“Alleanza democratica” o alternativa di classe?

Pur 181 That's The Question - Fernand Hick

Dinanzi allo scenario che il terzo anno di crisi economica – forse quello più disastroso finora – reca con sé, con attacchi indiscriminati rivolti tanto contro ai lavoratori quanto agli studenti, e un aumento esponenziale di disoccupazione e cassa integrazione, all’interno di Rifondazione Comunista passano due idee principali. La prima, che il problema di questo paese sia Berlusconi, con il proprio retaggio fatto di illegalità e attacco ai diritti democratici. La seconda, che per sconfiggere Berlusconi e, in un certo senso, ristabilire le condizioni per un agire politico più “sano”, sia necessario appena un voto in più del 50%. Si ignorano quindi tanto le dinamiche del conflitto sociale in questo paese, quanto le esperienze politiche attraverso le quali la stessa Rifondazione ha delineato la propria storia.

Nel 1994, il primo governo Berlusconi cade dopo appena sette mesi, messo sotto pressioni dall’esplodere del conflitto sociale. Nel ’96 nasce il primo Ulivo di Prodi, a cui Rifondazione dà il proprio appoggio tramite una “desistenza esterna”, la cui garanzia è racchiusa in paletti programmatici centrali, quali il reintegro della scala mobile e l’abolizione dei ticket; ma in quel contesto, il partito cade vittima del ricatto contrario, per il quale togliere i propri voti in caso di mancato adempimento dei “paletti” avrebbe significato una vera e propria complicità al ritorno della destra e di Berlusconi. Tra il ’96 e il ’98 avviene quindi il voto favorevole del PRC ai Cpt, al Pacchetto Treu, e alla privatizzaizone dell’80% delle aziende pubbliche italiane, ma almeno, con la rottura del ’98, non si dà il voto alla guerra in Kosovo, uscendo però in uno stato comatoso, con una scissione interna e l’accusa di complicità con la destra.

Nel 2001 Berlusconi torna al governo, ma tra il 2001 e il 2004 il PRC, rinvigorito dall’opposizione, diviene un punto di riferimento per le mobilitazioni che si producono, da Genova fino alle mobilitazione per l’articolo 18, fino alla guerra in Iraq e alle mobilitazioni per gli autoferrotranvieri e la Fiat di Melfi. Tuttavia, in quel contesto così favorevole per il rilancio di un’alternativa politica di classe, il partito decide appoggiare l’Unione di Prodi, con l’intento di battere Berlusconi, questa volta evitando inutili giri di parole ed entrando direttamente nel governo, preparando così la disfatta tanto sociale quanto elettorale del 2008 attraverso il finanziamento delle missioni militari e il voto favorevole al Pacchetto Welfare.

Cosa significa questo? Scindere il conflitto sociale dal lavoro istituzionale, incarna alla perfezione la prospettiva riformista – e, pertanto, illusoria – che ha caratterizzato il governismo della maggioranza del PRC in questi anni. Nel momento in cui si annulla la relazione dialettica che deve sussistere, in un partito comunista, tra la conflittualità prodotta dall’organizzazione politica militante e il lavoro che i rappresentanti eletti svolgono nelle istituzioni; nel momento in cui si propone un’”alleanza democratica” con il centro borghese (in un fronte piuttosto ampio che va da Casini, fino a Fini e a Montezemolo) con lo scopo di sconfiggere la destra; ebbene, non si fa che riprodurre uno schema, completamente idealista e necessariamente fallimentare, che non regge proprio perchè separa l’acquisizione dei diritti sociali, politici e democratici, dal conflitto che deve prodursi, e che storicamente si è sempre prodotto, per il loro ottenimento. Detto in altri termini, un’alleanza democratica è tale se nasce su prospettive progressiste, a partire dall’ampliamento dei diritti dei lavoratori e delle libertà concesse alla classe operaia, non se si pone come finalità la sola legge elettorale, proprio perchè i componenti di tale alleanza sono i primi promotori di politiche antioperaie.

In questo senso, il centro-sinistra non si configura né si è mai configurato come alternativa alla destra, quanto piuttosto, al contrario, come meccanismo per assicurare una continuità politica alla destra stessa, imbastendo coalizioni ampie che, nel dare l’impressione di rappresentare un’alternativa perchè amalgamate dalla necessità meramente elettorale di battere Berlusconi, tradiscono la classe operaia tramite i cosiddetti “governi amici” e portano la classe ad uno sbandamento che la porta, privata di altri canali alternativi, a rivolgersi in modi diversi contro le proprie organizzazioni di riferimento.

Manca un senso alla prospettiva della Federazione della Sinistra, se tale progetto non si emancipa dalla subalternità al centrosinistra, immergendosi invece nell’alternativa concreta che il conflitto di classe in questo paese, da Pomigliano a Melfi, fino alle lotte dei precari, degli studenti, e alle mobilitazioni contro la privatizzazione dell’acqua, pone in modo netto e deciso, coltivando tale potenziale e cercando di farlo crescere sia sul terreno della conflittualità, che su quello programmatico.

Si tratta di un ri-orientamento complessivo del partito, nell’ottica di una conessione delle questioni vertenziali via via più rilevanti, con una prospettiva politica di più ampio respiro volta al cambiamento sociale su scala internazionale, in senso anticapitalista e socialista. La nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle aziene privatizzate o sotto minaccia di privatizzazione, oppure il blocco dei licenziamenti e il salario ai disoccupati, sono rivendicazioni che non possono inserirsi nell’alveo di un programma dominato da forze che esprimono interessi del tutto opposti e contrastanti, poiché tale logica, necessariamente, conduce allo svuotamento delle nostre prospettive e delle nostre potenzialità.

La costruzione di un programma autonomo, invece, connesso alla conflittualità che quotidianamente si produce, e dialetticamente relazionato ad essa, è l’unica soluzione per superare le logiche illusorie dell’alleanza democratica, abbracciando la prospettiva, concreta, di costruire un’alternativa di classe, intesa come unica via per ampliare tanto le libertà democratiche, quanto i diritti sociali, all’interno di una più ampia prospettiva di emancipazione dell’uomo dai vincoli corrotti e decadenti del capitalismo.

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