Appunti per l’intervento al VII congresso PRC (giugno 2008)

Per completezza riporto gli appunti che ho utilizzato durante la presentazione della mozione “Una svolta operaia per una nuova Rifondazione Comunista” in vari congressi provinciali, a Reggio Emilia, durante il VII congresso del PRC. I temi brevemente toccati sono molti, e molte delle riflessioni sviluppate durante quel congresso, oggi, davanti ad un palese arretramento politico del PRC rispetto a quanto sancito a Chianciano, sono strumenti utili da integrare e sviluppare, nell’ottica dell’elaborazione di una nuova linea politica nel Partito, che sappia catalizzare la parte più vitale ed energica nel PRC, nella lotta per la costruzione di una reale alternativa rivoluzionaria.

Il congresso in corso è il più duro della storia del Partito della Rifondazione Comunista. Esige da parte di tutti noi un forte scatto d’orgoglio e partecipazione cosciente e attiva. La difficoltà deriva innanzitutto dalla sconfitta maturata negli ultimi tre anni e rivelatasi in modo dirompente nelle elezioni del 13-14 aprile, ma non si riduce ad essa. Il carattere potenzialmente distruttivo di questa situazione dipende dalla natura di quella sconfitta. Può accadere, è accaduto tante volte, che un partito comunista arretri, che venga sconfitto da un rapporto di forza sfavorevole o anche da errori specifici nell’impostazione di una battaglia. Si perde terreno, consenso, l’organizzazione ne viene indebolita, ma rimane la ragione politica e di classe della battaglia combattuta, sulla quale è possibile correggere gli errori e riprendere il cammino. La nostra storia recente, tuttavia, è diversa. Il Prc non solo è stato sconfitto, ma ha disertato il terreno dello scontro: questa è l’amara verità dei tre anni nei quali siamo stati parte dell’Unione e poi del governo Prodi. Le date del 9 giugno e del 23 luglio 2007 ce lo ricordano con particolare durezza. Il 9 giugno vide la rottura fra il partito e il movimento contro la guerra; il 23 luglio fu la rottura con milioni di lavoratori che avevano votato l’Unione, e noi con essa, nella speranza di porre un argine al precipitare della loro condizione di lavoro e di vita. Il Prc fu assente da quello scontro, impegnato a giustificare l’ingiustificabile. Prima e dopo quelle due date decisive, una serie interminabile di bocconi amari, promesse smentite, acrobazie verbali, autodifesa ad oltranza dei gruppi dirigenti.

Questo è il congresso che sancisce definitivamente il fallimento della linea adottata al congresso di Venezia è che ha imprigionato il Partito nella gabbia mortale del governismo e dell’istituzionalismo; questo è il congresso che deve ridare ai compagni iscritti quella centralità che è fondamentale per un Partito Comunista, ma contrariamente a quanto sostengono i compagni della prima mozione la responsabilità di quanto accaduto non è diffusa uniformemente a tutti i compagni, perchè in quel congresso, e nella militanza quotidiana, c’è chi ha organizzato un’opposizione cosciente a quella linea dimostratasi fallimentare, in primo luogo i compagni che aderiscono alla quarta mozione, i compagni dell’area FalceMartello.

Ci dicevano che la linea che coerentemente portavamo avanti avrebbe portato il Partito fuori dalla politica, fuori dal Parlamento…beh, il risultato di quelle accuse è sotto gli occhi di tutti. In compenso, la linea di Venezia, oltre ad una disfatta elettorale senza precedenti, ha prodotto un distacco terribile tra il nostro Partito e la nostra classe sociale di riferimento, attraverso il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, la questione dei Dico, lo scippo del TFR, la questione salariale, l’abbandono della nostra avanguardia militante il 9 giugno per la manifestazione contro l’imperialismo di Bush, e soprattutto per aver subito gli accordi di luglio sul welfare; mentre i nostri compagni dirigenti cercavano di spostare a sinistra gli accordi, i compagni che aderiscono alla quarta mozione coprivano 160 posti di lavoro spiegando ai lavoratori le motivazioni della campagna per il NO, come di consueto nella militanza quotidiana dei compagni di FalceMartello; quanti posti di lavoro avremmo potuto coprire se l’intera militanza del partito avesse adottato questa linea? E quale sarebbe stato l’atteggiamento dei lavoratori nei confronti di Rifondazione? Sono questi i momenti in cui si decidono gli spostamenti elettorali, e soprattutto in cui si valuta l’utilità di un Partito Comunista

Chi dinanzi a questa situazione propone la costituente di una sinistra unitaria non tiene conto dei nodi politici irrisolti che hanno determinato il fallimento della sinistra alle elezioni e durante i due anni di governo; parliamo di una sinistra di classe o di una sinistra di governo subordinata al PD? Si tratta in realtà di una vera e propria scissione a destra da Rifondazione Comunista, che abbandona la prospettiva di superamento del capitalismo e rompe con la base dei nostri militanti. Né è da accettare una proposta federativa, un tentativo che va nella medesima direzione ma con ritmi più lenti, che senza sciogliere i nodi politici citati ricade nelle contraddizioni che hanno portato alla sconfitta di rifondazione, sottraendo il dibattito e le decisioni alla militanza e consegnandoli ad una diplomazia opaca tra gruppi dirigenti. La prospettiva dell’unità comunista è certo fondamentale: un’unità che nasca dal basso e che costituisca la linfa vitale di una nuova formazione comunista, ma la proposta dell’Unità Comunista così come viene presentata dai compagni della terza mozione lascia irrisolta la questione del governismo che nel ’98 ha diviso il PRC dal PdCI, senza che i gruppi dirigenti dei comunisti italiani abbiano prodotto alcuna analisi critica in merito; questo non significa guardare con disprezzo ai compagni del PdCI o a quelli dei sindacati di base, verso i quali anzi è doveroso cercare un’unità su piattaforme chiare che non siano imposte dagli accordi tra gruppi dirigenti.

