Appunti sul rapporto tra Marxismo e Femminismo

Per poter parlare della questione femminile e, da comunisti, sottolinearne l’urgenza non solo come problema in sé – legato al patriarcato e all’oppressione femminile – ma anche come un tema decisivo che infonda linfa vitale ad una lotta anticapitalista di più ampio respiro, occorre a mio parere muovere da un’analisi delle condizioni materiali che hanno posto, nel corso della storia e dell’evoluzione sociale, i fondamenti di tale questione.

Friedrich Engels, ne “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” mostrò, attraverso un’indagine materialista, come le strutture sociali non abbiano un carattere assoluto ed immutabile, ma siano dinamiche e dialetticamente connesse con lo sviluppo delle forze produttive; in linea con gli studi dell’antropologo Lewis Morgan (fondatore, insieme a Tylor, dell’antropologia culturale), che suddivideva la storia umana in tre grandi periodi etnici (stato selvaggio, barbarie e civiltà), Engels individua nel passaggio dalla barbarie alla civiltà e nell’aumento della produzione in tutti i campi, foriero di un surplus di prodotti e di armenti che entrano in possesso non più della comunità gentilizia bensì dei singoli capifamiglia, l’origine dell’oppressione della donna, con il passaggio dalle forme di famiglia “di coppia” a quelle patriarcali monogamiche comunemente intese, con la caduta del diritto matriarcale e l’avvento di quello patriarcale, e tramite il collegamento con la proprietà privata. Se pensiamo che il contemporaneo a Marx in Italia, l’abate Rosmini, indicava nella “natura” le ragioni dell’assoggettamento della donna all’uomo, elogiando nella donna-moglie quelle caratteristiche che la renderebbero “accessione e compimento” dell’uomo-marito, e se pensiamo che il Diritto di famiglia in Italia, fino alle riforme – dovute alle lotte durissime sulla scia del movimento potenzialmente rivoluzionario del ’68 – del 1975, si basava su tali principi, abbiamo un quadro più completo e ampio su cui tracciare alcune prospettive d’intervento.

Engels sottolineava come fosse proprio la produzione di un surplus rispetto ai bisogni familiari, il motivo che porta a sottostimare il lavoro domestico come ricchezza e a porre l’accento sulla vendita di tale sovrappiù, che a differenza del lavoro domestico non ha carattere privato e diventa quindi fonte di lucro, produttivo; il fatto che alla donna rimanga un lavoro domestico “improduttivo”, dialetticamente porta un cambiamento esterno alla famiglia all’interno degli stessi rapporti familiari, ed è evidente quindi che le basi per una reale equiparazione della donna all’uomo passi attraverso la partecipazione della donna al lavoro sociale produttivo; lo sviluppo del modo di produzione capitalista ha evidentemente un effetto fortissimo in questo senso, perchè esige formalmente tale partecipazione e ha ripercussioni sulle donne in genere, nei confronti delle proletarie così come delle donne appartenenti alle classi più agiate – il che pone le basi per le correnti femministe di stampo borghese -. Ma il capitalismo reca con sé anche una frattura insanabile tra sfruttati e sfruttatori, e questo è un elemento centrale che non deve passare in secondo piano nella nostra analisi, perchè se è vero che l’entrata nel mondo del lavoro e il rapporto salariale non conducono meccanicamente alla liberazione della donna, tuttavia attraverso il conflitto di classe rompono l’isolamento delle donne e forniscono loro i mezzi per ribellarsi alla propria condizione di sfruttamento, e inevitabilmente al patriarcato. Come comunisti dobbiamo comprendere che a un acuirsi della lotta di classe è sempre succeduta una crisi all’interno della famiglia classica, in cui l’uomo diffida del nuovo protagonismo della propria moglie e vive tale condizione come una ridicolizzazione del proprio ruolo, e proprio in virtù di questo dobbiamo saper collegare i vincoli imposti dal capitalismo, al patriarcato, per poter cogliere la natura intrinsecamente conservatrice e reazionaria della famiglia (intesa quindi come istituzione sociale evolutasi storicamente in relazione dialettica con il sistema socioeconomico di riferimento) che tende a rendere privati compiti e responsabilità che vengono scaricati sulle spalle del nucleo familiare e della donna in particolare – basti pensare al carico di lavoro domestico affibbiato prevalentemente alle donne, con una percentuale dell’83%, all”aumento della disoccupazione femminile proprio per poter far fronte ai “lavori domestici”, alla correlazione tra tale fenomeno e patologie ricorrenti quali stress e forme depressive, e ad un forte “gender gap” che, a parità di laurea, vede le donne guadagnare il 65% del salario maschile -. Occorre quindi condurre una battaglia anche sul terreno ideologico, perchè i comunisti non combattono il capitalismo solo per gli effetti macrosistemici che reca con sé, costringendo nella miseria tre quarti del pianeta, ma anche perchè progressivamente si trasforma in un freno che conduce alla barbarie anche nelle relazioni interpersonali e nei rapporti umani, nei paesi a capitalismo avanzato.

