L’approccio dialettico nella relazione tra Classe, Partito e Direzione

Olive Tree - Dalibor Talajic

Il dibattito sulla relazione dinamica tra un’organizzazione politica che miri all’emancipazione dell’uomo dai vincoli imposti dal capitalismo, e la propria classe di riferimento, è di grande attualità e d’importanza decisiva per analizzare i rapporti di forza tra le classi e come, in modo tutt’altro che lineare, tali rapporti trovino un’espressione sulla scena politica (tanto italiana quanto internazionale); per riflettere sul ruolo dei comunisti e sulla propria collocazione politica; in ultima analisi, ed è questo il fattore determinante, su come strutturare un’organizzazione che sappia dimostrare, nella ricorsività tra teoria e prassi, la validità e la coerenza di un’alternativa rivoluzionaria, radicandosi saldamente e configurandosi così come un punto di riferimento politico.

Porre la questione in questi termini ci offre sin dall’inizio un primo punto da cui partire, ovvero l’importanza cruciale del “fattore soggettivo”: la nostra non dev’essere una prospettiva, potremmo dire, meccanicista e “fatalista”, secondo la quale il capitalismo, lacerato dalle proprie contraddizioni, autonomamente trovi una soluzione in esse implodendo e superando meccanicamente i propri limiti in senso progressista; occorre un’organizzazione radicata, composta da compagni consapevoli che sappiano strutturare in senso democratico e partecipato un dibattito franco e limpido, fondamento di programmi politici efficaci e di un intervento sul territorio puntuale e coordinato. Accanto a questo, un secondo punto risulta centrale, ovvero il “fattore oggettivo”, il contesto storico in cui interveniamo come comunisti, le condizioni sociali, lo scenario politico locale e internazionale, in ultima istanza lo sviluppo del conflitto di classe e il livello di coscienza che ne scaturisce. Dialetticamente, è quindi decisivo il rapporto tra questi due fattori, che si può tradurre nel muovere dal dato materiale per poter articolare, in rapporto dinamico con lo sviluppo del fattore oggettivo, metodi e programmi per potervi intervenire efficacemente.

E’ curioso notare come tra i dirigenti delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, in particolare nel PRC, a un’analisi materialista e dialettica di questo tipo si sostituisca un idealismo completamente avulso dalla realtà e dall’articolarsi del conflitto di classe, che si sviluppa in direzioni diverse ma che convergono nel dare al partito un carattere intrinsecamente riformista; lo si vede nella subordinazione del radicamento sociale alla rappresentanza istituzionale, nelle analisi dozzinali di chi crede che il nostro approccio politico debba escludere una formazione teorica puntuale e partecipata, un po’ perchè considerata pura speculazione astratta, un po’ perchè si debba dare preminenza a un “fare” del tutto cieco che, privo del collegamento dialettico con la teoria, diviene opportunismo, disorganizzazione, frantumazione di una partecipazione cosciente al partito che non è più corpo vivo e militante, ma organo spento di una burocrazia che non vuole valorizzare il potenziale dei compagni; ancora, nel ritenere la nostra classe di riferimento, il proletariato, incapace di comprendere le istanze teorico/pratiche che, da comunisti, dovremmo avanzare; ignorante, nel dare credito, ad esempio, al populismo razzista della Lega Nord; in ultima analisi, immaturo per poter valutare le nostre istanze politiche di emancipazione.

Ovviamente, una lettura così statica del conflitto di classe può avere natura ed esiti molto diversi, può tradursi nell’elitarismo riformista di quel gruppo dirigente che si distacca dai propri militanti onesti e combattivi ancor prima che dalla propria classe, nell’ottica di un partito ridotto a comitato elettorale, dipendente dai finanziamenti statali, sostanzialmente disorganizzato e fautore di quel moderatismo che, nel suo duplice volto di opportunismo elettorale e volontà più o meno onesta di “farsi capire da tutti”, in realtà non riesce a dare risposte a nessuno e cade sempre più vittima delle proprie, inesistenti, prospettive; oppure può essere frutto di quell’altrettanto elitario settarismo che pretenderebbe, dall’alto delle proprie corrette prospettive, che debbano essere i lavoratori a doversi avvicinare alla propria organizzazione seguendone le direttive, e non l’inverso, ovvero la messa in atto di quel paziente lavoro di radicamento nelle organizzazioni di massa e tradizionali che dimostri, sul campo pratico e della dialettica interna alle organizzazioni stesse, la validità di una genuina prospettiva marxista. In entrambi i casi, si scarica sulla classe stessa, su tutti quei lavoratori e quegli studenti che potrebbero trovare un punto di riferimento nelle nostre proposte, la responsabilità dei propri fallimenti: nelle ultime elezioni regionali del 2010, si sono sprecate le parole sul voto operaio alla Lega Nord e al Movimento a 5 stelle, sul fortissimo astensionismo, sulla crescita di Sinistra e Libertà, o peggio ancora sugli accordi con il Partito Democratico. Nessuna parola è stata spesa sulle responsabilità di una dirigenza fautrice di una linea politica fallimentare, oltre che dell’insabbiamento delle potenzialità espresse al congresso di Chianciano; eppure proprio in tale dirigenza risiede il fallimento di una coalizione, anch’essa pensata male, quale la Federazione della Sinistra, ma soprattutto il fallimento di un intero impianto programmatico e politico, intriso di riformismo, che continua a portare il PRC alla deriva, nonostante permanga all’interno del partito un intero settore di militanti, attivisti e compagni onesti, desiderosi di spendere le proprie energie per il cambiamento della linea politica e per il rilancio di un’alternativa di classe in questo paese.

