Cooperative e sfruttamento. La GFE non è un caso isolato (30/09/2011)

the supreme court - ben goossens

Pubblico gli appunti al mio intervento introduttivo in occasione dell’assemblea “Cooperative e Sfruttamento” promossa dai Giovani Comunisti/e di Reggio Emilia.

.Per parlare delle contraddizioni del sistema cooperativistico, partiamo da una vertenza centrale ed esemplare, quella che ha visto i lavoratori della Gfe lottare, sin dal luglio del 2010, per ottenere l’adeguamento al contratto collettivo nazionale di lavoro. Questa lotta mostra in modo molto chiaro quali siano i meccanismi prodotti all’interno di moltissime cooperative. Lo snodo centrale, in quella vertenza così come in tutto il sistema cooperativistico, è quello dell’appalto, e nel novembre del 2010 l’appalto con la ditta Snatt sarebbe scaduto. Le lotte iniziate in luglio quindi vedevano parallelamente orchestrare un’insidia ad opera dei dirigenti di Gfe, che avrebbero aspettato la scadenza dell’appalto per poi fondare due nuove cooperative a cui Snatt avrebbe potuto affidare un nuovo appalto. I lavoratori più combattivi vennero isolati, e gli altri sarebbero stati assunti, ovviamente aggirando il ccnl, dalle due nuove cooperative.

La questione però riguarda anche il sindacato, e questo è un nodo centrale anche per la discussione di stasera. E’ una questione di priorità e di prospettiva: difendere il diritto dei lavoratori ad un salario dignitoso e sicuro, alla tutela sul posto di lavoro e alla sicurezza occupazionale, oppure l’appalto della cooperativa? Perché il punto era proprio questo, e non riguardava solo Gfe ma l’intero sistema cooperativistico emiliano. E così, mentre da parte dei lavoratori abbiamo assistito ad una lotta determinata e a sacrifici enormi, la parte sindacale non è stata altrettanto incisiva, e anzi, ha dimostrato sin dal primo momento di voler gestire la vertenza in modo verticistico e moderato, in particolare nel frenare ogni spinta alla generalizzazione della lotta. Non a caso, i dirigenti della categoria hanno limitato la lotta ad un presidio permanente e a una causa in tribunale, condannando i lavoratori allo sfinimento e all’isolamento. Il tavolo istituzionale con la provincia, ottenuto in primavera dopo lo sciopero della fame da parte dei lavoratori, allungò ancora di più i tempi della vertenza; è stato necessario aspettare fino a giugno, con l’occupazione della sala consiliare da parte dei lavoratori insieme ai vertici sindacali, per vedere muoversi i vertici della Cgil, con uno sciopero generale arrivato dopo ben nove mesi di lotta . Quello che avvenne il 14 luglio fu la firma di un accordo che non conteneva nessuna delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori, che non parlava di ccnl e che prevedeva il reinserimento in snatt soltanto per 40 lavoratori; un accordo misero, che ancora oggi non è stato nemmeno applicato.

Il punto essenziale è indicare, a differenza di quanto spesso viene sbandierato a sinistra, in casi come questo NON una deformazione di un sistema sano e progressista, ma una condizione purtroppo generalizzata. Di esempi, a tutti i livelli, se ne possono fare moltissimi. A partire dal recente caso Penati, che ha dimostrato una volta di più almeno tre questioni essenziali: la prima, che le cooperative “rosse” non sono un’isola felice, e che all’interno delle dinamiche oggettive del capitalismo – così come successe per la scalata Bnl con i capitali di Unipol – il cooperativismo ne subisce le leggi; non le condiziona, ma ne è condizionato. La seconda, ovvero che al di là di qualsiasi questione morale, vi è un legame strutturale tra Partito Democratico, cooperative e mondo degli affari (in questo caso, emblematico, con la speculazione immobiliare); quello di Penati, ovvero quello di un massimo dirigente del partito, non è stato un errore prontamente rimosso da un partito sano, bensì la volontà di condurre alle estreme conseguenze, in modo coerente e spregiudicato, la linea politica del proprio partito. La terza, conseguentemente, riguarda l’atteggiamento del nostro partito, il PRC, che non può né per amministrare il territorio a livello locale, né con intese di vario genere a livello nazionale, allearsi con un partito come il PD, che rappresenta quel tipo di interessi, non certo quelli dei lavoratori.

Come comunisti, dovremmo tenere la barra ferma su un punto essenziale: condizionare il sistema economico dall’interno tramite le cooperative e costruire su questa linea un programma politico, è la più bieca delle utopie riformiste. Non lo è in astratto, per una questione di principio: il cooperativismo ha conosciuto i suoi momenti più progressisti proprio quando ha saputo collegarsi intimamente con lo sviluppo del conflitto di classe, quando era uno strumento e un supporto per le lotte operaie. In quest’ottica, può essere il germe della società nuova, all’interno di quella vecchia. Ma se la cooperativa rompe questi legami e perde questa funzione, anche se mossa dai migliori intenti rischia di essere fagocitata giorno dopo giorno; nella peggiore, e più comune, delle ipotesi, succede invece, sistematicamente, quanto abbiamo visto con i lavoratori Gfe. D’altronde, nelle parole del presidente di Legacoop Giuliano Poletti le cooperative sono anzitutto imprese, cugine di confindustria e controparte della Cgil.

Chiaramente la questione è più complessa di così, e i legami politico-economici tra PD, centrali cooperative e vertici della Cgil rappresentano un blocco di potere monolitico; quel blocco di potere che ha determinato l’esito di nove mesi di lotta da parte dei lavoratori Gfe, e al quale vengono subordinate le condizioni di lavoro di milioni di lavoratori. L’unico modo per ridare respiro a quella lotta, è rompere l’isolamento in cui è stata relegata dai dirigenti sindacali, e costruire reti di solidarietà e legami per sviluppare il conflitto anche al di fuori di quel contesto specifico, coinvolgendo lavoratori che vivono sulla loro pelle, giorno dopo giorno, le medesime contraddizioni.

Per fare questo, credo sia irrinunciabile pensare al nostro partito come ad una grande risorsa. Ma lo può essere solo se si immerge nelle contraddizioni della realtà in cui viviamo, avanzando proposte programmatiche chiare e legate a doppio filo al conflitto di classe, nell’ottica di una connessione delle questioni vertenziali via via più rilevanti, con una prospettiva politica di più ampio respiro volta al cambiamento sociale su scala internazionale, in senso anticapitalista e socialista. E, naturalmente, può esserlo solo se rompe definitivamente con quella linea per la quale la paziente costruzione di un’alternativa politica chiara e concreta, viene subordinata sistematicamente a logiche elettoralistiche e istituzionaliste. E’ un partito di classe quello di cui abbiamo bisogno, per contrastare quel blocco di potere tra politica, principali cooperative e capitale contro cui, con una notevole sproporzione di forze, si sono trovati a lottare i lavoratori Gfe. E che sarà oggetto dell’assemblea di stasera.

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