Per le lavoratrici si tratta quindi di una doppia oppressione, sul luogo di lavoro così come all’interno delle mura domestiche, e tale condizione si acuisce ancora di più nel momento in cui metà dei nuclei familiari in Italia non sono più quelli tradizionali, ma vedono una grande diffusione di nuclei monoparentali, perlopiù condotti da donne, che pur sfuggendo agli obblighi nei confronti del marito non possono eludere il ruolo che il capitalismo affibbia loro, con la cura dei figli, la discriminazione sul lavoro, e una maggiore necessità sia economica che affettiva e solidaristica. A differenza però delle donne borghesi, le lavoratrici hanno l’occasione di trovare un nuovo protagonismo nella lotta sul luogo di lavoro, che non solo rompe la solitudine e l’oppressione nelle quali il capitalismo vorrebbe relegarle, ma diffonde l’idea che con l’azione collettiva si possa riscattare anche la condizione femminile, a patto però che questa lotta di ampio respiro faccia propri un’analisi ed un programma genuinamente rivoluzionari, che superi i limiti delle vari correnti femministe che, nel mettere al centro le sole questioni culturali e patriarcali, e slegando i nessi che collegano tali ambiti a quello economico e di classe, hanno storicamente dimostrato la propria parzialità, quando non il proprio carattere reazionario. Tale impostazione infatti non fornisce prospettive di superamento e riscatto, ma solo una descrizione avvilente di una condizione di sfruttamento e oppressione. Sappiamo che il capitalismo non è l’origine del patriarcato, ma come comunisti dobbiamo individuare nei vincoli imposti da tale sistema l’ostacolo determinante per il superamento dell’oppressione femminile, poiché naturalmente il capitalismo, per auto-perpetrarsi, tende alla creazioni del maggior numero di divisioni possibili tra i lavoratori; il razzismo è uno strumento lampante di tale fenomeno, e allo stesso modo in cui divide i lavoratori su base razziale, il capitalismo divide i lavoratori sulla base del genere, promuovendo l’idea che la donna debba essere la responsabile della famiglia, dei figli, dei lavori domestici.

Occorre quindi indicare nel capitalismo e nei suoi ideologi della chiesa i promotori essenziali dell’oppressione femminile, e disvelare attraverso l’indicazione di questo legame il carattere ideologico, di dominio, che il patriarcato assume per conservare lo status quo. Occorre sottolineare tale legame proprio perchè per poter gettare le fondamenta per un’effettiva liberazione della donna, che vada oltre una sua parziale emancipazione su questioni specifiche, occorre liberare le risorse economiche per conferire un carattere sociale al lavoro domestico e alla cura dei figli, in modo tale da liberare le donne dalle necessità imposte loro dalla società; ma portare avanti tali rivendicazioni – e questo ci riporta all’analisi di Engels sul legame tra famiglia e proprietà privata – significa entrare in conflitto con la proprietà privata stessa, rivendicando come necessario un processo rivoluzionario in senso socialista che permetta la nazionalizzazione delle principali risorse economiche, e la pianificazione di tali risorse sotto il controllo dei lavoratori, che saprebbero come utilizzarle sottraendole all’anarchia del mercato e alle iniquità che produce. Tale protagonismo della classe lavoratrice è precisamente determinato dal ruolo che essa stessa ricopre all’interno della produzione, e anche se violente e pervasive pressioni ideologiche tendono a soffocare e a far rifluire la consapevolezza di questa centralità, si tratta di un protagonismo decisivo tanto per il funzionamento del sistema quanto, dialetticamente, per porre le basi per un suo superamento.

Non è scontato rimarcare tali rivendicazioni, in un contesto in cui, nella sinistra in Italia e nel PRC, avanzano prospettive che contestano la centralità del conflitto di classe, affiancando quando non sostituendo ad esso altri “conflitti” quali appunto quello di genere o quello ambientale; davanti a tali analisi parziali ed intrinsecamente riformiste, occorre sottolineare come tali problematiche, indubbiamente fondamentali, non trovino una soluzione coerente se non all’interno di una lotta di più ampio respiro contro il sistema socioeconomico che alimenta quelle medesime problematiche, all’interno della quale anche le battaglie culturali acquisiscono un’incisività decisiva.

Share

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...