Il Materialismo Dialettico e la Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche

Carola Onkamo - Eruption

Una breve analisi, parte dell’esame in Filosofia Teoretica/delle Arti e dei Processi Simbolici (Scienze Pedagogiche), che tenta di elaborare una rilettura, in chiave marxista, della teoria epistemologica di T.Kuhn. In che modo si può leggere ed approfondire l’intuizione kuhniana dell’analogia tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni sociali? E, più in generale, tra scienza e società? Quali sono le implicazioni politiche che scaturiscono da tale analogia?

1.Introduzione;

2.Un quadro teorico di riferimento: Comte;

3.La discontinuità di Kuhn: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”;

4.Scienza normale e scienza rivoluzionaria;

5.Paradigmi e stratificazione paradigmatica;

6.Appunti per una rilettura materialista;

7.Prospettive: la necessità della rivoluzione;

8.Bibliografia e siti web.

1. Introduzione

L’assunto principale di questa breve analisi è il parallelismo tra lo sviluppo della scienza (intesa come attività umana volta a stabilire connessioni regolari tra classi di eventi e fenomeni, indagandone le determinanti profonde) e l’evoluzione sociale, come momento determinante per affrontare, da una prospettiva materialista e dialettica, alcuni nodi stringenti nell’alveo della filosofia della scienza. In questo, la teoria di Kuhn risulta centrale, seppur debole in alcuni suoi tratti essenziali: anzitutto, in quello che, come vedremo, è stato tanto un pregio, nel contesto filosofico di riferimento, quanto un limite, ovvero il suo carattere meramente descrittivo, che si ricollega al fulcro ineludibile di ogni teoria epistemologica: il rapporto tra teoria e prassi, tra l’epistemologia e la scienza, tra il pensiero e l’essere. In secondo luogo, nell’indeterminatezza del concetto di paradigma.

Una disamina di questo tipo, proprio in virtù del rapporto dinamico tra scienza e società, avrà quindi risvolti decisivi tanto in ambito socioeconomico[1], quanto, necessariamente, nelle prospettive politiche a cui sono direttamente e dialetticamente intrecciati.

Tradizionalmente, la filosofia della scienza tende a fornire metodi comuni a tutte le scienze, come si è visto con il quadro positivista e con l’empirismo logico (neopositivismo); allo stesso modo, il marxismo ha delineato una cornice unitaria del metodo scientifico, per poter condurre analisi critiche attraverso la lente dinamica del materialismo dialettico, e precisamente in tal senso verrà condotta questa modesta disamina. Prima di arrivare a Kuhn però, occorre muovere dal contesto teorico generale in cui lo stesso epistemologo statunitense giocherà un ruolo determinante, perchè di discontinuità: si tratta del positivismo (e del neopositivismo poi), da un punto di vista tanto epistemologico quanto politico.

2. Un quadro teorico di riferimento: Comte

Per poter comprendere la natura reale della corrente filosofica positivistica (e, in particolare, della filosofia comtiana che rappresenta, pienamente, il positivismo “ortodosso”), occorre inserire tali posizioni nel contesto storico di riferimento; il periodo che va dal 1850 al 1873 rappresenta, per l’Europa, una fase di espansione economica, con la conclusione delle linee essenziali della rivoluzione industriale in Inghilterra (’30), Francia (’48) e Germania (negli anni ’50), un forte sviluppo dell’industria tessile, oltre che di quella pesante, mineraria e del ferro, e un primitivo sfruttamento delle colonie. A seguito del primo crack mondiale del 1873, e della depressione durata fino al 1895, la ripresa industriale portò ad una forte e decisiva concentrazione della produzione di capitale, portando il monopolio ad assumere un’importanza determinante nell’economia; da qui, si arrivò alla conseguente trasformazione del capitalismo industriale in imperialismo[2], inteso come fase di sviluppo del capitalismo stesso. Evidentemente, è impossibile per il capitalismo pervenire ad una completa monopolizzazione dell’economia, proprio in virtù del continuo spostamento di capitali tra settori che si sviluppano e che, necessariamente, mettono continuamente in discussione gli equilibri di volta in volta raggiunti; pertanto, la nascita dei moderni monopoli e la relazione che tale fase ebbe con la libera concorrenza (essenzialmente, tra gli anni ’60 e ’80 dell’800), non eliminò la concorrenza, che diviene quindi un processo ancora più complesso e si alterna a fasi di accordo e conflitto tra i grandi gruppi, fino a quella radicalizzazione che vede i propri risultati in guerre commerciali e in conflitti militari[3].