Lev Trotskij in uno dei suoi ultimi testi scritti nel ’40 ritrovato incompiuto, “Classe, Partito, Direzione”, nell’affrontare questo tema rigettando quei rigidi schematismi esposti prima – e che lui rinviene in determinate analisi sulla sconfitta del proletariato durante la rivoluzione spagnola, a partire dal Fronte Popolare tra stalinisti, anarchici e socialisti, dal ruolo che il POUM ebbe in quel contesto, e dalla critica alle analisi della rivista “pseudo-marxista di sinistra” Que Faire?– tratteggia un’analisi dialettica della direzione di una classe a partire dalla critica serrata al celebre aforisma secondo il quale “ogni popolo avrebbe il governo che si merita”, che muovendo da ambienti liberali ha avuto una grandissima eco, come se nella società non esistesse alcuno scontro fra classi ostili e, pertanto, vi fosse un procedere lineare “dal dispotismo alla libertà”, eppure:

“…la storia dimostra che uno stesso popolo può avere governi molto diversi nel corso di un periodo relativamente breve (Russia, Italia, Germania, Spagna, etc.), e inoltre, che l’ordine di questi governi non va costantemente nello stesso senso…”

il che significa che non vi è alcun “tasso di maturità” di un determinato popolo che si rispecchi meccanicamente nel proprio governo, così come nessuna forza di governo prodotta da una presunta maturità del popolo, poiché ogni governo si struttura sotto l’effetto di forze diverse, dalle alleanze fino alle guerre, arrivando in ultima istanza ai rapporti di forza tra le classi, al conflitto tra le classi e all’interno degli strati della medesima classe sociale; e nel momento in cui un governo permanga oltre il rapporto di forza che lo aveva prodotto, “…proprio da questa contraddizione storica sorgono le rivoluzioni, i colpi di Stato, le controrivoluzioni, etc…”

Trasponendo tale analisi nell’ambito della direzione di una determinata classe, sarebbe del tutto schematico indicare nell’una il riflesso lineare dell’altra, come se vi fosse stato un processo di “libera creazione” avulso dal contesto e dai rapporti di forza, perchè appunto vige anche in questo ambito la medesima dinamica che porta una direzione a forgiarsi, dialetticamente, all’interno del conflitto di classe. La storia dimostra come una direzione completamente degenerata possa restare intatta agli occhi della propria classe di riferimento, finchè non palesi tali caratteri degeneri nel corso di eventi storici decisivi, come le guerre o le rivoluzioni; eppure, anche nel caso in cui il gruppo dirigente riveli appieno la propria degenerazione, se manca la formazione precedente di quadri rivoluzionari preparati e consapevoli, non è possibile “…improvvisare immediatamente una nuova direzione…”

E’ chiaro come il concetto di “maturità del proletariato” sia del tutto aleatorio e ingannevole, purchè non lo consideriamo nel suo carattere dinamico, legato a doppio filo alla dialettica tra fattore oggettivo e soggettivo; in tal senso, nella rivoluzione d’Ottobre possiamo indicare un esempio di straordinaria maturità del proletariato, che tuttavia è arretrata nel momento in cui ha permesso che le conquiste della rivoluzione venissero soffocate da un degenerazione burocratica parassitaria, nata dalle sue medesime fila. E’ importante questo poiché:

“…la vittoria non è affatto il frutto maturo della “maturità” del proletariato. La vittoria è un compito strategico. È necessario sfruttare le condizioni propizie di una crisi rivoluzionaria per mobilitare le masse: partendo dal livello dato della loro “maturità”, bisogna spingerle avanti, far capire loro che il nemico non è affatto onnipotente, che è lacerato da contraddizioni, che dietro l’imponente facciata regna il panico…”

e in questo senso diviene lampante il ruolo giocato dal fattore soggettivo nel suo complesso, poiché se è vero che il processo rivoluzionario è compiuto dalle masse, è altrettanto vero che la forza di una determinata dirigenza è decisiva per il corso della rivoluzione stessa, infatti:

