Il Manifesto del Partito Comunista

Lo studio attento del Manifesto del Partito Comunista rappresenta una risorsa irrinunciabile, non solo perchè delinea un’analisi scientifica – muovendo da basi materiali – del capitalismo, ma soprattutto perchè indica la strada per l’abbattimento di un tale sistema e per la costruzione dell’alternativa politica. Manca qualsivoglia intento meramente commemorativo nei confronti di un testo che, scritto nel 1847, mantiene un carattere incredibilemente attuale, forte di analisi limpide protese all’emancipazione rivoluzionaria dell’uomo; ed allo stesso tempo, è opportuno rigettare ogni assolutizzazione dogmatica di tali analisi, per privilegiare un utilizzo di tale testo consapevole e dialetticamente relazionato ad una realtà che deve essere oggetto della nostra azione politica quotidiana, e su cui è più che mai indispensabile articolare prospettive di cambiamento. Il Manifesto, in tal senso, diviene uno strumento politico prezioso per qualsiasi militante che si ponga tali finalità, ed è altresì un compendio di analisi e prospettive con cui, volenti o nolenti, occorre fare i conti, per avere un quadro complessivo di una realtà certamente articolata e complessa.

L’analisi e le prospettive avanzate dal Manifesto, trovano un’incisività ancora maggiore nel metodo, che muove da un’analisi materialista, storico/dialettica, del reale, e che porta a due considerazioni principali: anzitutto, le prospettive di emancipazione avanzate dai comunisti non hanno una base ideale, non “poggiano affatto (…) su principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo”, bensì sono espressione di un movimento storico tangibile, percorso dalle trame dinamiche del conflitto di classe. In secondo luogo, si indica in tali dinamiche conflittuali, tra classi sociali dagli interessi contrastanti, il tratto distintivo e caratterizzante delle società finora esistite, pur nelle variegate stratificazioni, nei differenti ordini e livelli delle posizioni sociali, in ultima analisi nei tratti caratterizzanti i diversi momenti storici. “La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi” recita il celebre incipit al primo capitolo, il che rimanda al conflitto come costante, in relazione dialettica con l’articolazione specifica di una data società: la nascita della società moderna, che nasce in virtù del tramonto di quella feudale, ripresenta i medesimi tratti conflittuali del passato, solo presentati in forme e modalità differenti, espressi da classi differenti – nella società moderna, la borghesia e il proletariato -.

Quali i tratti caratteristici di una tale fase di sviluppo storico-sociale? Anzitutto, il ruolo rivoluzionario della borghesia, capace di spazzare via i precedenti vincoli feudali, ponendo “lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche”, e soprattutto di rivoluzionare costantemente gli strumenti e i rapporti di produzione, e con essi l’insieme dei rapporti sociali, differentemente da quell’immutabile conservatorismo nei confronti delle antiche modalità produttive, che aveva caratterizzato le classi dominanti precedenti; ma non solo, con una lungimiranza mirabile viene messo in luce il carattere cosmopolita della produzione e del consumo, in tutti i paesi, che sradica l’industria dalle proprie basi nazionali e si proietta verso il mercato mondiale, verso l’universale interdipendenza delle nazioni le une dalle altre, facendo sì che non esista patria per la classe operaia, e che la conquista del dominio politico da parte del proletariato, nella fase in cui si organizza in classe “nazionale”, abbia un carattere meramente transitorio, formale, mai sostanziale e mai nell’accezione che, di “nazione”, ha la borghesia; ovvero, che il carattere rivoluzionario del proletariato trascenda i limiti e i vincoli dello Stato nazionale, abbracciando una prospettiva internazionalista e, proprio per questo, genuinamente rivoluzionaria.

Ancora, il Manifesto presenta una lucida e attuale analisi delle crisi economiche, la cui causa ultima è rinvenuta nella sovrapproduzione, ovvero in un controsenso storico senza precedenti che subordina necessità e bisogni al carattere anarchico e selvaggio del libero mercato, e che porta alla distruzione di parte dei prodotti già ottenuti, di forze produttive già create, oltre che alla conquista di nuovi mercati e allo sfruttamento più intenso e marcato di quelli già esistenti:” …La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; (…) l’industria e il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della società borghese e dei rapporti di proprietà borghese; al contrario, esse sono divenute troppo potenti per tali rapporti, sicché ne vengono inceppate; e non appena superano questo impedimento gettano nel disordine tutta quanta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte…”.

Ecco che all’incertezza e all’instabilità, cifra costante del dominio borghese, si accompagnano le prospettive di un mercato e di uno sfruttamento globali, in cui le crisi del ciclo economico assumono caratteristiche irrazionali e contraddittorie.