Ad ogni modo, la nascita e lo sviluppo del positivismo si pongono, storicamente, in un periodo prevalentemente di pace ed espansione coloniale (se si eccettuano la guerra di Crimea e la guerra lampo tra Prussia e Francia), ed ideologicamente con un approccio critico, pur nelle molteplici sfumature in base ai paesi e alla differenziazione tra i pensatori positivisti, nei confronti della filosofia dell’illuminismo, di quella hegeliana (in particolare, per i risvolti politici che un’analisi dialettica del reale reca con sè) e, in ultima analisi, della teoria/prassi rivoluzionaria del materialismo dialettico, nei confronti della quale si pone, anzi, su un terreno di sfida aperta. Quali i tratti centrali della filosofia positivista? Essenzialmente, la scienza viene considerata come l’unica forma di conoscenza possibile, e il metodo che ne deriva deve necessariamente essere esteso, trasversalmente, a tutti gli ambiti umani e sociali. Il progresso scientifico gioca quindi un ruolo dirimente per i positivisti, in ultima analisi, nel superamento delle crisi intrinseche al sistema socioeconomico capitalista, poiché l’attività riformatrice della politica (scientifica, “positiva”) è, in ultima istanza, il fulcro del pensiero positivista stesso. Evidentemente, il positivismo ha fornito un importante contributo allo sviluppo dell’epistemologia nelle scienze, contribuendo allo stabilirsi autonomo di discipline quali la psicologia scientifica e la sociologia (quest’ultima, come vedremo, particolarmente importante in Comte); ma a differenza degli illuministi, che hanno sviluppato una relazione dialettica tra scienza e filosofia, e che pertanto valorizzavano la scienza all’interno di una tale relazione dinamica, per i positivisti deve prodursi una “trasformazione” della filosofia tradizionalmente intesa, per abbracciare il discorso puramente scientifico, il “sapere positivo”.

Auguste Comte muove da un doppio punto di partenza: da un lato dagli studi scientifici, dall’altro da quelli filosofico-politici. Per sostanziare la tensione riformatrice che è parte integrante del pensiero positivista[4], occorre stabilire un rapporto gerarchico – di causa-effetto – tra teoria e prassi, tra “anarchia spirituale” e “anarchia sociale”, e in questo senso la riorganizzazione in senso scientifico delle idee si pone come precedente all’attività pratica, come presupposto per le possibilità politiche riformatrici in ambito sociale. Ma andiamo con ordine. Schematicamente, è possibile individuare tre fasi nello sviluppo del pensiero comtiano: una prima fase è quella che va dal ’19 al ’28, gli anni degli opuscoli giovanili di filosofia sociale, in cui l’interpretazione che Comte da della società europea agli inizi dell’800 vede l’Europa in una fase di transizione dall’impostazione teologico-militare del medioevo a quella scientifica, un’impostazione quest’ultima che prevede una laicizzazione del vivere e un utilizzo scientifico, “positivo”, delle energie sociali per garantire allo sviluppo scientifico di imbrigliare la natura, e di gestirne le risorse in modo “razionale” (beninteso, senza alcun riferimento a forme di pianificazione economica dialetticamente relazionate con strutture democratiche consiliari, ma nell’alveo del libero mercato in un capitalismo che diviene imperialismo). In questa lettura, si sentono echi illuministici proprio nella visione laica-immanentistica della vita, e si tratta certamente di un’impostazione progressista, ma solo nei termini dello sviluppo tecnico e scientifico; viceversa, da un punto di vista politico, vi è un passo indietro rispetto alla carica rivoluzionaria dell’illuminismo (espressione di una nascente borghesia in ascesa), per abbracciare l’impostazione riformista anti-rivoluzionaria che vede, appunto, nella riforma intellettuale in senso scientifico i margini per una riforma sociale. Non certo di una rivoluzione politica.

La seconda fase del pensiero comtiano è quella abbracciata dal “Corso di filosofia positiva” (1830-’42), in cui vi è uno sviluppo delle riflessioni avanzate nella fase precedente tramite la teoria dei “Tre Stadi”, secondo la quale il progredire del pensiero umano, nell’interpretazione del reale, è storicamente transitato in tre fasi distinte: la prima, definita teologica/fittizia, dominata dalla ricerca delle cause dei fenomeni in forze di tipo sovrannaturale; la seconda, metafisica/astratta, che funge da transizione al terzo stadio proponendo lievi modifiche del primo, nella misura in cui invece di agenti sovrannaturali vengono invocate entità astratte quali la “natura”; infine, la fase scientifica/positiva, ovvero lo stadio conclusivo nonché, per Comte, più vicino, che è caratterizzato dalla rinuncia dell’uomo ad indagare l’essenza e le cause ultime dei fenomeni, privilegiandone l’osservazione e la loro connessione, poste alla base della formulazione di leggi e rapporti costanti nella realtà. Il “sapere positivo” muove dalle scienze più semplici fino a quelle più complesse, e quando tale forma di sapere raggiunge la biologia, abbandona un approccio analitico nei confronti dei fenomeni considerati singolarmente per abbracciare un’impostazione olistica, “sintetica”, che sappia cogliere l’organismo vivente nella sua totalità. Tale impostazione sintetica è alla base della sociologia, intesa come scienza della storia totale, fondata su leggi ed inevitabilmente deterministica.

