Riflessioni sulla IV conferenza nazionale dei Giovani Comunisti 

Un paio di facciate di appunti per un mio intervento alla IV conferenza dei GC, sulla scorta del secondo documento “Lottare, occupare, resistere”. I temi fondamentali dell’unità a sinistra, della singolarità del “documento unitario”, l’intervento operaio e studentesco, il “Partito che vogliamo”, sono letti nell’alveo di una contrarietà al bipolarismo e nell’ottica della costruzione di una reale alternativa politica, che faccia riemergere i GC e il partito tutto dal pantano di quell’istituzionalismo che ha viziato e continua a viziare l’attività del PRC.

Qui l’indirizzo al secondo documento: http://www.marxismo.net/content/view/3576/219/

E su Pierced From Within: https://dialecticaloutlook.wordpress.com/2009/12/16/188/

La quarta conferenza dei Giovani Comunisti, a Reggio Emilia così come per tutto il corpo dell’organizzazione, ha sotto diversi aspetti un carattere fondativo: da un lato per via del commissariamento a luglio di ciò che era rimasto dello scorso coordinamento nazionale; da un altro, a causa della formale inesistenza dell’organizzazione a Reggio Emilia dalla fine dell’ultimo coordinamento provinciale, nel 2007; infine, poiché questa è la prima volta in cui un documento congressuale si proclama “unitario”. Nel contesto che stiamo vivendo all’interno del nostro Partito, tutto vogliamo tranne che inseguire etichette e proclami ad un’unità fumosa ed astratta. Anche se questo è un concetto osteggiato in questa fase, importantissimo è palesare le differenze in campo ed aprire un dibattito franco e trasparente su ogni nodo politico, in modo tale da confrontare limpidamente ogni posizione e trovare l’unità su piattaforme politiche democraticamente discusse e condivise, non sancire un’unità “di facciata”. Quello di cui abbiamo bisogno è il rilancio vitale dei Giovani Comunisti, di una struttura che abbia le capacità di diventare potenzialmente un punto di riferimento politico per migliaia di giovani; non di un’organizzazione spenta, buona al massimo per coltivare i burocrati di domani. “Lottare, Occupare, Resistere” è una proposta politica, un altro modo di ri-costruire la nostra organizzazione, un’idea sul “Partito che vogliamo” che – non lo abbiamo mai nascosto, nelle idee e nella prassi – è diversa dalla maggioranza del Partito, e che rigetta il dibattito su “chi è unitario e chi non lo è” proprio perchè non è foriera di una critica sterile, ma ha argomenti politici critici e costruttivi da condividere, in un dibattito aperto, sui metodi per ricostruire la nostra organizzazione, e strutturare un intervento che sappia delineare prospettive e articolare un valido intervento politico. Ecco perchè dobbiamo rifiutare energicamente che la nostra organizzazione sia un surrogato del “partito dei grandi”, impegnato perlopiù nei movimenti e comunque sotto tutela politica, mentre i nostri dirigenti sciorinano a piene mani slogan quali “alternatività strategica al PD” per poi cercare in ogni modo di fare accordi con il Partito Democratico stesso, in nome di un “fronte democratico” privo di contenuti di classe, con lo scopo di arginare la deriva berlusconiana. Come se tale deriva fosse frutto della mente del premier e non degli interessi della classe dominante, come se costruire una reale alternativa politica fosse possibile all’interno del bipolarismo e fianco a fianco con quei partiti che ne sono protagonisti e che dmostrano una sostanziale continuità con le politiche di governo (dai finanziamenti alle scuole private alle missioni militari, fino alle privatizzazioni e alla precarietà).

Non basta sbandierare ai quattro venti che quella che stiamo vivendo sia la più grande crisi economica da ottant’anni a questa parte, e che i suoi effetti pervasivi si estendano a tutti gli ambiti della nostra società; non esiste alcun collegamento meccanico tra crisi e conflitto di classe, e soprattutto il nostro compito non è ripetere il già noto, bensì tracciare delle prospettive per potervi intervenire efficacemente. Numerosissime sono le esperienze a livello nazionale ed internazionale di lavoratori che organizzano presidi permanenti e occupano aziende, esperienze che mettono al centro il problema di chi deve controllare la produzione. In un contesto simile, compito dei comunisti è forse proporre che a sopravvivere siano solo quelle aziende salvate da privati, magari attirati dai finanziamenti pubblici? O forse, ancor di più nel momento in cui è risaputo che i soldi pubblici (per salvare i privati…) ci sono, come comunisti abbiamo il dovere di porre l’attenzione sulla necessità di socializzare i profitti, e non le perdite come si è sempre fatto? Proprio in virtù di quelle esperienze che rappresentano la punta più avanzata delle lotte nella fase attuale, il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione delle aziende che confermano tagli, chiusure di stabilimenti e delocalizzazioni, per porre le imprese al servizio della collettività sotto il controllo e la gestione di chi in quelle aziende lavora, devono diventare le nostre parole d’ordine; ma non come semplice retorica fine a sé stessa, bensì come coerente metodo di azione che ci veda impegnati, come organizzazione giovanile del PRC, nelle vertenze in atto, promuovendo il sostegno alle lotte e la costruzione, il collegamento e la generalizzazione delle mobilitazioni.

