Appunti per un intervento sindacale (18/07/2008) – VII Congresso PRC

Un paio di pagine di appunti, base di un mio intervento fatto al congresso provinciale del PRC a sostegno della mozione “Una svolta operaia per una nuova Rifondazione Comunista”, nel luglio del 2008. Il tema della democrazia sindacale, della necessità di un sindacato di classe e combattivo, la centralità di una linea sindacale da parte del Partito e la costruzione di una forza comunista che sappia delineare prospettive e metodi d’intervento coerenti, nell’ottica della “svolta operaia”, sono elementi centrali che dovrebbero essere messi all’ordine del giorno nel nostro Partito.

Parlare di una linea sindacale per il Partito della Rifondazione Comunista è fondamentale, specialmente in un momento sociopolitico in cui si assiste ad un continuo peggioramento della vita dei lavoratori a livello internazionale, con diritti, salari e condizioni di lavoro costantemente sotto attacco. In Italia, l’Istat ha dovuto prendere atto del fatto che l’inflazione reale non fosse quella effettivamente calcolata per anni; l’Ires-Cgil ricorda come negli ultimi cinque anni i lavoratori dipendenti abbiano perso in media 1900 euro all’anno di potere d’acquisto, senza contare l’aumento tragico di omicidi bianchi.

In compenso, i profitti sono arrivati a livelli senza precedenti, con il 10% delle famiglie italiane a detenere il 50% delle ricchezze del paese: profitti questi che provengono esclusivamente dalla produttività del lavoro, questo con la complicità del centro-sinistra e dei vertici sindacali.

Delineare brevemente quello che è stato il ruolo della Cgil in questi ultimi anni può chiarire meglio la situazione: tra il 2001 e il 2004 l’Italia è stata attraversata da una grande stagione di lotte, e il ruolo che ha giocato l’apparato dirigente della Cgil è stato indiscutibile. Il principale sindacato italiano ha dimostrato le proprie enormi potenzialità una volta calato nel vivo del conflitto, a partire dalle mobilitazioni in difesa dell’articolo 18, poi contro la legge 30, fino alla lotta degli autoferrotranvieri e al magnifico sciopero di Melfi durato ben 23 giorni, espressione di una radicalità assente in Italia dagli anni ’70. Tuttavia, con il ritorno del centrosinistra al governo, la burocrazia ha fatto rientrare il movimento nei ranghi, soffocando la potenziale radicalità delle mobilitazioni a cui si erano affiancati il movimento no-global, le manifestazioni contro la guerra in Iraq e quelle per le vertenze territoriali (come in Val Susa). In questo contesto, i padroni, con la complicità della burocrazia sindacale e attraverso le politiche del governo Prodi, sono riusciti a spostare ingenti quantità di salario ai fondi pensione, a precarizzare il mercato del lavoro ed elevare l’età pensionabile grazie agli scalini attraverso il protocollo sul Welfare, ad aumentare la produttività attraverso gli sgravi alle imprese, ad ottenere grazie al nuovo governo Berlusconi la defiscalizzazione degli straordinari; e ora, vogliono abbattere il contratto nazionale, reintroducendo di fatto le gabbie salariali.

Per il segretario della Cisl Bonanni, è finito il tempo degli aumenti salariali a prescindere, e il protocollo di luglio è la base per costruire le nuove relazioni contrattuali: si propone la contrattazione aziendale e territoriale, che leghi i salari alla produttività e all’andamento dell’azienda, mentre il secondo livello di contrattazione potrà intervenire sulla normativa e sugli orari anche incrementando la flessibilità definita dai contratti nazionali, aprendo così una via per un incremento tangibile dello sfruttamento.

A questo punto diviene centrale la questione salariale. E’ stata smentita la teoria sostenuta dai padroni ed accettata dai vertici sindacali secondo cui aumenti contenuti garantiscono solidità e sviluppo alle aziende e nello stesso tempo tengono sotto controllo l’inflazione. L’idea portata avanti in questi anni, ovvero che gli aumenti contrattuali debbano essere una semplice equiparazione dei salari al costo della vita e non il momento più importante in cui i lavoratori possano avanzare rivendicazioni per migliorare le proprie condizioni, ci ha portato ad una clamorosa perdita del potere d’acquisto che è sotto gli occhi di tutti, con le aggravanti dei ritardi nei rinnovi contrattuali e della necessità di predisporre un numero maggiore di ore di sciopero per reclamare cifre più basse di quelle chieste in partenza.

