In vista del 25 Aprile 2010: riflessioni sull’antifascismo

Parlare di antifascismo e resistenza significa non solo analizzare attentamente l’importanza cruciale della lotta partigiana di Liberazione, ma saperne cogliere il carattere intrinsecamente rivoluzionario che recava con sé. Ormai è prassi consolidata la commemorazione di un 25 aprile completamente istituzionalizzato e privato di qualsivoglia istanza di emancipazione, e anzi colmo di quell’ipocrisia riformista e di quello strisciante revisionismo che vedono il Partito Democratico intento a dipingere la resistenza come un secondo Risorgimento, pienamente nell’ottica del collaborazionismo di classe che è cuore del proprio agire politico, quando non una rivalutazione da parte della destra del ventennio fascista, l’equiparazione dei “combattenti di Salò” ai Partigiani e il contestuale incremento di nuove forme di squadrismo.

E’ quindi decisivo collocare la lotta partigiana non solo nell’alveo della liberazione nazionale – accanto alla quale si pone la bertinottiana, interclassista, “religione civile fautrice di una convivenza civile” espressa nel convegno sulle foibe del 2003, in cui la violenza diviene metro di giudizio storico per accomunare i diversi punti di vista, e subordinarvi il conflitto di classe da cui spesso tale violenza è generata -, ma all’interno di un più ampio movimento rivoluzionario che vide i lavoratori e i contadini protagonisti di una reazione di massa ai soprusi del fascismo, e che tramite scioperi, occupazioni e lotta armata rappresentarono l’elemento determinante per la capitolazione del regime. Si trattava in sostanza, ed è questo il tratto dirimente di quella lotta, di un potenziale, espresso nella Resistenza, mosso da uno spirito di rivalsa e di liberazione che minava alle basi non solo l’esistenza stessa della dittatura, ma anche il sistema socioeconomico responsabile del suo insediamento, ed è da qui che dobbiamo partire per poter analizzare la natura del fascismo e riuscire a tracciare prospettive d’intervento coerenti.

La natura di classe del fascismo si determina storicamente nel momento in cui, durante il biennio rosso del ’19-’20, il padronato finanzia i primi “fasci di combattimento” in funzione anticomunista, per cercare di contrastare l’avanzata rivoluzionaria dei lavoratori e destrutturare le organizzazioni del movimento operaio, che oltre a dimostrarsi inadeguate sia nel supportare adeguatamente il movimento di occupazione delle fabbriche che nel contrastare l’avanzata del fascismo, subirono una fortissima repressione, con migliaia e migliaia di militanti antifascisti uccisi e feriti e sedi del Partito Socialista, del neonato Partito Comunista d’Italia e della CGL distrutte e saccheggiate, insieme a case del popolo, leghe contadine e cooperative. Parallelamente a questo, fu sferrato un violento attacco ai diritti dei lavoratori, con un arretramento del livello dei salari dal 1920 al 1930 del 40%, l’allungamento delle ore giornaliere da 8 a 9 con ampie deroghe alla soglia massima, un calo dal 25% al 10% per le ore straordinarie e, nel 1935, l’introduzione in molte fabbriche della domenica lavorativa. La questione femminile non venne considerata diversamente, con le donne trattate alla stregua di mere riproduttrici di figli – con gravi pene per chi si rifiutasse di averne -, private di un’istruzione che andasse oltre quella elementare e del diritto di voto, completamente assoggettate all’oppressione che si genera all’interno della famiglia e sottoposte all’umiliazione nel veder considerati l’aborto e gli anticoncezionali come crimini contro lo Stato e la collettività.

Da comunisti, è determinante analizzare in termini materialistici e di classe il fenomeno del fascismo e del neofascismo, inquadrandolo all’interno di un ampio fronte reazionario che si erge in difesa degli interessi della classe dominante e che, in difesa di una presunta “democrazia” e di “sani principi etico-morali”, non si fa alcuno scrupolo ad utilizzare squadracce di picchiatori per mantenere lo status quo, favorire l’avanzata di regimi totalitari in momenti di crisi economica e socio-politica, avanzare uno strisciante revisionismo storico teso a mistificare la realtà e distorcere esperienze concrete che possano diventare strumenti progressisti di liberazione. Questo è fondamentale perchè un programma rivoluzionario viene formulato contro il capitalismo, sia nelle sue forme democratico-borghesi più congeniali alla classe dominante per poter perseguire i propri interessi, sia in quelle reazionarie che hanno appunto la funzione di reprimere, in momenti di crisi, le più incisive istanze di emancipazione. Ecco che tutti i gruppi politici fuoriusciti da AN dopo la rottura di Fiuggi e i movimenti più o meno corposi di stampo neofascista, si configurano da un lato come forze di “polizia ufficiosa” tese all’intimidazione politica e dall’altro, tramite programmi che risentono delle politiche dello “sfondamento a sinistra” – e quindi con un radicamento all’interno della crisi del capitalismo per poter indicare prospettive di miglioramento sociale “dal basso” – , come presunta alternativa politica al vuoto lasciato a sinistra per colpa delle politiche riformiste, ambigue ed opportuniste dei dirigenti dei principali Partiti del movimento operaio.