Infine, la terza fase del pensiero comtiano è quella del “Sistema di politica positiva” (1851-’54), in cui entra in gioco il ruolo socio-politico della “fisica sociale”, della sociologia, che per sanare la patologia del mondo moderno, la citata “anarchia intellettuale”, ha il compito di fornire le linee direttrici per elaborare due aspetti paradigmatici a cui conformarsi. Si tratta della vocazione universale tanto della società capitalista occidentale, quanto del suo pensiero scientifico che deve, necessariamente, estendersi anche alla politica e – questo è un tratto dirimente – alla morale. Perchè la morale assume un’importanza decisiva? Se, come già accennato, nel primo Comte la fiducia dogmatica nel progresso scientifico avrebbe risolto le contraddizioni insite nel capitalismo, nell’ultimo Comte il primato è affidato alla morale, al soggettivismo, ovvero tanto alla “buona volontà” di chi detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione di limitare le sperequazioni e le crisi del sistema, quanto ai filosofi e agli scienziati (in ultima analisi, sociologi riformisti e riformatori) che devono svolgere un ruolo di limitazione e regolamentazione del capitale, e porre l’armonia interclassista fondata sulla morale come base della pace sociale. In altri termini, se il primo Comte ha fiducia nel capitalismo poiché ritiene che le sue contraddizioni sarebbero state risolte dalla scienza, l’ultimo Comte continua ad aver fiducia nel capitalismo nonostante tali contraddizioni si siano accentuate, e si rivolge idealisticamente alla morale, ad una religione a-confessionale che si configura come religione dell’umanità, alla sociologia intesa come scienza della stabilità e dell’immutabilità sociale. Ergendo la biologia ad archetipo delle scienze sociali, Comte cerca di sostituire la metafisica con le leggi fisiche invariabili, per cui la società risulterà retta da leggi razionali che ne precludono una profonda modificazione; mentre a livello di economia politica, Comte sostiene l’intervento di uno Stato che deve farsi garante della regolamentazione del conflitto di classe e della contraddizione tra capitale e lavoro, per la transizione ad un capitalismo monopolistico e tecnocratico. E’ in questi tratti essenziali che va inquadrato il positivismo comtiano, da intendersi come contributo rilevante nello sviluppo dell’epistemologia nella misura in cui, come i pensatori illuministi, avvia una transizione dalla fede alla scienza; eppure, in ultima analisi, tale transizione è viziata dall’esaurirsi della spinta progressiva del capitalismo e della funzione rivoluzionaria della borghesia, che come a livello politico porta all’emergere del conservatorismo e dalla necessità di impedire che il proletariato utilizzasse le strutture della borghesia rivoluzionaria contro la borghesia stessa, così a livello teorico-ideologico vede nel positivismo una filosofia che fornisce la giustificazione teoretica alla propria esistenza, una risposta ottimistica che non è più fondata sulla metafisica – incrinatasi per via delle crisi del sistema socioeconomico – , bensì sulla scienza e sul gradualismo riformista da attuarsi nell’alveo del capitalismo monopolistico. Si fa pertanto un passo indietro: dalla scienza, ad una nuova forma di fede. Non sfugge il parallelismo con la citata transizione dal paradigma classico in economia a quello marginalista [1]; così come è importante, a questo punto, introdurre la concezione epistemologica kuhniana per comprenderne la discontinuità con tale quadro teorico, e con i suoi sviluppi (in particolare, con il neopositivismo).

3. La discontinuità di Kuhn: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”

Il manifesto neopositivista del 1929 condensa, in cinque punti essenziali, i tratti determinanti del movimento sorto per rinnovare le prospettive già avanzate dal positivismo. Schematicamente, tali tratti sono il “realismo”, per il quale vi è un solo modo per descrivere una realtà oggettiva ed indipendente (siamo quindi lontani dall’approccio costruttivista in cui vi è una relazione dinamica, complessa e dialettica tra soggetto e oggetto); la “demarcazione”, per cui quanto più una disciplina sociale avrà affinità con la Fisica, tanto più sarà effettivamente scientifica; la “cumulatività”, per cui la scienza e la conoscenza si svolgono in un processo lineare, progressivo e cumulativo; la distinzione tra osservazione e teoria; infine, l’idea già citata che vi sia un unico metodo scientifico valido per tutte le scienze.