Come Partito Comunista, abbiamo quindi il dovere di lottare per aumenti significativi del salario uguali per tutti e per l’introduzione di una nuova scala mobile, rivendicando l’estensione dei diritti a tutti i lavoratori, l’abolizione delle leggi sul precariato e la stabilizzazione di tutti i precari, cercando un fronte unico tra lavoratori precari e a tempo indeterminato perchè finchè una parte dei lavoratori sarà precaria, sarà manovrabile per indebolire la lotta collettiva di tutti i lavoratori.

Evidentemente dovremo contrastare la linea della burocrazia sindacale, che da un lato sostiene il carattere progressista di certa flessibilità, e d’altro canto lotta per la demolizione della democrazia sindacale, sia sostituendo spesso e volentieri i delegati e i lavoratori più combattivi con burocrati di vertice, sia calpestando il diritto dei lavoratori, riconosciuto a parole ma non applicato nei fatti, di potersi esprimere sulle piattaforme contrattuali: la consultazione sul protocollo lo scorso autunno ne è la rappresentazione più palese, dato che non è mai data la possibilità di decidere su piattaforme alternative e la scelta si riduce ad un Si o ad un No.

La lotta dei lavoratori per una reale rappresentanza è quindi prioritaria, una lotta che sulla scorta degli autentici principi della democrazia operaia faccia tornare in auge temi troppo spesso dimenticati quali “una testa, un voto” e “tutti eleggibili e revocabili in qualunque momento”.

Come ribadito più volte nella nostra mozione congressuale, obiettivo prioritario è rafforzare il nostro insediamento tra i lavoratori, aumentando la nostra influenza anzitutto orientandoci verso quello che riteniamo essere l’intervento più efficace, quello nell’area di sinistra in Cgil “Rete 28 Aprile”, un’area ancora in divenire che potrà acquisire un certo protagonismo anche in virtù dello spostamento a destra del baricentro sindacale, e che già gode di un buon prestigio tra molti lavoratori per via dell’opposizione agli accordi peggiorativi del TFR, per il protocollo del 23 luglio e per il referendum sul contratto metalmeccanici.

Quello che è il ruolo del PD tra i vertici sindacali è palese: trasformare i sindacati confederali in un ente corporativo in cui non c’è spazio per il conflitto e in cui, di contro, si punta alla demolizione della dirigenza FIOM, alla marginalizzazione delle aree critiche, alla criminalizzazione del dissenso (si è già accomunato tempo fa il dissenso con la contiguità alle BR) e all’assunzione dei medesimi metodi da parte delle tre sigle confederali (da qui, cislizzazione della Cgil). Una ragione in più per contrastare duramente ogni ipotesi di accordo politico con una forza che si pone giorno dopo giorno come strenuo difensore degli interessi della borghesia.

Il referendum dei metalmeccanici ha dimostrato che una buona fascia di lavoratori combattivi nelle grandi fabbriche, il 25%, si è opposto al contratto, ma ha anche messo in evidenza il fatto che l’attuale segretario FIOM Rinaldini gode ancora di un certo prestigio tra tanti delegati onesti e combattivi; delegati che, davanti alla deriva a destra della FIOM verso la maggioranza di Epifani, dovranno scegliere se opporvisi o meno; la Rete, e noi con essa, ha il compito potenziale di inserirsi in queste contraddizioni e diventare un punto di riferimento per questi lavoratori combattivi negli scontri del prossimo periodo.

Ma il duro lavoro di radicamento tra i lavoratori non deve tuttavia trasformarci in un partito di fabbrica: è si fondamentale una linea sindacale che orienti tutti i compagni nelle prossime lotte e che permetta di collegare le singole rivendicazioni sindacali alla più ampia prospettiva di un miglioramento della vita dei lavoratori e di un cambiamento della società, ma è anche vero che questa linea deve necessariamente essere inscritta nel più ampio contesto di costruzione di una forza comunista in cui il confronto, il dibattito e la costante formazione politica trovino una traduzione concreta nel coordinamento democratico di una puntuale azione militante, a partire dai luoghi di lavoro fino ad ogni ambito in cui si produca conflitto (scuola pubblica, università, quartieri…). Questa, la svolta operaia, è l’unica soluzione per ridare vigore al nostro Partito e rilanciarne l’attività, permettendogli di riacquistare quel protagonismo che deve essere proprio dei comunisti nella nostra società.

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