Burani: per difendere i posti di lavoro, requisire l’azienda!

Riporto un il testo di un volantino presentato dai compagni di FalceMartello di Reggio Emilia, come contributo politico all’intervento del PRC nella vertenza del gruppo Mariella Burani. “…In un contesto simile, compito dei comunisti è forse proporre che a sopravvivere siano solo quelle aziende salvate da privati, magari attirati dai finanziamenti pubblici? O forse, ancor di più nel momento in cui è risaputo che i soldi pubblici (per salvare i privati…) ci sono, come comunisti abbiamo il dovere di porre l’attenzione sulla necessità di socializzare i profitti, e non le perdite come si è sempre fatto?…”

Quanto sta accadendo al Gruppo Mariella Burani è esemplare per il marciume che rivela e porta a galla. Infatti è ormai noto che negli ultimi anni, mentre i lavoratori continuavano come sempre a produrre onestamente, cioè con il sudore della propria fronte, ricchezza e benessere tanto per l’azienda quanto per il paese, ai piani alti c’era chi con leggerezza giocava con il destino di tutti. In questo caso infatti la crisi c’entra poco e niente. Gli attuali problemi finanziari del gruppo derivano piuttosto da Giovanni Burani con la sua passione per la “turbofinanza” (Il Sole 24 Ore, 26 Gennaio 2009). Numerose acquisizioni, quotazioni in borsa ma soprattutto forte speculazione finanziaria (per di più sulle proprie azioni) hanno caratterizzato le attività del gruppo negli ultimi dieci anni. Questa frenetica attività finanziaria ha generato una situazione che era già pericolosa anni fa, con il patrimonio del gruppo pesantemente sbilanciato verso i beni immateriali a scapito del settore produttivo. Questa è una tendenza nota dell’economia capitalista, per cui i padroni, prima o poi, cercano sempre di arrivare a fare “soldi dai soldi”, visto che i soldi non hanno la tendenza a sindacalizzarsi. Questo dimostra comunque una cosa poichè, se è vero che è lecito che ognuno disponga della propria vita come vuole, non lo è più quando questo coinvolge numerose vite altrui. Queste persone hanno dimostrato di non avere rispetto per i lavoratori, per il loro impegno quotidiano e per i sacrifici che fanno ogni giorno per mandare avanti l’azienda producendone la ricchezza. E ora che la situazione è precipitata, e che l’intero patrimonio del gruppo in termini di capacità produttiva, di marchi, attività commerciali e quindi di posti di lavoro viene messo in discussione, la soluzione non può venire da queste stesse persone. Si sono ormai rivelate inaffidabili e continuare a credere in loro è una forzatura e una vana illusione. Allo stesso tempo una soluzione che preveda la nomina di un commissario straordinario è altrettanto inaccettabile. Si tratterebbe infatti di affidare l’attività, e quindi la vita lavorativa di migliaia di persone, alla medesima cricca, che tutt’al più rinvierebbe il problema, diluendo la ristrutturazione (leggi “espulsione di forza lavoro”). E’ necessario oggi invece invertire la rotta. Solo se i lavoratori sapranno diventare da inermi spettatori ad attori protagonisti si potrà non solo salvare il gruppo, i siti produttivi, i marchi e l’attività produttiva e commerciale, e quindi i posti di lavoro e tutto ciò che questo comporta in termini di ricchezza sociale, ma anche evitare che una situazione come questa si ripeta in un prossimo futuro. Qua non si tratta di “passare a nuttata” ma di trovare una soluzione che sappia garantire un futuro a tutti, un futuro di dignità e di lavoro. Per fare questo è quindi necessario togliere la proprietà dalle mani di chi non ha saputo gestirla e metterla nelle mani di chi nell’azienda ci lavora e ne produce la ricchezza, conferendola a una rete di poli industriali pubblici. Questo per garantire che il rilancio produttivo sia condotto nell’interesse generale della popolazione e non del profitto privato. Salvare e rinnovare la dotazione industriale del nostro paese è oggi un compito che solo i lavoratori possono assumersi, nell’interesse della maggioranza della popolazione, del soddisfacimento dei bisogni sociali, dell’ambiente. Ma per farlo è necessario innanzitutto mettere le mani su questa enorme ricchezza a rischio.

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