Tale impostazione, ovvero tale sviluppo delle istanze positiviste, viene rifiutato decisamente da T.Kuhn, che ne “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962) delinea uno sviluppo del progresso scientifico non lineare, in cui manca una progressione cumulativa costante e continua delle conoscenze, e che invece, accanto a momenti di ricerca “stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costruire il fondamento della sua prassi ulteriore”[5], ovvero accanto a momenti di “Scienza Normale”, presenta bruschi momenti di rottura rivoluzionaria. La storia della scienza procede quindi attraverso rivoluzioni scientifiche – svolte epocali, ma molto rare, determinanti nello sviluppo storico-sociale e scientifico – inframezzate da lunghi periodi di relativa “pace sociale” in cui la scienza normale si caratterizza per il consenso sulla validità dei risultati scientifici ottenuti. Tali risultati si cristallizzano in modo necessariamente innovativo (per attrarre seguaci a sé) ed aperto (per garantire la risoluzione di nuovi problemi al proprio interno) nei paradigmi scientifici. Si tratta di quadri concettuali complessi che delineano i problemi e i metodi legittimi a disposizione per affrontarli, inaugurando vere e proprie tradizioni di ricerca. In periodi di scienza normale, di convergenza, per Kuhn la ricerca non produce innovazione ma lavora alla risoluzione di rompicapi (puzzles) e alla difesa della tradizione nell’approccio alla disciplina stessa, oltre che alla formazione dei nuovi ricercatori nell’alveo del paradigma: è la modalità più usuale nello sviluppo scientifico, di risoluzione e costruzione del consenso. Le rotture rivoluzionarie, divergenti, portano all’abbandono da parte della comunità scientifica di “modalità di guardare al mondo e di esercitare la scienza un tempo affermata, in favore di un qualche altro, usualmente incompatibile, approccio alla sua disciplina”[6], producendo le vere innovazioni nella scienza e il superamento di un determinato paradigma con un altro. Non sfugge a Kuhn l’analogia tra quest’analisi dello sviluppo scientifico ed i processi determinanti dello sviluppo storico; un limite della teoria kuhniana, come vedremo, è tuttavia la mancanza di uno sviluppo organico di questa analogia, il che pregiudicherà in senso soggettivista ed idealista alcuni pur importanti sviluppi epistemologici successivi[7], e che soprattutto impedisce alla teoria esposta dalla “Struttura…” di espandere compiutamente il proprio potenziale.

4. Scienza Normale e Scienza Rivoluzionaria

Se caliamo la teoria di Kuhn in ambito storico-sociale e sostanziamo, come fulcro dell’analisi, la relazione complessa e dialettica tra scienza e società, oltre che l’analogia, anch’essa dinamica, tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni sociali, risultano immediatamente chiari due punti essenziali: anzitutto, che le condizioni per una svolta all’interno del paradigma si producono nel momento in cui il sistema non ha più margini di sviluppo; in secondo luogo, alla luce di quanto appena detto, si chiarisce meglio la funzione che assume la scienza normale. Proprio in virtù del carattere episodico delle rivoluzioni sociali, nei lunghi periodi intermedi – e anche subito dopo le rivoluzioni stesse – vi è un proliferare di lotte che, seppur destinate a ricomporsi nel momento in cui mancano le condizioni per un nuovo cambiamento (il che può essere dovuto a fattori oggettivi e soggettivi, in relazione dialettica fra loro), hanno un ruolo importante per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, e mantengono inalterata la propria importanza sociale e politica anche se i miglioramenti ottenuti sono modesti o nulli; in un tale contesto, in cui i tratti essenziali in senso scientifico, ma anche politico ed ideologico, di un paradigma sono formati, la lotta è intraparadigmatica, in un tentativo di riforma piuttosto che di superamento. Questo è, essenzialmente, lo scenario delineato da Kuhn in riferimento alla scienza normale, che vede un parallelo nello sviluppo scientifico nel momento in cui, tra una rivoluzione scientifica e un’altra, le lotte all’interno del paradigma proliferano, producendo analisi, critiche, e anche importanti scoperte, sempre nell’alveo della scienza normale. Idealistica appare quindi l’osservazione, solo apparentemente corretta, di Popper e il suo richiamo metodologico al marxismo, nella citazione della “Rivoluzione Permanente” di L.Trotskij[8]; se l’approccio critico è fondamentale tanto in ambito sociale quanto scientifico (e in questo, il parallelismo con il rivoluzionario marxista è corretto), una tale critica nei confronti della scienza normale è semplicemente avulsa dalle determinanti della storia, è una pretesa idealistica di sostituire un imperativo morale alle condizioni oggettive indipendenti dal soggetto, e con le quali il soggetto deve fare necessariamente i conti.