Un sostegno che veda nelle pratiche sociali un utile strumento di intervento, purchè se ne tratteggi un’analisi concreta che ne metta in evidenza limiti e punti di forza. Ogni forma di autorganizzazione sociale, dai GAP, fino ai mercatini del libro usato e alle Brigate di Solidarietà, possiede la forza straordinaria di saper cogliere il nucleo del problema, ma ha dentro di sé il limite di non saper fornire una soluzione al problema stesso; così come possono rinsaldare il legame tra i comunisti e la propria classe di riferimento, stimolando una coscienza critica sui problemi in esame e sulla necessità di organizzarsi per superare lo stato di cose presente (le ripetizioni sociali, ad esempio, possono avvicinare i giovani alla lotta, nella consapevolezza però che compito dei comunisti è il raggiungimento di un reale diritto allo studio, per cui non sarebbero necessarie forme di autorganizzazione sociale per le ripetizioni), se praticate con il solo fine dell’assistenzialismo tendono a puntellare, contradditoriamente, il problema, rinforzandolo ancora di più.

Così come in ambito operaio, la costruzione dei GC deve passare inevitabilmente attraverso la lotta studentesca, traendo i giusti insegnamenti dalle esperienze passate per poter agire in modo coerente ed efficace; l’esperienza dell’Onda studentesca ha dimostrato la necessità di un’organizzazione studentesca nazionale che si proponga l’obiettivo di coordinare, organizzare e generalizzare le lotte, e come Giovani Comunisti tale obiettivo dovrebbe essere messo all’ordine del giorno, seguendo come traccia utile in questo senso l’esperienza del Comitato In Difesa della Scuola Pubblica (CSP) e del Coordinamento Studentesco Universitario (CSU); ovvero, una struttura nazionale dalla discriminante antifascista, con un programma in difesa del diritto allo studio e il rilancio di una scuola ed un’università realmente pubbliche, gratuite, di qualità e accessibili a tutti/e. Non si tratta di calare dal’alto un’organizzazione studentesca: dove esistano coordinamenti già esistenti o strutture sindacali consolidate, abbiamo il dovere di intervenirvi come GC, sottolineando con forza la necessità di programmi e metodi differenti da quelli che finora sono stati prevalenti.

Un problema è dirimente: l’unità, la forza e il coordinamento delle forze anticapitaliste. La Fgci nel proprio documento sottolinea l’importanza di trovare un’unità con i GC mettendo da parte le differenze, e iniziando un lavoro comune. Giustissimo, ma solo se si ha il coraggio di invertire i termini del problema e si persegue la via unitaria confrontando limpidamente ogni posizione e differenza politica attraverso attivi unitari e gestiti in modo autenticamente democratico, vagliando nella pratica militante il risultato dei dibattiti e del confronto, e trovando quindi un terreno comune di elaborazione ed intervento nelle lotte, in un confronto aperto dei nodi più spinosi e controversi. In questo modo, non in altri, è possibile raggiungere un’unità effettiva, in cui pratiche quotidiane diventino la selezione trasparente di gruppi dirigenti che debbano rispondere puntualmente alla base del proprio operato, e che dimostrino capacità e impegno nella costruzione dell’intervento nei propri luoghi di lavoro e studio; l’autofinanziamento, la convocazione regolare di attivi e conferenze, la formazione teorica e politica volta alla prassi militante, infine la massima ampiezza, democraticità e trasparenza dei dibattiti e dei confronti, nell’ottica di una coesa azione unitaria nel conflitto. Solo in questo modo possiamo dissipare quella cortina di elettoralismo che investe necessariamente il dibattito dei GC, e pone l’unità solo nei termini strumentali delle ricadute elettorali; solo in questo modo possiamo considerare la rappresentanza istituzionale come mezzo per dare risalto alla conflittualità prodotta dalla militanza organizzata, e non come fine dell’agire politico; solo in questo modo possiamo rilanciare i Giovani Comunisti e diventare un punto di riferimento per tutti quei giovani che, come noi, vogliono cambiare lo stato di cose presente e preparare le basi per il nostro futuro.

Share

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...