Oltre all’analisi economico-sociale del capitalismo, il Manifesto delinea una prospettiva, e si tratta di una prospettiva radicalmente differente da quelle dominanti tra i pensatori socialisti dell’epoca proprio in virtù del valore rivoluzionario attribuito alla classe operaia, un ruolo attribuito ad essa dallo sviluppo del capitalismo stesso; il proletariato non è, in Marx ed Engels, mero oggetto di concessioni più o meno avanzate da parte della classe dominante, bensì una forza sociale potenzialmente prorompente, l’unica forza genuinamente rivoluzionaria, che deve organizzarsi autonomamente tanto sul terreno economico quanto su quello politico: “Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino…I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina la loro esistenza di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. (…) Quanto al sottoproletariato, che rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società (…) per le sue stesse condizioni di vita sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie…”.

Un tale ruolo rivoluzionario non si contraddistingue per la volontà di abolire la proprietà – tratto che non caratterizza i comunisti, in virtù dei continui processi di alterazione storica subiti dalla proprietà nel corso dei cambiamenti storici, come nel corso della rivoluzione francese -, bensì per quella di abolire la proprietà borghese, la proprietà privata, intesa come espressione compiuta di produzione e appropriazione che si fonda sullo sfruttamento di una classe su un’altra, nell’alveo dell’antagonismo tra capitale (ovvero quella proprietà fondata sul lavoro salariato) e lavoro. Così come il capitalista occupa non solo una posizione personale all’interno dei rapporti di produzione, ma anche e soprattutto una posizione sociale, il capitale, in quanto prodotto legato a doppio filo, in ultima analisi, all’attività congiunta di tutti i componenti della società, non è una potenza personale bensì sociale; occorre quindi sgomberare il campo dalle incertezze sulla proprietà in senso lato e sulla proprietà personale, l’oggetto della trasformazione è il carattere della proprietà, che divenenendo sociale perde il proprio carattere di classe scardinando i meccanismi avvilenti e mortificanti del lavoro salariato nei quali “…l’operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante…”. Si tratta quindi dell’abolizione di una forma di proprietà che è già abolita naturalmente per i nove decimi della società, e che poggia le proprie fondamenta proprio su tale disparità sociale: “…dunque, confessate che per persona non intendete nient’altro che il proprietario borghese. Certo, questa persona deve essere abolita. Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi dei prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione…”.

Una tale trasformazione, di carattere materiale e sociale, è in relazione dialettica con la trasformazione della produzione intellettuale, “…c’è bisogno di una profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale? (…) le idee dominanti di un’epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante…”: la lotta per le idee procede di pari passo con quella per l’emancipazione materiale dell’uomo, e il comunismo si pone in aperta contraddizione con le cosiddette “verità eterne”, con i dogmi inviolabili, con quelle forme di coscienza che si articolano nel corso della storia, pur nelle loro peculiarità, in forme comuni, in virtù della loro comune origine nell’antagonismo di classe; e che, parimenti, si dissolvono al dissolversi della divisione del lavoro manuale da quello intellettuale, della scissione tra teoria e prassi, in ultima analisi della divisione della società in classi.

Di grande attualità, all’interno del terzo capitolo dedicato alla letteratura socialista e comunista, è la sezione dedicata al socialismo conservatore, particolarmente acuta nel delineare profili del tutto moderni di intere correnti di pensiero che, oggi come allora, rifiutano qualsivoglia approccio materialistico e dialettico, e con esso la necessità di un’organizzazione rivoluzionaria – declinata nei diversi ma interrelati ambiti del partito e del sindacato – così come la centralità della classe operaia e della sua organizzazione, come forza attiva di cambiamento sociale attraverso il conflitto di classe: “…Una parte della borghesia desidera di portar rimedio ai mali della società per assicurare l’esistenza della società borghese (…) I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della moderna società borghese senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne risultano. Vogliono la società attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. (…) Questo socialismo però non intende menomamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che può conseguire soltanto per via rivoluzionaria, ma dei miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno di questi rapporti di produzione, che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della finanza statale. (…) Il socialismo della borghesia consiste appunto nel sostenere che i borghesi sono borghesi – nell’interesse della classe operaia…”.

La battaglia politica, sindacale e teorica che dobbiamo saper avanzare con determinazione all’interno e all’esterno delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, per contrastare tali istanze riformiste ed avanzare una prospettiva marxista e rivoluzionaria che faccia propria la logica dell’alternativa politica, e si ponga come prospettiva concreta e coerente di emancipazione dell’uomo, passa necessariamente da qui: attraverso le analisi e le prospettive delineate nel Manifesto del partito comunista, un testo che mantiene inalterata la propria attualità e che rappresenta uno strumento teorico fondamentale per tutti coloro che cercano sia di interpretare le dinamiche che muovono la nostra società, che una prospettiva di cambiamento.

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