5.Paradigmi e stratificazione paradigmatica

Si diceva di come il concetto di paradigma (la cui validità e influenza è, peraltro, comprovata dal fatto che il principale erede di Popper nella lotta all’epistemologia kuhniana, Lakatos, fu costretto ad accettarne il potere esplicativo elaborando un falsificazionismo “sofisticato”, proprio perchè contaminato da Kuhn) avesse nell’indeterminatezza un punto di debolezza, tanto che ci fu chi avanzò fino a ventitrè modi diversi di interpretarlo[9], e non bastò la riformulazione lessicale della “matrice disciplinare” operata dallo stesso Kuhn per risolvere, sostanzialmente, il problema. Il punto è un altro: se il concetto di paradigma viene utilizzato, come fa Kuhn, per indicarne tanto la struttura complessiva quanto le singole componenti inserite in una tradizione più ampia e, in ultima analisi, nel paradigma generale, la scienza nel suo complesso non riesce a differenziarsi adeguatamente in base ai compiti di sua competenza (in base alla sua incidenza sul paradigma effettivo o sulla scuola posta alla base del paradigma) e, pertanto, rivoluzioni epocali arrivano paradossalmente ad avere il medesimo valore qualitativo di rivoluzioni secondarie o marginali (rilevanti in una cerchia secondaria del paradigma)[10]. Se, invece, si interpreta il paradigma come operante a livelli differenti, attraverso una stratificazione ramificata[11], si possono indicare le varie componenti del paradigma, a partire dagli ineludibili riferimenti teorici di base (le radici), fino ad arrivare, passando attraverso l’elaborazione centrale di tali riferimenti in modo organico (il tronco), alle ramificazioni, ordinate in modo gerarchico, via via più specifiche; in sostanza, si procede dal nocciolo teorico che rappresenta il fulcro del paradigma, il cui cambiamento (il cui superamento rivoluzionario) necessita di condizioni esterne al paradigma per essere compiuto, all’applicazione sempre più concreta e differenziata in scuole diverse, più o meno consonanti fra loro, all’interno del medesimo contesto teorico di base. La scienza normale opera nelle lotte “ai piani alti” dell’albero, trovando il proprio fulcro nelle diverse, e spesso opposte, interpretazioni che possono sorgere da premesse teoriche comuni; metaforicamente, potremmo dire che opera processi di potatura dell’albero, non lavora al suo abbattimento. Viceversa, quanto più l’anomalia all’interno del paradigma è teorica (correlata quindi ad un’alta omogeneità tra i vari livelli del paradigma), quanto più cioè andrà ad intaccare le fondamenta del paradigma stesso, tanto più l’eventuale rottura rivoluzionaria, che in ultima analisi trae le proprie ragioni più autentiche in eventi necessariamente esterni, sarà violenta.

In questo senso, vi saranno lotte inter-paradigmatiche, che si concludono necessariamente con la vittoria di un paradigma sugli altri (e la produzione di ideologia, qui nell’accezione marxista di falsa coscienza, a glorificazione del pensiero divenuto dominante), e lotte intra-paradigmatiche, che si svolgono all’interno di un contesto comune (la scienza normale, la “potatura”). In tal senso, il proliferare di versioni del paradigma non è certamente un fattore negativo, e anzi si tratta di fasi necessarie che preparano il terreno per nuovi sbocchi rivoluzionari e, quindi, per nuovi paradigmi.

Lo stesso sviluppo del paradigma, come avviene nello sviluppo sociale, segue dinamiche di crescita non lineari; muovendo, dialetticamente, dal superamento del paradigma precedente (in un processo che vede nella sintesi un superamento effettivo, che tuttavia mantiene il meglio dell’approccio precedente), e da una stratificazione necessariamente modesta, gli sviluppi quantitativi si trasformano in svolte qualitative non lineari, alla base di una strutturazione ramificata in cui, schematicamente, le intuizioni del “maestro” subiranno interpretazioni differenti da parte degli “allievi”, e saranno alla base di differenziazioni teoriche anche molto profonde. Ma qual è la determinante in ultima analisi decisiva posta alla base della stratificazione? Calando tale metafora all’interno della società e della produzione moderna, la divisione sociale del lavoro (con la conseguente scissione patogena tra teoria e prassi) si pone come fondamento sociale determinante di tale processo, foriero di specializzazione e parcellizzazione del sapere; un processo, insomma, in cui gli scienziati, parallelamente alle dinamiche dei processi produttivi, si “dividono il lavoro”. Non avranno, quindi, solo un approccio diverso alla stessa materia, ma si occuperanno anche di materie diverse.