Proprio per questo motivo una concreta prospettiva antifascista trova un collegamento con un’altrettanto concreta prospettiva di classe, rivoluzionaria, che miri alla costruzione di un forte “fattore soggettivo”, di un Partito che proponga, e ne dimostri la correttezza all’interno del conflitto di classe attraverso la prassi militante, una reale alternativa politica esterna al bipolarismo che si ponga l’obiettivo di colmare quel vuoto conteso da più parti, e pericolosamente insediato da gruppi neofascisti come Casa Pound e da forze razziste e xenofobe quali la Lega Nord – che non a caso ha più di un punto di contatto con prospettive reazionarie di stampo fascista – . Lottare per la costruzione di una forza di questo tipo significa saper dare una lettura corretta della natura dello Stato e della sua funzione, in ultima analisi, di mantenimento dello stato di cose presente, di difesa intransigente degli interessi di classe: solo una fresca e rassicurante ventata di utopia riformista potrebbe pensare ad un antifascismo culturale che faccia perno sulla Costituzione e sulle coscienze offese, dopo, ad esempio, il corteo fascista dell’11 marzo 2006 a Milano autorizzato da questura, comune e governo; l’irruzione della squadraccia di buttafuori chiamati dal figlio dell’amministratore delegato dell’Eutelia a Roma, il 10 novembre 2009, per forzare il presidio di lavoratori in lotta dal 28 ottobre; l’incremento dello squadrismo sia “militante” che mediatico, o ancora gli accordi elettorali tra Berlusconi e movimenti neofascisti quali Fiamma Tricolore e Forza Nuova.

L’esempio citato delle vicende di corso Buenos Aires del 2006 ci fornisce un importantissimo strumento politico; lì l’antifascismo si pose come scontro tra bande, “guerriglia urbana” viziata dall’elitarismo di chi si prefigge di sconfiggere i fascisti a livello individuale, di “banda” appunto; l’ignobile scandalo di quella vicenda vide decine di manifestanti incarcerati e un corteo fascista legittimato e galvanizzato dalla repressione dei compagni antifascisti. A tal proposito è utile riportare poche righe tratte da un volantino diffuso negli anni settanta da un collettivo studentesco di Bari: “…Organizziamo l’autodifesa di massa nelle scuole e nei quartieri per cacciare i fascisti ed impedirgli di agire…queste azioni di antifascismo militante non sono state opera di autonomi o provocatori, ma hanno visto il consenso di settori di massa, operai e studenteschi. Proprio le azioni di antifascismo militante di massa della mattina del 29 hanno non solo indicato la via per farla finita con i fascisti ma anche per superare i limiti di quella mattina e per impedire azioni avventuristiche ed inutili come rotture di vetrine e negozi senza legami con i fascisti. L’antifascismo militante non deve avere solo il consenso politico delle masse, non deve essere delegato né alla polizia (responsabile di tanti altri assassini di compagni) né alla magistratura, né a ristretti gruppi di avanguardie: deve essere organizzato e praticato a livello di massa per garantirsi non solo il consenso politico delle stesse ma per farne anche un momento di crescita politica complessiva…”. Tale estratto indica correttamente come la lotta antifascista, anche nelle contrapposizioni di piazza, debba avere l’obiettivo di rafforzare la fiducia nelle proprie forze di lavoratori e studenti, di porre l’accento sul loro fondamentale protagonismo in una lotta partecipata e che abbia un carattere di massa; se i Partiti di sinistra e sindacati lo avessero voluto, si sarebbe potuto fermare il corteo dell’11 marzo 2006 con una presenza enormemente maggiore di compagni, costringendo i fascisti ad arretrare e rafforzando la coscienza di classe di lavoratori e studenti, uniti nella lotta.

Ritornando al 25 aprile e alla resistenza, diventa ancor più cruciale indicare in quell’esperienza un tentativo rivoluzionario fallito; nei dirigenti riformisti delle organizzazioni operaie la causa di quel fallimento, e nell’istaurazione del regime repubblicano borghese, a larga egemonia democristiana, il segno in ultima istanza della sconfitta dei Partigiani e del movimento operaio, che ha portato alla riproposizione del capitalismo e dei suoi meccanismi di oppressione sotto una forma differente; è importante perchè, alla luce di quegli avvenimenti così determinanti per la lotta di classe in questo paese e dell’attuale stato dell’arte, tracciare una tale analisi ci porta a cercare un fronte unico antifascista con tutte le forze di sinistra, senza tuttavia tradurre tale intesa nella rinuncia al contenuto di classe che, da comunisti, dobbiamo portare all’interno della lotta antifascista, rivendicando come centrali non solo la lotta contro le derive fasciste e un 25 aprile di liberazione nazionale dalla dittatura, ma anche una lotta a tutto campo contro il riformismo che, da un lato, da sempre mostra una strutturale incapacità nel contrastare l’avanzata dello squadrismo (limitandosi ai vuoti appelli alla Costituzione e alla magistratura), e dall’altra getta fango sulla credibilità dei Partiti e delle organizzazioni di sinistra, screditandone il ruolo e le prospettive e aprendo conseguentemente il varco all’avanzata del populismo fascista; in ultima analisi, rivendicando come centrale la prospettiva rivoluzionaria in seno alla Resistenza partigiana, e la lotta per l’emancipazione dell’uomo dai vincoli del capitalismo, prima causa della nascita reazionaria del fascismo.

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