La pedagogia di Don Milani

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Pochi appunti sulla pedagogia del parroco di Barbiana, a partire dal volume di Franco Cambi “Le pedagogie del ‘900” e dagli articoli incentrati sulla “Relazione educativa in Don Lorenzo Milani” apparsi sulla rivista “Pedagogia Più Didattica”. a cura della Prof.ssa Laura Cerrocchi.

Don Lorenzo Milani (1923-1967), nel pieno delle istanze espresse dal Vaticano II, con “Lettera a una professoressa” dato alle stampe nel giugno del ’67 accusò frontalmente la scuola pubblica, classista e discriminatoria, e propose una forma di istruzione alternativa che cercasse di essere, realmente, “di tutti”. Il parroco di Barbiana seppe correttamente individuare nella scuola un carattere selettivo (anche nell’uso distorto della valutazione, nell’alveo di una critica serrata ad una scuola selettiva che si dichiarava democratica “in entrata”, ma che risultava selettiva e discriminatoria “in uscita”), e un ruolo parziale, spesso elitario; da qui, le proposte alternative per una scuola senza “bocciature”, con un’introduzione flessibile del tempo pieno, e soprattutto che fosse in gradi di fornire una prospettiva ai ragazzi, che partecipano attivamente al percorso formativo.

Per raggiungere un tale scopo, la scuola “del mattino” necessita dell’intervento statale, mentre quella “del pomeriggio” dell’impegno dei sindacati, in uno sforzo teso alla collaborazione armonica tra i ragazzi e alla costruzione di una scuola i cui programmi si legano a contenuti sociali e politici; si tratta di un’opera educatrice da svolgersi in stretta connessione con gli avvenimenti locali, nazionali e internazionali, che infonde nelle classi più deboli il senso della legalità e diviene strumento per combattere, con mezzi leciti, la sperequazione culturale che li faceva vittime; e si tratta di una scuola che prende le distanze da una cultura letteraria aulica, pur fornendo la conoscenza della lingua e gli strumenti sia per un’esposizione logica e comunicativa chiara, che per comprendere e giudicare la cultura letteraria. Una scuola e un pensiero, in ultima istanza, che pur rifiutando un’analisi scientifica, materialista e dialettica di una società lacerata da contraddizioni insanabili (oltre che le prospettive rivoluzionarie di emancipazione che ne conseguono), e pur risentendo di talune mancanze (quali il mancato aggiornamento didattico o la marginalità delle scienze, questioni che comunque risultarono volutamente secondarie nel pensiero pedagogico e nella prassi educativa milaniana), ha messo in discussione la selettività classista del sistema scolastico “dei Pierini”, appannaggio della classe dominante.

D’altronde, appunto, manca in Don Milani un interesse specifico nella didattica, se non nelle sue ricadute educative a tutto tondo, mentre è presente un approccio pedagogico che muovendo dal dato materiale, dalle condizioni date, tenta un percorso di modificabilità dell’uomo integrando uguaglianza e differenza, e mirando alla sua emancipazione; è una pedagogia dei fini piuttosto che dei mezzi, in una scuola che diviene comunità e con un maestro che è al contempo educatore. Don Milani si muove in un quadro in cui la cooperazione e la solidarietà, in relazione con la libertà, si fanno espressione di democrazia e al contempo comunione, in un’opera che è al contempo de-sacralizzatrice e sacralizzatrice nei confronti dell’educazione e che è segnata tanto dalle istanze del Concilio Vaticano II (evento che riportò, secondo Balducci, all’interno della chiesa le condizioni, spirituali e canoniche, per riaprire un dialogo e valorizzare le diversità all’interno dell’unità della Verità rivelata, trasformando l’educazione da diritto a dovere di apostolato), quanto da determinati influssi marxisti e dal pragmatismo deweyano.

Il progressismo cattolico di Don Milani può essere interpretato come frutto di una triplice conversione: anzitutto, politico-sociale, a partire dal senso di colpa per le proprie origini borghesi che sfociò nel duplice impegno “di classe” e “religioso” al contempo che l’intellettuale (con qualche richiamo all’intellettuale organico di Gramsci, pur con le dovute differenze) ha nei confronti del proletariato, e che in Don Milani ha una valenza emancipatrice nel momento in cui l’organizzazione della cultura è un momento di elevazione del popolo. In secondo luogo, une conversione culturale-educativo-linguistica che, mossa da una fiducia illuministica nella parola, nella cultura e nella ragione intesi come strumento anche politico, nel parroco di Barbiana ha una valenza liberatrice e critica nei confronti negli apparti ideologici del sistema, tanto a livello politico-sociale quanto educativo, e anzi nella relazione dialettica tra i due piani; l’alfabetizzazione assume quindi la valenza di emancipazione dalle oppressioni materiali ed immateriali, nell’ottica di una lotta nell’esemplarità evangelica. Infine, una terza conversione fu quella pastorale-liturgica-anticatechistica, che confluì in una prassi segnata da una prospettiva pastorale in linea con una sorta di teologia della liberazione, e da una pedagogica-culturale-educativa; le due prospettive si fondono in Don Milani poiché, per fuoriuscire dai vincoli di una cultura ideologica (nel senso marxista del termine), occorreva promuovere una cultura che fosse autenticamente universale e che promuovesse solidarietà e spirito di comunione, così come un sentimento di giustizia che avrebbe dovuto caratterizzare ogni cristiano nel rimuovere l’emarginazione.

