Coscienza e materia in Henri Bergson

Uzay - Autumn Time

Questa breve riflessione è incentrata sul tratto fondante la filosofia di Bergson, trasversalmente ai suoi scritti più significativi. Nonostante il filosofo francese abbia tentato di aggirare, in “Materia e Memoria” del 1896, la dicotomia tra idealismo e materialismo, intraprendendo una sorta di “via intermedia” che indicasse gli errori interpretativi di entrambi gli approcci, tuttavia la relazione tra coscienza e materia è centrale nella sua analisi, dal “Saggio sui dati immediati della coscienza” del 1889 fino a “Le due fonti della morale e della religione” del 1932. In questi brevi appunti cercherò di delineare il percorso filosofico di Bergson, dal dualismo cartesiano dei primi scritti fino al monismo dai tratti mistici a cui approdò nelle opere più tarde, con l’intento di delinearne il carattere intrinsecamente idealista, e parimenti di chiarire il carattere ontologico della materia come tratto ineludibile del reale.

Il carattere cartesiano del primo Bergson è presente in una concezione dualistica tra anima e corpo (tra res cogitans e res extensa, potremmo dire), che si riflette, a livello epistemologico, in un dualismo tra l’intelligenza (l’atteggiamento proprio della scienza) e l’intuizione. Cosa si pone alla base di tale dicotomia? Il nodo principale è un errore, ovvero l’applicazione della categoria di “spazio”, utile nella rappresentazione del mondo e in un approccio scientifico ad esso, anche al fluire della coscienza. Tale “spazializzazione” della coscienza non tiene in considerazione la dimensione temporale, l’unica dimensione realmente costitutiva dei dati della coscienza, inquinati quindi da operazioni di divisione, ritaglio e organizzazione spaziale. Ecco che si rende necessaria una ricerca dei “dati immediati” della coscienza, depurati da tale spazializzazione, la ricerca della “durata reale” contrapposta al tempo spazializzato; e, chiaramente, i concetti scientifici e filosofici andranno accantonati, perchè utili nell’organizzazione del mondo esterno, ma inapplicabili ad un flusso continuo e dis-omogeneo caratterizzato da durata e non da estensione. Questo tratto è particolarmente importante, perchè a differenza dei differenti spazi che, omogenei, si escludono, i tempi in successione non si escludono a vicenda, e anzi permangono, arricchendo ulteriormente un flusso temporale che “spinge” verso la fase successiva: in questo modo, gli istanti passati vengono conservati interamente e arricchiscono il flusso temporale, spingendo il flusso stesso verso il futuro. Qui si delinea il punto focale del “Saggio…”; tale ricca compenetrazione temporale ha i caratteri della “spontaneità” (da qui l’intuizione, cesellata da immagini e non da concetti) e, quindi, di libertà: di una libertà spontanea che assumerà, nel pensiero di Bergson, i tratti mistici dello “slancio vitale”, e che rifugge dal determinismo tanto meccanicista quanto finalista.

La spontaneità, ovvero la libertà, assume i tratti di un flusso indeterminato, dis-omogeneo e non organizzabile in termini spaziali, che presenta i prodromi di una forza creatrice e spontanea, lo “slancio vitale” appunto. Vedremo quale sarà il ruolo di tale forza nel pensiero del filosofo francese, quello che conta sottolineare a questo punto dell’indagine è il carattere del tutto statico della separazione tra materia e coscienza, in cui il “mondo interno” diviene un campo d’indagine che non può essere indagato attraverso le categorie dell’intelligenza scientifica. Il punto non è indicare l’originalità di una posizione che depreca l’approccio esclusivamente quantitativo all’indagine psicologica, poichè è evidente come nell’analisi delle emozioni o degli stati di “arousal”, ad esempio, sia la relazione dialettica tra cambiamenti di natura qualitativa e quantitativa (a livello individuale, e nell’interazione tra individuo e ambiente) a fornire le spiegazioni più complete delle dinamiche psicologiche dell’individuo; bensì, delineare il carattere del tutto idealista di una posizione che abbraccia la dimensione della metafisica e dell’intuizione per indagare una presunta “vera” realtà all’interno del flusso della coscienza, e che rifiuta parimenti un’indagine scientifica perchè, a suo dire, patologicamente spazializzante.