6.Appunti per una rilettura materialista

Ritornando alle premesse: se l’approccio di Kuhn è stata una vera e propria boccata d’ossigeno per una scienza dominata, fino ad allora, dall’approccio positivista e dagli imperativi morali imposti dall’empirismo logico e da Popper, proprio tale apertura progressista si arena proprio nel suo pregio più evidente: nel suo carattere meramente descrittivo. L’epistemologia di Kuhn è un’epistemologia descrittiva, che descrive come avvengono le rivoluzioni scientifiche, ma non ne indaga le ragioni profonde, non spiega perchè avvengono. Il prevalere di un’ideologia, di un paradigma rispetto ad un altro, di una visione del mondo accettata, in una determinata epoca e in un determinato contesto, come la più esplicativa e completa, ebbene, non sono fattori che dipendono esclusivamente da aspetti ascrivibili alla personalità di chi se ne fa propugnatore, ma, come già affermato nei paragrafi precedenti, hanno in ultima istanza la causa determinante in fattori storico-sociali, nel fattore oggettivo. Se consideriamo il ruolo rivoluzionario dell’illuminismo, di laicizzazione del reale, dobbiamo necessariamente contestualizzare l’illuminismo stesso all’interno della transizione da un sistema economico ad un altro, e metterlo in relazione con la classe rivoluzionaria che fu protagonista all’interno di quella transizione sociale; ma se il ridimensionamento del potere ecclesiastico, dei dogmi di fede nella società, era storicamente determinato in virtù del continuo rivoluzionamento tecnologico e delle forze di produzione necessario per il capitalismo[12], le forme di tale necessità storica sono una combinazione complessa e dialettica di fattori soggettivi, oggettivi e accidentali. In altri termini, se in quella fase storica un processo di laicizzazione era storicamente necessario in virtù dello sviluppo del sistema socioeconomico, l’illuminismo è una forma accidentale, nata all’interno di combinazioni complesse in cui, certamente, i fattori soggettivi giocano un ruolo importante, e determinata dalla necessità oggettiva (così come, specularmente, l’utilitarismo di Bentham, che non poche connessioni ebbe con il positivismo, o l’economia politica inglese), oltre che dialetticamente relazionata con essa.

Se caliamo ancora più in profondità la relazione tra scienza e società, vediamo come appunto nella società capitalistica la relazione dinamica retroattiva tra entrambe le componenti si faccia sempre più urgente, proprio perchè il rapporto tra scienza e sviluppo dei mezzi di produzione diventa centrale, nello sviluppo di un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto e sull’estrazione di plusvalore. Per questo, in ultima analisi, le capacità soggettive dello scienziato sono subordinate alla capacità di tradurre la speculazione in progresso tecnologico, ovvero in quell’intreccio di teoria e prassi che abbia un valore sociale progressivo. Un approccio idealistico alla questione, ad esempio, sosterrebbe che nello studio della fisica subatomica la scoperta degli elettroni è avvenuta grazie al progresso tecnologico sospinto dall’espansione capitalista. Il punto, chiaramente, è un altro. Che gli elettroni non abbiano una natura di classe è scontato, quello che riveste un’importanza determinante non è tanto (non è solo) l’indicare nell’elettrone un costituente fisico, ma comprenderne il significato che assume all’interno di una determinata epoca storica: ad esempio, l’energia nucleare. Ecco che si arricchisce ulteriormente la definizione di scienza proposta all’inizio, intesa come accumulazione dinamica di conoscenze interne alla società, ad un determinato grado del proprio sviluppo, e quindi direttamente relazionata con il processo produttivo e con il ruolo che le classi hanno in relazione ad esso. Proprio tale accumulazione progressiva, nel momento in cui si relaziona dialetticamente con lo sviluppo delle forze produttive, è il fondamento kuhniano della scienza normale, e non deve sfuggire l’importanza dirimente che hanno tali fasi nello sviluppo tanto sociale quanto scientifico; in tali fasi si consuma, in modo non lineare, la crisi progressiva di vecchi e superati paradigmi e ideologie, tanto a causa di incoerenze laceranti interne al paradigma stesso, quanto, soprattutto, per l’importanza decisiva che assume il conflitto di classe nelle varie epoche storiche. Lo sviluppo dei paradigmi scientifici, così come delle ideologie, è in relazione complessa e dinamica con il ruolo storico giocato dalle classi sociali di volta in volta rivoluzionarie; tali classi, nella fase di ascesa, si dotano di un corredo di strumenti, ideologici e scientifici, che ne decretino il dominio assoluto e l’estensione dei valori fondativi oltre ogni vincolo storico (è questa la falsa coscienza, l’ideologia in Marx, intesa come separazione delle idee dal sostrato reale da cui traggono origine, a scopo di dominio). Tale corredo resta immutato nel tempo, nonostante il ruolo rivoluzionario della classe, progressivamente, si esaurisca e la classe stessa perda la propria funzione progressista, fino, dialetticamente, a tramutarsi nel proprio contrario: nella difesa intransigente dello status quo, in una difesa (reazionaria) di una realtà sulla quale non è più in grado di esercitare alcuna funzione progressista. Il mutare del ruolo della classe reca con sé anche un mutamento delle proprie prospettive filosofiche di riferimento – tendenzialmente da posizioni materialistiche (nelle varie accezioni che ha il termine), tipiche delle fasi rivoluzionarie, fino a prospettive idealistiche e soggettiviste, sempre più conservatrici – e dei paradigmi scientifici di cui si fanno espressione storica (si pensi alla transizione tra l’illuminismo e il positivismo).