Ecco che in Don Milani manca, almeno in una prima fase, la necessità di un’educazione “cattolica”, percepita dal parroco come ideologica, ma è presente un’educazione “cristiana” fondata sui mezzi come pratica di vita che, criticamente, portasse alla libertà e all’autodeterminazione dell’uomo; in quest’ottica, da un lato la coscienza dell’uomo è naturalmente educatrice, anche quella del bambino, davanti alla quale l’educatore ha il ruolo di “dare voce”, mentre dall’altro il povero, per condizione materiale, vivrebbe in modo più acuto la lezione della realtà in modo molto maggiore rispetto al ricco, e pertanto potrebbe potenzialmente portare avanti in modo molto più ricco il passaggio dall’universale (come orizzonte di senso) al particolare (come storicizzazione degli eventi). E’ presente in Don Milani una sorta di determinismo meccanicistico, nel vedere nel cattolicesimo l’approdo privilegiato dell’uomo, in virtù del perdono non garantito né da altre confessioni religiose, né dalle prospettive politiche svincolate dal cattolicesimo; nonostante questo, è impossibile per il parroco evangelizzare senza istruire (con particolare riguardo all’educazione linguistica, che permette di codificare i significati denotativi e connotativi della realtà), e la scuola deve essere a-confessionale, fatta di un laicismo che ha carattere di verità e amore, ovvero di un mandato educativo che si svincola dalla sola committenza burocratica. L’educazione linguistica milaniana è una forma di scrittura chiara e asciutta, utile nella misura in cui ha un messaggio da comunicare a molti e, soprattutto, difforme da qualsivoglia dote innata, e coincidente in ultima istanza con la religione.

La legge Casati del 1859 sancì l’obbligo scolastico, ma non riuscì a garantirlo in ragione delle autonomie locali, mentre l’istituzione della scuola media unica del 1963 tentò di garantire l’uguaglianza di accesso alla scolarizzazione, ma non riuscì a costituire una scuola realmente democratica che si risolvesse nell’uguaglianza degli esiti formativi. In questo contesto, Don Milani, figura di sintesi peculiare tra posizioni laiche e cattoliche, tra la giustizia sociale e la libertà (intesa come singolarità e come giustizia legata alla pastorale missionaria), denunciò le contraddizioni di una società divisa in classi e le ingiustizie subite dalle classi più deboli. Ma non indicò mai, come prospettiva, l’abbattimento rivoluzionario di una tale società, perseguendo semmai il raggiungimento di una consapevolezza tale da affievolire tali forme di dominio, tale da evitare di cronicizzare gli status biologici, psicologici, sociali e culturali. In questo senso, la spaccatura tra teoria e prassi si configura in Don Milani come la spaccatura tra due culture di classe, la cui soluzione risiede nel parroco nella formazione di “cittadini sovrani”, in cui la formazione individuale è cura e capitale sociale, emancipazione dal consumismo, in ultima istanza fondamento di giustizia sociale. L’individuo non è “dato” bensì “da far-si” e l’educazone, intesa come forma di emancipazione dei singoli, non potrà che essere auto-educazione, supportata dall’adultizzazione (prima regola fondata sull’autorità paterna, garantita dall’educatore e come richiesta all’educando di anticipare la propria maturità psicologica) e dalla responsabilità reciproca (ovvero l’autorità fraterna, garantita dal tutoring e dall’insegnamento-apprendimento nel gruppo dei pari). A Barbiana, una comunità autoeducante basata sul mutuo insegnamento, oltre che microcosmo sociale di vita, il principio economico collettivistico della condivisione e quello della comunione fraterna venivano praticati come paralleli a quelli della condivisione sociale della cognizione tra pari, quale agente di progresso per chi era in condizione di svantaggio, sia a livello individuale che di gruppi storici e classi sociali.

Barbiana superò le pedagogie libertarie e descolarizzatrici per abbracciare la disciplina, nella doppia accezione di dominio organizzato di saperi, disciplinato proprio perchè potesse diventare strumento; e di pratica sociale, in cui la disciplina consente il funzionamento dei rapporti tra partner, in un determinato contesto. Un tale approccio integrò l’interdisciplinarietà e diede alla regia dell’insegnante il ruolo di porre l’insegnamento in termini sociali, in base alla prospettiva storico-culturale per cui il sociale precede e avvalora l’individuale, e in un contesto di scuola come comunità di vita in cui, nel passaggio dal gruppo inteso come aggregato casuale di singoli alla strutturazione del gruppo di lavoro, l’intervento didattico viene ricondotto al suo abito pedagogico, e si fonde con istanze di dissenso critico-ricostruttivo, integranti scuola e società in un’ottica democratica, e in ultima analisi evangelizzatrice.

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