Appunti di prospettive – PRC, tra elezioni regionali 2010 in Emilia Romagna e Congresso CGIL

Un paio di pagine di appunti per delineare brevemente analisi e prospettive del PRC in questa fase, in cui il problema delle elezioni, della collocazione istituzionale e politica, del sindacato, si intrecciano con la necessità del protagonismo operaio e dell’autorganizzazione dei lavoratori dal basso, come unica alternativa alla costruzione di una reale alternativa politica e al rilancio di Rifondazione Comunista.

Con le elezioni regionali alle porte, vediamo come, nonostante le dichiarazioni fatte e le analisi svolte nel congresso regionale di Riccione del 2008, che conferivano al Partito Democratico il ruolo di “normalizzazione liberista” dell’Emilia Romagna, il Prc nella regione si appresti a rinnovare l’alleanza con il PD e il centrosinistra, a sostegno del candidato Vasco Errani. Viene quindi disattesa la prospettiva di un PRC “risolutore” in quel bivio politico che avrebbe portato, da una parte, ad una deriva centrista della regione, e dall’altra ad una costruzione di un’alternativa progressista; tale alternativa risulta impossibile legandosi a doppio filo alle medesime strategie politiche che hanno contribuito a screditare il Partito, appoggiando una forza le cui politiche, da quelle territoriali fino a quelle industriali e sociali, si configurano come politiche al servizio di Confindustria e Legacoop. L’esigenza ventilata al congresso di Riccione, di convocare nel 2009 una conferenza per verificare la presenza del PRC nella maggioranza in regione, si è risolta in un paio di settimane di consultazioni dei Comitati Politici Federali, in Gennaio 2010. E in tale consultazione, il bilancio che viene dato dal nostro gruppo dirigente delle politiche che la maggioranza ha portato avanti in regione negli ultimi anni è più che positivo, tratteggiando uno scenario in cui si sposano tutela ambientale e politiche di welfare avanzate. In realtà, tali analisi cozzano con una realtà ben diversa, perchè se è vero che si è favorito lo strumento degli ammortizzatori sociali in deroga – misura adottata anche dalle regioni governate dalla destra -, non va taciuto il finanziamento, attraverso lo “Sprint” (sportello per l’internazionalizzazione delle imprese), di progetti per la delocalizzazione di aziende per la subfornitura; nell’ambito del welfare, l’ottica predominante della sussidiarietà orizzontale ha permesso l’ingresso del privato nella gestione dello stato sociale, con un’accelerazione delle esternalizzazioni e la prospettiva del passaggio dal personale “misto” di diverse strutture, a quella a gestione interamente privata. Non va nemmeno dimenticato che negli ultimi dieci anni i finanziamenti a favore delle scuole private sono ammontati a 100 milioni di euro, senza nemmeno una forma, ancorchè minimalista, di “sabotaggio istituzionale” per il rinvio della valutazione sui decreti attuativi della riforma Gelmini.

Accanto alle elezioni regionali è di estrema improtanza il congresso della Cgil in corso. In sostanza, lo scontro all’interno della Cgil in questo congresso vede una prima mozione, che ha l’appoggio della grande maggioranza degli apparati delle categorie, incluso lo Spi e l’area programmatica Lavoro e Società, che punta alla concertazione tra padronato e governo, in accordo con Cisl e Uil, nell’ottica dello smantellamento di una prospettiva sindacale di lotta; e una seconda mozione, di fatto una coalizione estremamente eterogenea, e appoggiata anche dall’unica sinistra sindacale rimasta in Cgil, la Rete 28 Aprile, che pur tra mille contraddizioni propone la ricostruzione di una strategia conflittuale. Un punto dirimente in questa fase riguarda la capacità del secondo documento di raccogliere consensi e a vincere congressi, nei luoghi in cui, nonostante una diffusa scarsa partecipazione alle assemblee, si riesce a ottenere un confronto reale e un minimo di verifica sul voto. Questa situazione, com’è noto, ha messo in allarme il gruppo dirigente di maggioranza, a tal punto da cambiare in corso d’opera le regole congressuali, in particolare per quanto riguarda le quote di solidarietà dei lavoratori pensionati dello Spi e il conseguente numero di delegati che ne deriva, e provocare l’uscita dalla commissione congressuale di garanzia dei rappresentanti del secondo documento. L’uso assolutamente spregiudicato e strisciante del regolamento è peraltro una prassi consueta da parte dei sostenitori del primo documento, che in virtù della propria inadeguatezza programmatica hanno messo in campo soffocanti mezzi burocratici quali deroghe sulle modalità di voto, mancato rispetto dei tempi di convocazione e revoca delle assemblee, allungamento delle aperture dei seggi e ritardo dei tempi di voto.