“…La storia è un processo di lotta di classe, ma le classi non gettano tutto il loro peso sul piatto della bilancia in maniera automatica e simultaneamente. Nel processo della lotta di classe, le classi formano diversi organi che svolgono un ruolo rilevante e indipendente, e sono soggetti a deformazioni. E su questo si basa anche la funzione della personalità nella storia. Certo, ci sono grandi cause obbiettive che hanno prodotto il potere autocratico di Hitler, ma soltanto degli sciocchi pedanti del “determinismo” possono negare oggi l’enorme ruolo storico giocato da Hitler. L’arrivo di Lenin a Pietrogrado il 3 aprile 1917 modificò al tempo giusto l’orientamento del partito bolscevico, e gli consentì di condurre alla vittoria la rivoluzione. I nostri sapientoni potrebbero dire che se Lenin fosse morto all’estero all’inizio del 1917 la rivoluzione d’ottobre si sarebbe prodotta “esattamente allo stesso modo”. Ma non è vero: Lenin rappresentava uno degli elementi viventi del processo storico. Impersonava l’esperienza e la perspicacia del settore più attivo del proletariato. La sua apparizione tempestiva sulla scena della rivoluzione era necessaria a mobilitare l’avanguardia e darle la possibilità di conquistare la classe operaia e le masse contadine. La direzione politica, nei momenti cruciali delle svolte storiche, può diventare un fattore tanto decisivo quanto la funzione di comando supremo nei momenti critici di una guerra. La storia non è un processo automatico. Altrimenti, perché dei dirigenti? Perché dei programmi? Perché tante lotte teoriche?…”

Esattamente qui risiede quella Trotskij definisce in modo spietato come una vera e propria falsificazione storica: da un lato nella volontà autoconservatrice di quei dirigenti che, avviluppati nelle proprie linee politiche degeneri, moderate e incapaci di fornire strumenti, risposte e prospettive sia ai propri militanti che alla propria classe di riferimento, spostano il fulcro dell’attenzione dalla responsabilità della dirigenza e dalle linee politiche da essa propugnate a questioni del tutto secondarie e che, anzi, vengono investite di un’importanza addirittura determinante proprio in virtù della più completa scorrettezza di quelle medesime prospettive politiche che le hanno prodotte – si pensi ad esempio all’eterno dibattito interno al PRC sui “contenitori” che prevalgono sul “contenuto”, sulla forma che prevale sulla sostanza, in ultima analisi sull’organizzazione politica subordinata agli accordi elettorali e, conseguentemente, sulla partecipazione cosciente dei militanti subordinata agli accordi di vertice, nell’ottica di una formazione politica (che si tratti di un Partito, di una Federazione, di un Cantiere o di un Arcobaleno, per determinati dirigenti poco importa; manca qualsivoglia analisi del contenuto politico che infonde linfa vitale a tali forme organizzative o, più appropriatamente in quest’ottica, meramente elettorali) che, piuttosto che radicare un’alternativa di classe in questo paese, preferisce barcamenarsi nelle secche di quell’alternanza che, poco a poco, continua a corroderla a tutti i livelli -; dall’altro, nel attribuire il fallimento politico, l’arretramento, in un determinato periodo e in un determinato contesto, della coscienza della nostra classe di riferimento, la sconfitta in una determinata battaglia, sia a quella presunta immaturità del proletariato che, come abbiamo detto, è un concetto del tutto relativo, che al mero fattore oggettivo, trascurando completamente l’elemento soggettivo che i comunisti, attraverso l’organizzazione politica, portano avanti in modo attivo e consapevole:

“…naturalmente le “condizioni dei rapporti di forza fra le classi” stanno alla base di tutti gli altri fattori politici, ma così come le fondamenta di un edificio non riducono l’importanza delle pareti, delle finestre, delle porte, dei tetti, etc, così le “condizioni dei rapporti di forza fra le classi” non infirmano l’importanza dei partiti, della loro strategia, della loro direzione…”

Ecco che, da marxisti, è fondamentale analizzare in termini sia materialistici – muovendo dalle condizioni oggettive in cui si sviluppa il conflitto di classe – che dialettici – nella relazione ricorsiva e dinamica tra il fattore oggettivo e il fattore soggettivo – ogni lotta, ogni vertenza e ogni battaglia politica all’interno e all’esterno del partito (e, più in generale, ogni fenomeno che, trasversalmente, attraversa ogni ambito del vivere), poiché se è vero che il ruolo di un partito comunista è decisivo non per creare le condizioni per la rivoluzione – che possono verificarsi anche se manca un’organizzazione di questo tipo – ma per orientare il movimento rivoluzionario verso la conquista del potere da parte del proletariato, è altrettanto vero che ogniqualvolta sentiamo parlare di immaturità di studenti e lavoratori, e di un contestuale fattore oggettivo sfavorevole, sia determinante non solo analizzare il contesto prodotto in quel determinato momento storico dai rapporti di forza tra le classi, dalle variabili culturali che vi intervengono e dal livello del conflitto che vi si produce, ma anche le linee politiche di cui si fa carico la dirigenza dei partiti tradizionali del movimento operaio per intervenirvi. Poiché se in Italia, in questa fase, si deve parlare di immaturità, invece di attribuire tale giudizio politico alla nostra classe di riferimento sarebbe ben più appropriato rivolgerlo ai nostri dirigenti e alle loro prospettive intrise di moderatismo e riformismo idealista.

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