Le Origini del Cristianesimo – John Pickard (23/12/2009) – Tratto da marxismo.net


Riporto un interessantissimo articolo di John Pickard (l’originale in inglese si può trovare sul sito della tendenza marxista internazionale, all’indirizzo: http://www.marxist.com/foundations-of-christianity-jp.htm, altrimenti in italiano sul sito di FalceMartello all’indirizzo: http://www.marxismo.net/content/view/3605/117/ ), in cui viene affrontato il tema delle origini del cristianesimo, a partire da una prospettiva materialista storica e dialettica, che muova dall’analisi di classe dello sviluppo sociale e che rigetti la diffusa visione idealista sull’argomento, che fa propri “miti metafisici”.

Il mio defunto padre aveva un senso dell’umorismo molto pungente. A Natale, ogni volta che in televisione c’erano riferimenti a cerimonie religiose, scuoteva la testa infastidito e diceva: “Guardate, cercano di ficcare la religione dappertutto!”

Posso immaginare la stessa insofferenza da parte degli antichi celti, infastiditi quando i sacerdoti cristiani si impadronirono della loro tradizionale festa di Yule con cui festeggiavano il solstizio d’inverno. O forse da parte dei cittadini romani quando i cristiani si appropriarono delle loro festività annuali “Saturnalia” nelle ultime settimane di dicembre.

Avrebbero avuto ragione di lamentarsi perchè, in assenza di una data a cui far riferimento nei vangeli canonici, i cristiani hanno sostituito le loro celebrazioni della nascita di Gesù alle festività pagane preesistenti. In una battuta, hanno assorbito i riti pagani nella tradizione cristiana e smussato così l’opposizione al nuovo credo.

Molti cristiani praticanti oggi non sono consapevoli delle origini pagane, a volte casuali, di importanti elementi delle loro pratiche e convinzioni religiose. Molti credono seriamente che l’origine del cristianesimo risalga ad una “notte santa” in una capanna visitata da pastori devoti e dai Re Magi in adorazione. Ma non c’è niente di più lontano dalla realtà.

Il materialismo

Per i marxisti, che si basano sul mondo reale e materiale, la realtà fu completamente diversa. L’anno scorso è stato il centenario della pubblicazione de “L’origine del cristianesimo” del marxista tedesco Karl Kautsky. Si trattò del primo tentativo di descrivere l’ascesa della principale religione occidentale dal punto di vista dei rapporti di classe e dello sviluppo materiale della società, piuttosto che da quello delle pie storielle raccontate dai pulpiti delle chiese.

Il libro di Karl Kautsky aveva diverse carenze, ma l’asse principale delle sue argomentazioni è valido ancora oggi. Quello che è particolarmente significativo di questo libro è che rappresenta il primo tentativo di descrivere le origini e l’ascesa del cristianesimo usando il metodo nel materialismo storico.

Karl Marx e Frederick Engels hanno usato il metodo del materialismo storico e lo hanno applicato allo sviluppo sociale e storico. Nel suo libro “Anti-Dühring”, Engels ne riassume il significato:

“La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale, che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell’economia dell’epoca che si considera.” (F.Engels, Antiduhring, pag. 291, Edizioni Rinascita, 1950)

Karl Kautsky quindi parte dal rifiuto dei miti metafisici su cui si basa il cristianesimo – miracoli, eventi soprannaturali, e così via – e ha cercato di descriverne le origini e l’ascesa attraverso le condizioni sociali che esistevano nell’impero romano.

La teoria classica dell’origine del cristianesimo è riportata nel Nuovo Testamento. I vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono considerati come dei resoconti storici di eventi realmente accaduti nei primi 35 anni nel primo millennio: la nascita miracolosa di Gesù, i suoi miracoli e le predicazioni con i suoi 12 apostoli, la sua crocifissione a causa della sua predicazione e la resurrezione dalla morte. I vangeli sono considerati come le testimonianze oculari da parte di quattro degli apostoli.