Quello che abbiamo sotto gli occhi in questo periodo è una destra sempre più razzista e xenofoba, capace di veicolare attraverso la destra parlamentare valori fascisti avallati da un centrosinistra completamente incapace di imbastire qualsivoglia opposizione. Davanti al fascismo non bastano le belle parole, occorre legare a doppio filo l’antifascismo alla lotta sociale: la propaganda razzista e reazionaria secondo la quale “l’immigrato mi ruba la casa, l’asilo, il lavoro, il posto in ospedale…” trova una seria risposta in una sinistra che lotti per l’aumento dei posti negli asili pubblici, per il diritto alla casa ad equo canone per tutti, per una scuola ed una sanità pubbliche, gratuite e di qualità.

Proprio per dare queste risposte e riconquistare quel 20% dei nostri elettori che hanno votato lega nord, occorre rompere definitivamente col PD. Perchè i compagni delle prime due mozioni non fanno che battersi il petto ripetendo di non aver capito che a governare fossero Confindustria e Padoa Schioppa, i poteri forti, di non aver capito insomma i rapporti di forza; prescindendo dall’opinione che si può avere di un gruppo dirigente che a 150 anni dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista non ha ancora assimilato il concetto, tutto sommato semplice, di “governo borghese”, occorre chiedersi se questi compagni abbiano capito o meno, a questo punto; e tale posizione va dimostrata nei fatti. Il PD non sa più come fare per dimostrare di essere un partito completamente borghese, che prende con sé Ichino, Calearo e Colaninno e che preferisce imbastire un “governo ombra” invece di una normale opposizione. Franco Giordano in un articolo pubblicato il tre giugno sul Manifesto ribadisce la necessità di aprire un dialogo col PD. Vorremmo chiedere al compagno Giordano i temi del dialogo: laicità? Politica economica? Razzismo? Ambiente? Sindacato? E lo stesso discorso vale per i compagni del primo documento, che esprimono lo stesso concetto.

Per portare avanti i diritti della nostra classe Rifondazione deve adottare una linea sindacale coerente che segua i compagni nelle campagne del prossimo periodo, che promuova l’unità d’azione dei lavoratori più combattivi e che sostenga la lotta della FIOM contro la deriva burocratica della Cgil, che sempre più si avvia verso una vera e propria “cislizzazione”, eliminando la democrazia interna e criminalizzando il dissenso: per fare tutto questo, Rifondazione deve promuovere la sola opposizione di sinistra in Cgil, la Rete 28 Aprile, mobilitando tutti i compagni in un lavoro costante che non sia subordinato alla sola propaganda in periodo di campagna elettorale. Questo in un contesto più ampio di organizzazione che non riduca il partito ad un mero organismo parasindacale, ma un luogo di confronto, organizzazione e coordinamento democratici volti alla formazione politica e alla traduzione del dibattito in pratica quotidiana d’azione, e in cui il quotidiano Liberazione diventi espressione vitale del confronto e della militanza di circolo, piuttosto che una tribuna per intellettuali che si lanciano in equilibrismi sociologici.

Ma la rivoluzione più grande è quella da fare all’interno del nostro partito. I nostri dirigenti si sono inventati tantissimi nomi, dalla sinistra plurale a quella orizzontale e contaminata, fino a definire il comunismo “tendenza culturale”, tentando di confondere i compagni e di spargere una cortina di fumo sul burocratismo e l’istituzionalismo galoppanti. Occorre costruire un nuovo gruppo dirigente su basi diverse, privilegiando la capacità politiche e di costruzione dei compagni nel loro luogo di lavoro, quartiere, scuola o università, con la tipica trasparenza della democrazia operaia per cui ogni dirigente deve rispondere direttamente alla propria base del proprio operato; ogni dirigente deve inoltre percepire un salario operaio (metalmeccanico di quinto livello), e almeno la metà dei dirigenti a tutti i livelli dovrebbero essere lavoratori in produzione; nel seconso documento si fa accenno al riallacciarsi alla propria classe di riferimento, non banalmente tornando tra i lavoratori, ma entrando in sintonia con tutti i lavoratori salariati; sarebbe bello che i compagni della due ci spiegassero se “entrare in sintonia con i lavoratori salariati” significa avere dirigenti che guadagnano 15 volte più di un operaio. Come può essere materialmente in grado di occuparsi dei diritti dei lavoratori chi guadagna almeno 15 volte tanto?

Il congresso non è una mera formalità che lascia invariate linee e prospettive: deve essere piuttosto il momento di più alta democrazia di partito, in cui è possibile cambiare le cose davvero, purchè si mettano sul piatto della bilancia le proposte politiche e la coerenza dei compagni nel metterle in pratica, e non le sterili logiche del voto utile che non fanno che espropriare gli iscritti della propria sovranità. Questa è l’unica strada per tornare ad un partito comunista guidato dalla passione, da un ideale concreto, da una prospettiva socialista che si adatti alla società contemporanea partendo dalle basi imprescindibili del comunismo e non dal carrierismo.


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