In “Materia e memoria” viene sciolto ulteriormente il nodo sullo statuto della materia; la coscienza, in Bergson, indica che esiste qualcosa di indipendente dall’uomo, ma non afferma che tale “qualcosa”, indipendente dall’essere da noi percepito, esista materialmente. I materialisti e gli idealisti, pertanto, farebbero il passo più lungo della gamba, affermerebbero qualcosa che l’unica forma di conoscenza reale, ovvero quella racchiusa nel flusso della coscienza, non fornisce assolutamente. Questo stato intermedio, tra il “non esistere” e l’”esistere come materia”, è detto “immagine”, e la prima immagine disponibile è quella del corpo, che ha una funzione di “selezione” nei confronti delle altre immagini. In particolare, il ruolo di selettore è affidato al cervello, che, pur avendo un legame con la mente (con la memoria, intesa come somma di ricordi), non ne è “magazzino”. In sostanza, il cervello si pone come intermediario tra la coscienza e la realtà esterna, ma la mente ha una propria dimensione, autonoma dal cervello e, pertanto, spirituale. Lo studio delle amnesie, suggerì al filosofo francese che il ruolo del cervello fosse esclusivamente quello di filtro, e che tali patologie incrinassero la sua capacità di rapportarsi con il mondo esterno. Già in questo passaggio vediamo come non solo inizi ad abbozzarsi una visione dell’evoluzione radicalmente differente dalla tradizione darwiniana (e dai suoi successivi sviluppi, ma su questo tornerò tra poco), ma come vi sia una concezione profondamente idealista di fondo, nel conferire alla mente uno statuto autonomo rispetto alla materia. Per “rammemorare”, occorre per Bergson che il cervello si ponga come interfaccia con la realtà, in modo tale, potremmo dire, da connettere il mondo interiore con l’esperienza posta alla base di quel ricordo; ma poiché la memoria assume i tratti metafisici di una coscienza non indagabile tramite lo sforzo razionale, ed è indipendente dalla materia, soltanto l’intuizione potrà essere implicata in un tale processo.

Come disse il biologo inglese Steven Rose:” …l’interpretazione dei meccanismi del cervello rappresenta uno degli ultimi misteri biologici rimasti, l’ultimo rifugio dell’oscuro misticismo e della discutibile filosofia religiosa…”; ora, in base alle scoperte delle neuroscienze, noi sappiamo che la memoria è il frutto di un processo dialettico molto complesso tra individuo e ambiente, schematicamente suddivisibile nei momenti della codifica, dell’immagazzinamento e del richiamo, e che risulta estremamente variegato e composito poiché strutturato da variabili quali la tipologia di informazione, i canali sensoriali implicati, il suo carattere “episodico” oppure “procedurale” (routinario), la “profondità” della memoria stessa (sensoriale, breve termine, lungo termine). Non solo, sappiamo che diverse parti del cervello sono implicate nei diversi momenti del processo (talamo, corpi mammillari, ippocampo…) e, inoltre, che il processo di memorizzazione modifica fisicamente le connessioni sinaptiche all’interno della rete neuronale, con l’implicazione di geni e proteine, anche a livello corticale, dove l’informazione, effettivamente, viene immagazzinata. Se a questo si aggiunge la complessità e la molteplicità delle patologie, che in base alla gravità possono avere effetti molto diversi, anche irreversibili, sulle funzioni mnestiche, viene da sé che il percorso filosofico di Bergson, in ultima analisi, risenta di una malcelata impostazione idealistica di fondo, che peraltro sfocia in concezioni addirittura mistiche.