Sarebbe frutto di materialismo meccanicista sostenere che ad ogni sconvolgimento sociale corrisponda un mutamento di paradigma, di pari proporzioni; però è innegabile che il contesto culturale e la pressione del conflitto sociale giochino un ruolo decisivo sul lavoro degli scienziati. In ultima analisi, il paradigma, inteso come complessa stratificazione, è una cristallizzazione delle istanze avanzate dalla classe dominante, e in quanto tale, sarà legato dialetticamente alle sorti della classe di cui è espressione teorica. E proprio per questo motivo, è una falsificazione idealistica la pretesa di separare la scienza tanto dalla società quanto dalla lotta politica che vi si produce.

7. Prospettive: la necessità della rivoluzione

A questo punto, la relazione dinamica tra un’organizzazione politica che miri all’emancipazione dell’uomo dai vincoli imposti dal capitalismo (di un paradigma che, da tempo, ha esaurito la propria funzione storica), e la propria classe di riferimento, è di grande attualità e d’importanza decisiva per analizzare tanto i rapporti di forza tra le classi quanto, in modo tutt’altro che lineare, il modo in cui tali rapporti trovino un’espressione sulla scena politica. In ultima analisi, ed è questo il fattore determinante, tale relazione è centrale per capire come strutturare un’organizzazione che sappia dimostrare, nella ricorsività tra teoria e prassi, la validità e la coerenza di un’alternativa rivoluzionaria, radicandosi saldamente e configurandosi così come un punto di riferimento politico. Cosa significa questo? Nel parallelismo tra scienza normale e relativa pace sociale, e tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni sociali, significa comprendere come la relazione tra fattori oggettivi e soggettivi sia determinante. Un paradigma non si esaurisce, come già accennato, solo per via delle proprie contraddizioni interne, occorre che sussista una contraddizione oggettiva, esterna, direttamente collegata alla classe sociale che ne è espressione. Ma una contraddizione insita in una classe sociale che ha esaurito la propria funzione storica progressista, non è sufficiente per esaurire concretamente il suo ruolo storico, provocandone un superamento in virtù delle sole contraddizioni che la dilaniano; occorre una presa di coscienza, da parte dei lavoratori, degli studenti, del proletariato nel suo complesso, dei risultati concreti, nefasti, che l’anarchia del libero mercato reca con sé, con il proprio retaggio fatto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di crisi strutturali di sovrapproduzione, di sperequazioni condotte in nome della massimizzazione sistematica del profitto. Occorre, in ultima analisi, lo sviluppo di un fattore soggettivo adeguato, espressione di tali istanze progressiste e dialetticamente relazionato ad esse: di un’organizzazione, di un partito, che giochi un ruolo attivo nella direzione rivoluzionaria. Un passo di Trotskij (questo, si, citato per il suo valore politico sostanziale) che riassume bene questo passaggio è il seguente[13]:

“…La storia è un processo di lotta di classe, ma le classi non gettano tutto il loro peso sul piatto della bilancia in maniera automatica e simultaneamente. Nel processo della lotta di classe, le classi formano diversi organi che svolgono un ruolo rilevante e indipendente, e sono soggetti a deformazioni. E su questo si basa anche la funzione della personalità nella storia. Certo, ci sono grandi cause obbiettive che hanno prodotto il potere autocratico di Hitler, ma soltanto degli sciocchi pedanti del “determinismo” possono negare oggi l’enorme ruolo storico giocato da Hitler. L’arrivo di Lenin a Pietrogrado il 3 aprile 1917 modificò al tempo giusto l’orientamento del partito bolscevico, e gli consentì di condurre alla vittoria la rivoluzione. I nostri sapientoni potrebbero dire che se Lenin fosse morto all’estero all’inizio del 1917 la rivoluzione d’ottobre si sarebbe prodotta “esattamente allo stesso modo”. Ma non è vero: Lenin rappresentava uno degli elementi viventi del processo storico. Impersonava l’esperienza e la perspicacia del settore più attivo del proletariato. La sua apparizione tempestiva sulla scena della rivoluzione era necessaria a mobilitare l’avanguardia e darle la possibilità di conquistare la classe operaia e le masse contadine. La direzione politica, nei momenti cruciali delle svolte storiche, può diventare un fattore tanto decisivo quanto la funzione di comando supremo nei momenti critici di una guerra. La storia non è un processo automatico. Altrimenti, perché dei dirigenti? Perché dei programmi? Perché tante lotte teoriche?…” .