Una situazione così insostenibile che, purtroppo, il solo appello di Epifani alla correttezza nell’assegnazione dei delegati e al rispetto delle regole, oltre che allo sciopero generale di 4 ore del 12 marzo convocato per una riforma del fisco, ha fatto si che i rappresnetanti del secondo documento votassero a favore del dispositivo finale; una decisione decisamente affrettata, che peraltro ha creato formalmente un precedente molto grave, nella possibilità di cambiare le regole congressuali nel pieno del dibattito del congresso. Proprio questo è un passaggio decisivo per comprendere che vi sono debolezze evidenti all’interno della seconda mozione, di fronte allo scontro in corso, poiché se è vero che essere usciti dalla commissione è stato un atto importante, è ancora più evidente come votare un documento finale assolutamente vuoto da questo punto di vista sia stata una scelta più che negativa, in particolare nei confronti di quei compagni che, nel corso di questo congresso, lottano nei territori per la costruzione di una reale alternativa sindacale e che, giustamente, non comprendono la natura di tali decisioni. E’ evidente come vi sia una reale volontà del gruppo dirigente di schiacciare e marginalizzare le istanze della seconda mozione, e il nostro compito è quello di prendere atto di tale strategia e denunciarla apertamente in assemblee in cui si protesti contro tali modalità di gestione congressuale, catalizzando così lo scontento che si sta accumulando tra i compagni più onesti e combattivi verso la motivazione per continuare la battaglia.

Questo scenario ci suggerisce di andare alla radice del problema. Anzitutto, rispetto alla necessità di saper fornire risposte coerenti davanti ai licenziamenti e allo smantellamento di interi settori della nostra economia; in secondo luogo, tenendo presente come dato dirimente la combattività che i lavoratori dimostrano di saper mettere in campo in questa fase. La contraddizione si produce nel momento in cui l’opposizione parlamentare non si distacca nella sostanza dalle linee del governo, barcamenandosi tra le candidature e le elezioni regionali, e in cui i vertici della Cgil mostrano il fianco nello scontro attuale, dimostrando la propria inadeguatezza, ancor di più convocando lo sciopero generale del 12 Marzo come “richiamo al governo”; come se ai padroni non avessimo nulla da dire, come se, davanti alle vertenze in atto (Alcoa, Fiat, Eutelia…), fosse corretto mobilitare i lavoratori senza una chiara piattaforma rivendicativa, senza una prospettiva di difesa del posto di lavoro. Anche se il retroterra delle aziende in lotta è estremamente diverso per territorio, condizioni aziendali e sindacali, la vertenza Eutelia fornisce indicazioni importanti, poiché dopo una lotta durata mesi ha raggiunto il parziale risultato del sequestro cautelativo. Nonostante questo, dobbiamo essere consapevoli del fatto che nessuna procedura di questo tipo – dal sequestro cautelativo alla gestione commissariale, fino alla procedura fallimentare – forniscono una soluzione al problema, poiché relegano i lavoratori a spettatori, in secondo piano, mettendo l’accento sul giudice che opera il sequestro, sul commissario, sul nuovo acquirente. La contraddizione risiede proprio in questo punto, poiché la crisi economica non si abbatte equamente su padroni e lavoratori, ma può essere, per i privati, un’occasione di ristrutturazione, riposizionamento, spostamento e rilancio: lo si è visto con Alcoa, che ventila la possibilità di continuare la produzione per qualche anno – finchè non sarà pronto il nuovo stabilimento in Cina…- se Enel concederà tariffe energetiche più vantaggiose, oppure in aziende come Agile, Eutelia e Omega, svuotate del loro valore dai padroni e successivamente rottamate.

Come comunisti, le proposte che dobbiamo avanzare si devono articolare sul blocco dei licenziamenti e su una legge che permetta il sequestro di quelle imprese che chiudono o licenziano, per essere poste sotto il controllo di chi lavora in quelle aziende, per essere poi conferite a una rete di poli industriali pubblici. Non si tratta di proposte astratte, i ricercatori dell’Ispra di Roma, vittoriosi dopo una mobilitazione di due mesi, dimostrano ad esempio come le forze e le competenze per una ricerca pubblica, slegata dalle logiche del profitto e nell’interesse della popolazione, ci siano eccome. E’ però fortissima la necessità di superare i limiti imposti dal sindacato per rilanciare un reale protagonismo dei lavoratori, attraverso un’autorganizzazione che miri all’unificazione delle vertenze in corso, attraverso un’assemblea a carattere nazionale di delegati e rappresentanti delle assemblee in lotta. Percorsi di organizzazione dal basso non nuovi, in particolare nei momenti in cui la mancanza di una linea sindacale conflittuale in passato si è fatta più evidente.

E dentro al Partito? La costruzione di una reale alternativa politica, che dialetticamente faccia da sponda a un tale percorso di autorganizzazione operaia dal basso, deve passare necessariamente attraverso il rilancio di una Rifondazione Comunista combattiva e protesa alla ricerca dell’alternativa, non della mera alternanza interna al bipolarismo; ovvero di un PRC, vagheggiato timidamente a Chianciano all’ultimo congresso, che sappia rompere con il PD, e che sia in grado di subordinare la rappresentanza istituzionale, mezzo e non fine dell’agire politico, alla costruzione sul territorio di una forza comunista radicata e calata nel vivo del conflitto sociale, che sappia dimostrare nella prassi militante, organizzata democraticamente, la validità, la concretezza e la correttezza delle proprie prospettive politiche. Una Rifondazione che sappia abbandonare l’illusione di governare regioni ritenute progressiste, come nel mito dell’ Emilia Rossa, e che rompa con l’appoggio a quei Partiti per nulla progressisti che, a colpi di privatizzazioni e politiche non dissimili a quelle messe in atto dal governo, non sono per nulla permeabili alle istanze che dovremmo, da comunisti, avanzare con determinazione.


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