Dicevamo della tradizione darwiniana negli studi sull’evoluzione, ed è importante partire da qui per affrontare il terzo passaggio della riflessione bergsoniana, ovvero la transizione dal tradizionale dualismo cartesiano delle prime opere, al monismo metafisico di “L’evoluzione creatrice”. L’esistenza della materia viene respinta, e con essa una funzione conoscitiva (pur parziale) dell’intelligenza, che assume il mero connotato pratico e manipolativo di “organizzatrice” concreta del mondo fisico; l’intuizione (sintesi di intelligenza umana e istinto animale) è quindi l’unico modo per comprendere i significati più autentici della realtà. Con il cadere del dualismo, il flusso della coscienza cessa di essere confinato entro i confini dell’individuo e si espande al cosmo, al reale, divenendo forza attiva e creatrice che penetra nella materia e si pone alla base dei processi evolutivi. Il tempo della coscienza si estende alla vita, e così come il tempo non può essere ri-avvolto, per via del suo costante arricchimento e della sua tensione verso il futuro, allo stesso modo gli esseri viventi non possono essere considerati (come nella tradizione meccanicista) come macchine da smontare e rimontare a piacimento. Parimenti, l’intero universo viene investito dallo “slancio vitale”, dal flusso di coscienza da cui è permeato, e proprio per questo perde di significato la contrapposizione tra materia e coscienza, tra intelligenza e intuizione, perchè la materia viene subordinata allo slancio vitale. E’ la lotta perenne, dai toni mistici, tra slancio vitale e materia, a porre le basi per l’evoluzione biologica, e in questo senso Bergson afferma che mentre nel mondo vegetale lo slancio vitale abbia incontrato una forte resistenza da parte della materia, nel mondo animale e in particolare nell’uomo il suo grado di espansione sia stato di gran lunga maggiore; ma in ultima analisi, questo rapporto tra materia e coscienza viene ulteriormente superato in termini metafisici quando Bergson, rifacendosi a Plotino e avvicinandosi a Leibniz, afferma che sia la spiritualità intrinseca dello slancio vitale, nel momento in cui esaurisce la propria forza, a manifestarsi come materia.

Due sono le questioni centrali da sottolineare: la prima è l’arricchimento del darwinismo con un approccio dialettico all’evoluzione, che sfocia necessariamente nella teoria dell’equilibrio punteggiato di Eldredge e Gould e che, altrettanto necessariamente, si contrappone al misticismo cosmico di Bergson. La seconda, è lo statuto ontologico della materia, che assume un’importanza dirimente proprio nel processo evolutivo inteso come co-evoluzione, e non come lotta cosmica tra slancio vitale e materia.

I due processi si intersecano. Considerare l’evoluzione non come accumulazione graduale e lineare, bensì come processo non lineare fatto da bruschi salti qualitativi, spiega nel profondo il carattere dinamico dell’evoluzione naturale, che, peraltro, mostra come non vi siano ramificazioni da una specie poste alla base dell’evoluzione, ma che da una massiccia differenziazione iniziale (indicativamente, nel periodo Cambriano) si sia arrivati, attraverso i processi evolutivi, a poche ramificazioni distinte. Allo stesso modo, in un contesto di questo tipo, occorre ribadire come gli adattamenti dell’animale rispecchino, dialetticamente nei confronti del concreto funzionamento del mondo, le proprie necessità fisiche; l’evoluzione è co-evoluzione in un con-testo, e in quanto tale è incorporazione inconsapevole di conoscenza sul mondo. Ecco perchè si può affermare che il cervello abbia il mondo, inteso come realtà oggettiva, come unica fonte di conoscenza, poiché è una rappresentazione biologica del mondo stesso; allo stesso modo, la conoscenza riflette una realtà oggettiva poiché si cristallizza, dialetticamente, in strutture come il cervello, che attraverso i processi evolutivi si sono modellate in relazione alla realtà stessa.

In questo senso, possiamo affermare che il pensiero di Bergson abbia un elemento di interesse nel considerare il futuro come aperto e non soggetto, meccanicamente, a finalismi pre-determinati, e allo stesso tempo, nel vedere il passato come immodificabile; in questo senso, il tempo ha un connotato dinamico. Ciononostante, il percorso filosofico posto alla base di tale intuizione, risulta intimamente intriso di misticismo, e tale impostazione porta a conclusioni quantomeno fuorvianti, quali l’indipendenza tra mente e cervello, l’impossibilità di indagare in termini razionali le dimensioni psicologiche dell’individuo, e, in ultima analisi, l’idea di un’evoluzione naturale misticheggiante e, di fatto, legata al principio della creazione divina che, misticamente, pervade l’uomo (che trova in sé tale principio libero, spontaneo e creativo), la materia e l’universo.

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