John Dewey: tra attivismo, pragmatismo e democrazia

Nell’ambito della ricerca pedagogica e della prassi educativa di stampo attivistico si inserisce a pieno titolo John Dewey (nato nel 1859 e studente, alla Johns Hopkins University, con Stanley Hall e Charles Peirce), immerso nella prospettiva della scuola nuova e capace di individuarne criticamente i limiti e i punti di forza, oltre che sensibile al ruolo politico democratico – qui nel senso di democratico-borghese e liberale del termine – della pedagogia e dell’educazione. Dewey fu inoltre esponente di spicco del pragmatismo americano, declinato in senso strumentalista proprio in virtù del carattere attivo dell’individuo, la cui attività intellettuale è strumento di elaborazione dell’esperienza in una realtà che ha un carattere dinamico e, appunto, pratico.

Indicativa è l’opera “Come Pensiamo” del 1910, in cui il pensiero si configura come indagine attiva che nasce dall’incertezza ed è tesa al raggiungimento di uno scopo, modellandosi sull’indagine. In tal senso, il pensiero supera l’osservato divenendo pensiero riflessivo nell’ottica del passaggio dal problema alla soluzione. L’educazione entra in relazione con il pensiero favorendone un uso consapevole, inventivo e progettuale, in senso antidogmatico, in modo tale che le risorse individuali trovino una valorizzazione nell’indagine sistematica e progettualmente orientata dalla logica per favorire, in ultima analisi, il passaggio dal concreto all’astratto. La lezione, in quest’ottica, è strumento attivo e partecipato di sviluppo e controllo del linguaggio e dell’osservazione.

Ecco che la filosofia di Dewey diviene una vera e propria “teoria dell’esperienza”, in cui vi è una relazione dinamica, attiva e contraddittoria tra soggetto e natura, un’unità inscindibile tra teoria e prassi (derivante dal fatto che l’intelligenza non influenza la natura dall’esterno, poiché è “entro natura”; in questo modo, è la natura stessa che agisce per poter prevedere e modificare il proprio sviluppo), e in cui il pensiero interviene per stabilire un nuovo equilibrio configurandosi come intelligenza creativa e indagine scientifica sull’esperienza. La riflessione politica che scaturisce dall’evoluzionismo strumentalistico di Dewey si impernia sulla democrazia, intesa come forma politica più avanzata da costruire e ri-costruire nelle trame dell’educazione scolastica così come dell’opinione pubblica, nell’ottica di una società autoregolata attraverso il controllo collettivo dell’intelligenza sviluppata liberamente e attivamente all’interno della vita sociale. Ma la democrazia non è solo questo: si declina nella vita quotidiana, all’interno dell’istituzione scolastica, e coinvolge l’intero corpo insegnante.

In Dewey vi è una relazione dinamica tra teoria e prassi, in una commistione tra la pedagogia e le ricerche delle scienze sperimentali (in particolare la psicologia e la sociologia) che fa del pensiero del pedagogista americano un vero e proprio impegno teso alla costruzione di una filosofia dell’educazione, politicamente orientata in senso democratico e liberale.

Manifesto del movimento delle scuole attive è certamente “Il mio credo pedagogico” del 1897: il processo educativo inizia inconsapevolmente, alla nascita dell’individuo, e ha un carattere permanente. Questi due tratti (la durata per tutto l’arco di vita e la naturale inconsapevolezza in una prima fase) portano l’uomo a condividere tutte quelle “risorse intellettuali e morali che l’umanità è riuscita ad accumulare”. Complessivamente, un tale percorso formativo ha un aspetto psicologico e uno sociologico e, anche se in Dewey il momento psicologico è determinante, non vi può essere subordinazione dell’uno all’altro. Occorre pertanto muovere dagli istinti e dalle attitudini individuali per poi calare tale dimensione psicologica in ambito sociale, poiché è solo tramite la traduzione delle tendenze individuali nei corrispettivi modelli sociali che tali tendenze possano essere comprese veramente e inserite in una dimensione storico-sociale in cui divengono “eredità di precedenti attività della specie”, oltre che proiezione futura in vista del loro fine.

L’individuo ha un carattere sociale, e la società è un insieme organico di individui.

In quest’ottica, la scuola non si configura come qualcosa di separato dalla vita sociale, bensì come quella “forma di vita di comunità, in cui sono concentrati tutti i mezzi che serviranno più efficacemente a rendere il fanciullo partecipe dei beni ereditati dalla specie e a far uso dei suoi poteri per finalità sociali”, come un vero e proprio processo di vita e non come una preparazione alla vita futura. Si tratta quindi di una forma di società semplificata, embrionale, e proprio per questo pedagogicamente orientata all’azione ordinata e consapevole del bambino; tra vita scolastica e vita domestica vi deve quindi essere una relazione dinamica. Le attività domestiche devono essere riprese e continuate (approfondite) in ambito scolastico, sia per una necessità psicologica (continuità nello sviluppo individuale) che sociale (poiché la scuola ha il compito di estendere e approfondire i valori appresi in ambito domestico).

Il centro di correlazione tra le varie materie scolastiche diviene precisamente l’attività sociale del bambino, poiché nel processo educativo non vi è disgiunzione tra il processo e il fine: si tratta di una vera e propria ricostruzione continua dell’esperienza. In ultima analisi, il lato attivo del soggetto – in particolare i propri interessi e motivazioni – precede quello passivo, trasversalmente alle variegate funzioni biologiche e psicologiche. Allo stesso modo, i processi intellettivi e mentali derivano dall’azione e “vengono trasmessi in vista di un miglior controllo dell’azione” (vi è quindi un intreccio inscindibile tra ragionamento e azione, anche in ambito educativo, e in particolare nei metodi formativi da elaborare).

