e oggetto del piacere maschile.

Non potremmo certo spiegarci in altro modo almeno gran parte dell’aumento delle violenze contro le donne, prevalentemente perpetrate nelle quattro mura domestiche, ma non solo. Le donne sono esseri umani inferiori: questo è il messaggio di fatto dominante nella nostra cultura che autorizza gli uomini ad abusare delle donne, sia sessualmente che sfruttandole nel lavoro domestico e di cura. Combattere questa cultura significa in primo luogo combattere con coerenza i pilastri su cui poggia.

Il nostro partito ha gravi lacune su questo terreno di intervento politico che si evidenziano anche nella scarsa presenza di compagne nella sua militanza.

Come era ipotizzabile questo problema non si è risolto imponendo una partecipazione delle donne alla vita politica del partito e ai suoi gruppi dirigenti attraverso la norma cosiddetta antidiscriminatoria. Essa consolida l’idea delle donne soggetto debole e di serie B, incapaci di conquistarsi uno spazio politico se non viene loro attribuito e soprattutto nasconde l’assenza nel nostro partito di un orientamento verso le donne della classe lavoratrice e quelle che più di tutte subiscono gli effetti della cultura maschilista. A questi settori dobbiamo offrire una battaglia coerente sul piano politico, culturale e anche sociale che le renda autenticamente protagoniste della propria militanza e della lotta per la propria liberazione.

24. Sulle correnti del Prc

A partire da quando nel 2009 si è affermata nel livello nazionale la cosiddetta “gestione unitaria”, ovvero la coalizione di tutte le correnti interne al Prc ad eccezione di quella che presenta queste tesi, si è affermata la vulgata secondo la quale sarebbe necessario “superare le componenti interne”, le “cristallizzazioni”, ecc. Il contrasto tra le parole e i fatti non potrebbe essere più stridente. Tuttavia sarebbe riduttivo limitarsi a una critica dei comportamenti. In realtà le principali correnti esistenti nel partito hanno ben precisi connotati teorici, politici, ecc. Chi, magari svolgendo un ruolo rilevante all’interno di una di esse, propaganda il “superamento delle aree” in nome dell’“unità del partito” non propone in realtà una visione più alta del partito, ma solo una visione più bassa delle aree che lo compongono e della propria posizione politica.

Questa mozione nasce da compagni e compagne che hanno sempre subordinato le proprie posizioni anche in campo organizzativo (incarichi e responsabilità, ecc.) al proprio disegno politico, sempre e dovunque manifestato apertamente, rifiutando la logica della “gestione” di posizioni ed incarichi quando questi entravano in contrasto politico irriducibile con le tesi politiche da noi avanzate, non in nome di un ottuso “basismo”, ma in nome della relazione dialettica che deve sempre esistere tra linea politica e strategie organizzative.

L’unità e l’omogeneità politica del partito sono un obbiettivo e, se autentiche e non imposte con mezzi burocratici, moltiplicano la forza e l’efficacia di qualsiasi organizzazione. Ma nessuna autentica unità potrà mai essere creata con la logica dei bilancini e del minimo comune denominatore, che al contrario ha dimostrato di paralizzare l’iniziativa e di generare un clima di irresponsabilità dei gruppi dirigenti, che legittimandosi a vicenda si autonomizzano nei confronti della base. L’unità è possibile laddove una proposta forte innanzitutto sul piano teorico e politico si dimostra capace di egemonia nel movimento e nel partito stesso; solo in questo contesto anche la posizione di chi è in disaccordo può trovare una legittimazione e un riconoscimento che permettano l’unità d’azione e un rapporto di solidarietà rispetto all’insieme del partito e alla sua battaglia.

Viceversa il prevalere delle logiche di galleggiamento e di piccolo cabotaggio, se anche può favorire un clima “unitario” nei vertici, non farà altro che aumentare le spinte disgregatrici e demotivare la militanza; l’inglorioso percorso della Federazione della sinistra, che da questo punto di vista ha costituito un esempio perfetto di “gestione unitaria”, conferma come tanto più solido è stato il patto di vertice, tanto meno i militanti di base sono stati motivati a impegnarsi nel progetto.

Ci consideriamo quindi impegnati in una aperta battaglia per l’egemonia nel partito e nel movimento, unica base possibile sulla quale si può costruire una autentica relazione unitaria nel corpo militante. Al centro della nostra azione non poniamo la ricerca di estenuati equilibri interni a un gruppo dirigente estenuato, ma la prospettiva rivoluzionaria della lotta per una società diversa.

Claudio Bellotti, Alessandro Giardiello, Marco Veruggio (Direzione Nazionale Prc)

Andrea Davolo, Alì Ghaderi, Patrizia Granchelli, Mario Iavazzi, Lidia Luzzaro,

Sonia Previato, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Antonio Santorelli

(Comitato Politico Nazionale Prc)

Luigi Minghetti, Alessio Vittori (Collegio Nazionale di Garanzia)

http://www.marxismo.net/8d-congresso/per-il-partito-di-classe

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