Le lotte teoriche ed epistemologiche si saldano al conflitto che sorge all’interno delle contraddizioni insite nella società, e in questo senso risulta impossibile scindere i due ambiti senza cadere in analisi parziali, ideologiche e fuorvianti. Se interpretata attraverso il dinamismo di questa lente, la “Struttura delle rivoluzioni scientifiche” diventa uno strumento prezioso ed esplicativo del reale, così come la teoria dell’equilibrio punteggiato di S.J. Gould nel campo dell’evoluzione biologica, o le ricerche sulla matematica del caos; tutti ambiti che dimostrano come la dialettica, nel suo svolgersi all’interno dei fenomeni reali, sappia spiegare le determinanti profonde tanto della natura, quanto della società e della scienza. E in questo senso, per sostanziare tanto l’analogia proposta all’inizio di questa breve disamina, quanto, necessariamente, la necessità di una concreta prospettiva rivoluzionaria, che ponga le premesse per uno sviluppo dell’uomo completo, ad un livello ulteriore, ebbene, si può dire che “la storia di ogni società esistita fino a questo momento sia storia di lotte di classi, e relativi paradigmi scientifici”.

.Note.

1: Peraltro, la storia del pensiero economico può giocare un ruolo dirimente nel mettere in risalto il carattere parziale di ogni paradigma scientifico e, conseguentemente, nello sviluppare una certa consapevolezza critica nell’analisi del reale. Nello studio dell’economia, troppo spesso la filosofia della scienza viene espunta, per privilegiare modelli “concreti”, privati tuttavia dei propri necessari risvolti teorici, e per favorire quindi un atteggiamento generalmente “conformista” nell’alveo della “scienza normale”: si pensi, ad esempio, alla transizione dal paradigma classico in economia, espressione di una borghesia liberale che, pur a spese dei lavoratori, aveva ancora una spinta progressista nella società e, pertanto, garantiva a quel paradigma – come si vede nelle analisi di Ricardo e Smith – un’aderenza alla realtà capace di produrre analisi reali di una fase di crescita del capitalismo; al paradigma neoclassico, “marginalista”, espressione diretta del terrore della borghesia davanti all’ascesa della lotta di classe. Una borghesia che rinuncia quindi ad analizzare della società per ritirarsi, politicamente ed ideologicamente, in una difesa intransigente tanto dei propri interessi di classe, dimostratisi davanti al banco di prova della storia come interessi estremamente minoritari nella società, quanto di un nuovo paradigma economico che mise all’angolo, dopo l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi del 1871, i residui del paradigma precedente. Come sottolinea Marx nel primo libro del Capitale:” Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte. La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta tra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morto. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica”.

2: Nel celebre testo “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, V.I. Lenin sviluppò la seguente definizione di “Imperialismo”, avvertendo non si doveva mai dimenticare “il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo”:

a) la concentrazione della produzione del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; b) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; c) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; d) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; e) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

3: è interessante notare – pur brevemente, visto il grande interesse di tale questione, il cui sviluppo articolato non può tuttavia trovare uno spazio adeguato in questa sede – come anche nella fase attuale i settori decisivi dell’economia mondiale abbiano subito proprio tale processo di concentrazione nelle mani di pochi soggetti monopolistici.

4: Come già si può notare nel “plan des travaux scientifiques nécessaires pour réorganiser la societé” del ’22.

5: T.Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, Cap.II, ed. Einaudi, 2009, Torino.

6: T.Kuhn, “La tensione essenziale”, Torino, 1985, pp.245-246.

7: Come l’anarchismo metodologico di Feyerabend.

8: Salvo poi, e questo è curioso ed indicativo, fare più di un passo indietro rispetto a Trotskij, su tutta la linea, nel momento in cui, in relazione alla teoria economica da sostenere, il falsificazionismo applicato così scrupolosamente in ambito fisico veniva bellamente subordinato alle necessità politiche ed ideologiche. Essenzialmente, la citazione del rivoluzionario russo ha una funzione esclusivamente formale in Popper, certamente non sostanziale. cfr. Solo R.A. The philosophy os sciences and economics, MacMillan, Londra, 1991.

9: Citato in Oldroyd D., The Arch Of Knowledge, Methuen, New York, 1986.

10: L.Geymonat, Riflessioni critiche su Kuhn e Popper, Dedalo, Bari, 1983.

11: M.Cini, Un Paradiso Perduto, Feltrinelli, Milano, 1994.

12: Cfr. K.Marx, F.Engels, “Manifesto del Partito Comunista”, AC Editoriale, Milano, 2010.

13: L.Trotskij, “Classe, Partito, Direzione”, ’40

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