Nonostante le persecuzioni, i continui attacchi e gli innumerevoli martíri, la superiorità delle idee cristiane – e soprattutto l’offerta della vita dopo la morte e della redenzione dai peccati umani per mezzo della crocifissione di Gesù – ha fatto crescere il sostegno per la religione cristiana fino a farla diventare una forza inarrestabile che alla fine è stata riconosciuta dall’imperatore romano di Costantino. Il resto, come si suol dire, è storia.

Questa è la versione “ufficiale” della Chiesa…per la maggior parte una favola. Per i marxisti, la domanda da porsi è: quali erano le condizioni della Palestina nel primo secolo? Karl Kautsky fa riferimento al fatto che l’impero romano era un sistema basato sulla schiavitù, in cui la maggior parte della popolazione viveva nella povertà riuscendo a malapena a soddisfare i bisogni basilari.

Ed è vero che la Palestina era una società lacerata da violenti conflitti di classe e contraddizioni. Le caratteristiche di tutto quel periodo erano instabilità, sollevazioni e rivolte. Oltre alla lotta di classe, c’era la questione dell’oppressione nazionale da parte dei romani nei confronti della maggioranza semita della popolazione. All’interno della società giudaica, la casta dei sacerdoti e la nobiltà erano protetti e istigati dal regime romano a sfruttare il più possibile la massa della popolazione.

“Il conflitto principale era tra i romani, i settori attorno ad Erode e i sacerdoti al governo da una parte e i giudei e i galilei dei villaggi, i cui prodotti servivano a pagare tributi a Cesare, tasse al re Erode e decime e offerte ai sacerdoti e all’apparato del tempio, dall’altra.” (Horsley, ‘Banditi, profeti e messia’)

I sacerdoti del tempio a cui i contadini locali pagavano le decime (tasse ecclesiastiche) non erano un piccolo gruppo – alcuni studiosi stimano che fossero migliaia. Il re giudeo Erode “il grande”, che morì nel 4 a.C., lasciò un paese economicamente disastrato dalle precedenti conquiste romane e dalle tassazioni che ne seguirono.

“I produttori agricoli giudei adesso erano sottoposti ad una doppia tassazione, che probabilmente ammontava a oltre il 40% della loro produzione. Inoltre c’erano anche altre tasse romane che appesantivano ulteriormente il fardello sulle spalle del popolo, ma il tributo era l’uscita maggiore.”

“La dominazione romana, arrivata subito dopo un periodo di apparente indipendenza nazionale sotto gli Asmonei (dinastia di re giudei), era considerata totalmente illegittima. Il tributo era visto come un furto. Non a caso era additata come aperta schiavitù da predicatori come Giuda di Galilea che organizzò la resistenza attiva contro il censimento (la registrazione della popolazione a fini tributari) quando i romani presero il controllo diretto della Giudea nel 6 d.C. (“Banditi, profeti e messia”)

Le rivolte

L’unico resoconto contemporaneo di questa epoca a nostra disposizione è quello di Flavio Giuseppe, un generale giudeo che combattè contro i romani durante la rivolta del 66 d.C. e che in seguito passò dall’altra parte della barricata. È chiaro dai suoi racconti che tutto questo periodo fu caratterizzato da un’enorme instabilità. In molte occasioni le rivolte contadine venivano capeggiate da re eletti per acclamazione popolare (o messia), tutte queste sollevazioni furono represse nel sangue. Non era raro che interi villaggi venissero distrutti e i loro abitanti venduti come schiavi.

Queste rivolte riflettevano le condizioni materiali e i conflitti di classe dell’epoca, ma erano sempre accompagnate da entusiasmi messianici e aspirazioni religiose. Date la tradizione e le scritture dei giudei, questi movimenti adottavano inevitabilmente le vesti degli eroi delle scritture tra cui, per esempio, Giosuè.

C’erano infatti molte sette di “Giosuè” al tempo (Gesù è il nome romanizzato che non sarebbe stato riconosciuto nella Palestina dell’epoca). Molti di questi culti avevano un approccio “comunista” condividendo la proprietà all’interno della comunità.