In “Scuola e società” del 1899, un puerocentrismo che si articola nei quattro interessi fondamentali della comunicazione, dell’indagine, della fabbricazione e dell’espressione artistica, si fonde con un’impostazione di scuola attiva intimamente legata ai mutamenti della società e, quindi, provvista di laboratori in cui il lavoro assume una valenza educativa in quanto ambiente protetto di preparazione e sperimentazione. La scuola si fa scuola-laboratorio e scuola-comunità, strutturandosi in modo democratico, con lo scopo di formare sia allo spirito scientifico che all’attività consapevole dei cittadini. La scuola parte dagli interessi di vita personale del bambino, coadiuvando questa ricerca personale con il sussidio dei libri di testo, divenendo una sorta di società embrionale in cui le attività lavorative non hanno valenza economico/produttiva, bensì esclusivamente formativa.

“Democrazia ed Educazione” (1916) rimarca il legame tra la funzione democratica dell’educazione e la scienza come metodo preposto a tale orientamento educativo democatico. La scuola, in quest’ottica, diviene un organo potenzialmente trasformativo (il che, in Dewey, si articola nelle trame di un riformismo progressista, nell’alveo quindi di un sistema socioeconomico capitalista come quello che si stava sviluppando agli inizi del ’900 negli Stati Uniti), capace in prospettiva di cambiare il volto della società incrementandone i momenti di partecipazione democratica e correggendone i tratti più autoritari. L’oggetto dell’educazione diviene quindi il soggetto “socializzato”che supera il dualismo tra individualismo e collettivismo (sociologistico, che in Dewey è sinonimo di totalitarismo) per abbracciare una visione integrata dell’uomo, teso fra sviluppo naturale ed efficienza sociale (liberale e borghese). Mentre i suoi metodi si articolano necessariamente sulla citata teoria dell’esperienza e, pertanto, danno una centralità determinante alla formazione del pensiero e al suo carattere riflessivo da cui, poi, derivare un iter di studi che muova dall’ambiente e dalle scienze che lo caratterizzano per passare al lavoro, al gioco e al riconoscimento di valori laici e democratico-borghesi. Si tratta, in sostanza, di un umanesimo che tende ad integrare gli aspetti più prettamente individuali e quelli sociali dell’individuo e che vede, inoltre, nella scuola un laboratorio e una comunità essenziali sia per la formazione umana del soggetto che per la sua formazione di cittadino entro una società aperta e plurale. “Democrazia ed educazione” è anche considerato il punto più alto della riflessione pedagogica deweyana, in cui la formazione intellettuale acquista un valore preminente rispetto a quel “fare” di cui veniva esaltato il carattere innovatore in “Scuola e Società”.

“Esperienza ed Educazione” (1938) individua tanto nell’attivismo libertario e spontaneistico quanto nella scuola tradizionale, nozionistica e autoritaria, due degenerazioni da correggere attraverso una teoria dell’esperienza che sappia organizzare, in modo razionale e progressivo, tanto la prassi – che, tramite il metodo scientifico, si configura come indagine – quanto i metodi e il materiale educativo appropriato. Una tale teoria dell’esperienza ha come punto cardine la relazione dinamica tra i processi d’apprendimento e l’intera esperienza dell’allievo.

L’impostazione delineata nelle diverse riflessioni di Dewey è tesa verso un profondo rinnovamento della didattica. La scuola diviene una scuola-laboratorio in cui il fanciullo (i suoi bisogni di tipo fisico, intellettuale e sociale, i suoi interessi) diviene prioritario. Conseguentemente, si perviene a un ri-orientamento in senso sociale e comunitario della scuola. La figura del maestro si rinnova attraverso un ruolo di guida dei processi di ricerca della classe, divenendo un “membro della comunità” che “seleziona le influenze che agiranno sul fanciullo e lo assiste convenientemente a reagire a queste influenze”. Nel pieno delle riflessioni attivistiche, il lato “attivo” precede quello “passivo” dell’alunno e, pertanto, le attività espressive e sociali sono il fulcro dell’attività educativa: in un certo senso, rappresentano il coordinamento attorno al quale si aggregano le discipline più formali che il maestro propone attraverso un metodo che dev’essere necessariamente in armonia con la natura del fanciullo stesso. Non solo: ogni forma educativa non potrà mai essere trasmissione di nozioni elaborate dall’insegnante e non dall’allievo, bensì “autoeducazione”, nella misura in cui la scuola fornisce all’alunno gli strumenti per poter elaborare autonomamente il proprio bagaglio conoscitivo. L’educazione cognitiva, sviluppata in particolare nell’ultimo periodo della ricerca di Dewey, mira alla formazione dell’intelligenza tramite un corpus di studi fondati sulla scienza, il cui metodo ha un valore formativo determinante e ha un carattere di indagine, controllo e revisione critica dell’esperienza, oltre che di allenamento alla risoluzione, originale, verificabile e scientificamente orientata, dei problemi che l’esperienza pone. Un tale allenamento si sviluppa principalmente durante la formazione scolastica e deve estendersi dalle scienze fisiche a quelle sociali, per essere orientato ad un controllo dei “valori” (di democrazia, comunicazione ed intersoggettività) e all’istituzione di una nuova religiosità, umanistica e laica, fondata sull’unificazione di quei valori orientata alla giustizia, all’amore, alla verità. Sempre, beninteso, entro l’alveo di una società liberale.

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