Gli scritti di Flavio Giuseppe sono le uniche opere veritiere arrivate fino a noi scritte da qualcuno che prese parte a quegli eventi. In più di un’occasione, descrive ciò che vede come il frutto della cattiva influenza di veggenti e profeti, ad esempio: “…impostori e demagoghi, sotto la maschera dell’ispirazione divina, hanno provocato azioni rivoluzionarie e spinto le masse a comportarsi come folli. Le hanno portate ad uno stato selvaggio…” Flavio Giuseppe (“Guerra giudaica”) fa riferimento a diversi nomi di veggenti, “profeti” e rivoluzionari che agitavano i giudei, ma il Giosuè di cui si parla nel Nuovo Testamento non appare in nessun punto della voluminosa opera di Flavio Giuseppe, che dovrebbe essere un suo contemporaneo.

I contadini rappresentavano in quel periodo la forza rivoluzionaria che a più riprese cercò di rovesciare l’oppressione nazionale e di classe sotto la quale lavoravano.

Un breve passaggio nei racconti di Flavio Giuseppe illustra il fermento del periodo:

“Molti (contadini giudei) si sono dati di colpo al brigantaggio, e tutto il paese era percorso da razzie, e i più impavidi alle rivolte…”

“…tutta la Giudea era infestata da briganti…” (“Guerra giudaica”).

“Felix [governatore romano, 52-58 d.C.] catturò Eleazar [leader rivoluzionario], che per 20 anni aveva razziato il paese, insieme a molti suoi compagni e li mandò a Roma per il processo. Il numero di briganti che fece crocifiggere…fu enorme.” (Flavio Giuseppe, “Antichità giudaiche”).

Niente poteva essere più distante dal “Santo Natale””! La sollevazione rivoluzionaria si estese nel 66 d.C. in una rivolta generale contro i romani e i loro collaboratori, la classe dominante giudaica e gli alti sacerdoti del Tempio. “…ostilità e violenti frazionismi si diffusero tra gli alti sacerdoti da un lato e i sacerdoti e i leader delle masse di Gerusalemme dall’altro.” (“Antichità giudaiche”)

L’assedio di Gerusalemme

Nei quattro anni successivi ci fu una lunga e sanguinaria guerra di guerriglia seguita dal prolungato assedio di Gerusalemme, durante il quale le masse della città presero a tutti gli effetti il potere nelle loro mani, temendo il tradimento da parte dell’aristocrazia giudaica e degli alti sacerdoti. Uno dei primi atti della rivolta fu l’assedio del Tempio in cui i registri e i documenti legati ai debiti e alle tasse dei contadini furono dati alle fiamme. Non è sorprendente che l’aristocrazia e gli alti sacerdoti, e con loro lo stesso Flavio Giuseppe, fuggirono dalla città cercando rifugio presso i romani.

Ancora prima di questa rivoluzione, la Palestina era stata crogiuolo di diversi culti e sette religiose, la maggior parte delle quali basate sulle scritture tradizionali giudaiche, ma spesso colorite da un ampio malcontento nei confronti del collaborazionismo della classe sacerdotale e il parassitismo della cultura del Tempio. Tra queste c’erano le sette di “Giosuè” e altre sette messianiche organizzate da una moltitudine di leader carismatici.

Dopo la sanguinaria repressione della rivoluzione e la presa di Gerusalemme nel 70 d.C. (durante la quale il Tempio fu distrutto), decine di migliaia di giudei fuggirono dalla regione e molte migliaia furono fatti schiavi. Una disfatta così dura non poteva non pesare sull’enorme diaspora degli ebrei che, in fuga dalla loro patria, si dispersero in tutte le principali città dell’intero impero romano, comprese le più grandi come Roma, Alessandria e le grandi città dell’est.

Ben prima degli eventi rivoluzionari, sette di ogni tipo si erano radicate nelle comunità della diaspora ebraica in parallelo a quelle della Palestina. All’interno di questo vivace ambiente di sette, c’era il culto di Giosuè sviluppato da Paolo, con una politica di conversione sia nei confronti di ebrei che di non ebrei. Questa setta, in effetti, divenne la principale tendenza da cui nacque il moderno cristianesimo, tra le altre cose per aver semplificato la “Legge” giudaica eliminando l’obbligo di circoncisione e i rigidi divieti della dieta.

È significativo che tutte le prime opere cristiane che circolarono tra la metà e la fine del primo secolo, incluse le lettere di Paolo, non facciano alcun riferimento a dei fatti storici che connettano Giosuè ad una biografia reale. Solo in seguito venne scritto il vangelo di Marco (su cui si basano quelli di Matteo e Luca) sotto forma di una descrizione allegorica della vita di un uomo, elaborata per adattarsi alla dottrina di Giosuè che si stava affermando. Si trattava di un’espressione della montante sicurezza e forza numerica di questa particolare setta. Ma era anche un’espressione delle crescenti divisioni di classe all’interno della comunità cristiana stessa man mano che si adattava alla società romana. Delle iniziali idee comunistiche dei culti di Giosuè rimangono oggi solo alcuni cenni e suggestioni all’interno del Nuovo Testamento.

Fu in polemica con gli ex compagni di religione, i giudei, e contro la pletora di sette cristiane rivali che la Chiesa della prima ora elaborò la sua dottrina nei primi decenni del II secolo. Parallelamente all’elaborazione della dottrina, la Chiesa si dotò di un apparato per mantenersi. La prova dell’esistenza di un’ampia varietà di antiche sette cristiane è venuta alla luce solo di recente, precisamente perché questo apparato, una volta instauratosi, ha fatto del suo meglio per bollare tutte le altre come sette come “eretiche” nel processo di eliminazione della maggior parte delle prove che dimostravano anche solo l’esistenza delle altre correnti del culto di Giosuè.

C’è da chiedersi come mai il cristianesimo è cresciuto nel corso dei due secoli successivi. Non era un movimento anti-schiavista: la schiavitù era un fenomeno ubiquitario nell’impero romano e i cristiani avevano schiavi come chiunque altro. Ci sono prove che durante tutto questo periodo persino i vescovi possedevano schiavi come i romani ricchi.

Le considerazioni teologiche erano secondarie. La rigida burocrazia che si autoconservava cresciuta all’interno della Chiesa rifletteva le divisioni di classe nella società ed era diventata un importante baluardo del sistema di classe.

“Col tempo i discorsi e i sermoni dei leader cristiani cominciarono ad incorporare non solo gli aspetti formali dello status aristocratico ma anche i valori e l’ideologia delle classi superiori del tardo impero romano.” (Salzman, “The Making of a Christian Aristocracy’”).

La conversione

Questo commento fa riferimento al periodo successivo alla cosiddetta conversione dell’imperatore Costantino all’inizio del IV secolo, ma già da prima la Chiesa giocava un ruolo chiave nella società e nell’economia per conto della classe dominante. Molti funzionari dello stato erano vescovi o capi cristiani. Ancora più significativo era il ruolo chiave che giocavano nell’amministrazione e nell’organizzazione del governo locale.

Nella misura in cui poteva avere una qualche importanza all’interno di un impero romano che si trovava di fronte al suo declino finale, essi rappresentavano il governo locale. I vescovi e i funzionari ecclesiastici raccoglievano le tasse, distribuivano le offerte per i poveri (la carità gestita dalla Chiesa) e gestivano le dispute legali e sulla terra. Rappresentavano un ufficioso “servizio civile” per conto della burocrazia romana ben prima che l’imperatore Costantino desse loro l’approvazione imperiale. La Chiesa rivestiva una funzione sociale ed economica in quanto gestiva e controllava la parte crescente della popolazione povera e diseredata ed è per questo motivo, e non a causa di un “risveglio spirituale” della classe dominante, che le fu concesso di crescere e svilupparsi.

La Chiesa fu in grado di giocare questo ruolo in quanto offriva una via di salvezza alle aspirazioni delle masse. Dava ai contadini la possibilità di sedere nello stesso edificio (se non sugli stessi banchi) con proprietari terrieri e vescovi e, anche se in questo mondo c’era poca speranza, almeno gli si offriva la promessa di uguaglianza con i ricchi in un mondo futuro. I cristiani offrivano un messia e una “vita dopo la morte”, a differenza delle fredde e indifferenti divinità greche e romane.

La burocrazia della Chiesa sviluppò coscientemente una politica in difesa dei propri interessi (la teologia) che sempre più si identificavano con quelli della classe dominante. Ma nella sua struttura e visione anticipò anche lo sviluppo della società feudale meglio del decadente stato basato sulla schiavitù. La Chiesa non era per l’emancipazione ma offriva una nuova forma di sfruttamento.

Per quanto riguarda i contadini e i poveri delle città, nella misura in cui erano credenti e accettavano il “loro posto” all’interno della rigida struttura di classe, veniva fornito loro un servizio di offerte che dava sollievo alla parte peggiore della loro povertà e precarietà. Anche se in modo limitato, ciò dava loro un senso di appartenenza ad una comunità. Questa possedeva una limitata struttura di stato sociale, per di più appartenente ad una Chiesa nazionale e persino internazionale, e ciò era abbastanza unico all’interno dell’impero romano. Per questi motivi esercitava un’attrazione enorme per i poveri e gli oppressi, non a caso fu ridicolizzata per essere un movimento “di schiavi e donne”.

La persecuzione

Una volta appoggiata dal potere statale, la Chiesa cominciò a distruggere i suoi oppositori. Le persecuzioni dei cristiani da parte dell’impero romano nei primi tre secoli sono state enormemente esagerate ma impallidiscono di fronte alle terribili persecuzioni che la Chiesa riservò alle sette non ortodosse dopo aver ottenuto l’appoggio del potere imperiale. Libri ed eretici vennero bruciati. La storia teologica fu riscritta. Vennero accumulati miti su miti nel corso dei secoli al punto che oggi persino i cosiddetti “scolastici” considerano il Nuovo Testamento come un vero e proprio racconto storico e non come si dovrebbe, ovvero come una storia alla stregua dell’Iliade o di Beowulf.

Nel giro di pochi secoli ogni prova dell’esistenza delle altre sette cristiane, comprese quelle della loro preistoria in Palestina, fu eliminata. La Chiesa diventò, ed è ancora oggi, una potenza conservatrice, forte politicamente, finanziariamente e diplomaticamente (e allo stesso tempo militarmente).

Nella sua introduzione a “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”, Marx si riferì alla religione come al “sospiro degli oppressi”. Spiegò che non è la spiritualità, o la sua mancanza, che alimenta il seguito della religione. E’ l’alienazione della massa della popolazione dalla società di classe in cui si trova a vivere.

La crisi del capitalismo è fondamentalmente la crisi di un sistema economico marcio ma si manifesta anche come crisi delle idee. Le speranze e le aspirazioni di milioni di persone sono talmente frustrate dai limiti del mondo capitalista che vengono proiettate in una vita dopo la morte. E come nei primi decenni del primo millennio, anche nell’era del capitalismo nuovi movimenti religiosi e messianici riflettono l’impasse intellettuale e morale di una società fallita e in fallimento. Marx continuava:

“…fare appello affinchè abbandonino le illusioni sulla loro condizione vuol dire fare appello ad abbandonare una condizione che richiede illusioni. La critica della religione è pertanto, potenzialmente, la critica di quella valle di lacrime della quale la religione è l’aureola.

Così spiegava come non si tratta di “abolire” la religione. È un’idea assurda. Per combattere la superstizione e l’ignoranza, il compito dei socialisti è di lottare contro le condizioni materiali sulle quali questi fenomeni crescono, e ciò vuol dire soprattutto lottare contro il capitalismo.

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