Giovani Comunisti/e Rivoluzionari/e – Lottare, Occupare, Resistere (tratto da marxismo.net)

La IV Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti (Gc) assume un valore fondativo. I Gc sono in un certo senso all’anno zero. Nel febbraio 2009 il passato esecutivo nazionale ha completamente aderito alla scissione di Sinistra e Libertà. Da allora veti fatti di personalismi e di scontri per la successione nei posti dirigenti hanno completamente immobilizzato la nostra attività.

Ciò che è rimasto del precedente coordinamento nazionale è stato commissariato a luglio con una decisione clamorosa e senza precedenti. In molte federazioni i Gc sono da ricostruire quasi da zero.

Questo documento nasce da compagni e compagne che negli scorsi anni hanno mantenuto una posizione di critica frontale alla deriva governista e alle spinte liquidatorie che hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa di Rifondazione comunista, conducendoci allo stato attuale. Siamo stati contrari alla partecipazione al governo Prodi, all’Arcobaleno e nello scorso anno abbiamo lavorato ovunque fosse possibile alla ricostruzione dei Gc come organizzazione militante che mettesse in pratica quella svolta a sinistra che oggi vediamo messa pesantemente a rischio dalle scelte più recenti del gruppo dirigente del partito.

Non abbiamo continuità da rivendicare con posizioni politiche e pratiche che nel passato hanno creato le premesse della nostra crisi attuale. Non guardiamo indietro, ma avanti, a un percorso faticoso, ma anche entusiasmante, di costruzione dei Gc nelle lotte e nella rinascita di un pensiero e di una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.

Questa ricostruzione può avvenire sulla base di posizioni politiche e metodi completamente differenti dal passato. Può avvenire dal basso, facendo risuonare in maniera chiara quella svolta a sinistra che nel partito è stata appena sussurrata. I Gc possono essere la parte più dinamica di Rifondazione, scuotendola dall’elettoralismo che ancora domina. O al contrario la loro ricostruzione può essere semplicemente la restaurazione dei vecchi meccanismi verticistici: il ritorno del sempre uguale mascherato da diverso.

Un pesante conformismo rischia di cadere sulla nostra discussione. Emerge ogni giorno di più un nuovo burocratismo che celebra il comunismo, i “grandi padri” e i bei tempi che furono nei giorni festivi, tornando poi ad occuparsi di istituzioni, elezioni e voti nei giorni feriali. Il tema dell’unità interna viene usato in maniera strumentale, allontanando l’attenzione dai termini del dibattito e delle differenze in campo. Capi corrente inveiscono contro le correnti, mentre strutturano vere e proprie cordate interne. Pubblicamente si spendono belle parole d’unità, mentre nei corridoi manovre e contromanovre paralizzano l’azione politica. Le differenze politiche vengono messe da parte o create a seconda se si trova la “quadra” sui nomi da inserire negli organismi dirigenti. Questo tipo di unità non ci interessa e non fa bene ai Gc.

O questa conferenza porta alla luce un corpo di teorie e una militanza di natura rivoluzionaria o la ricostruzione dei Gc sarà un atto autoreferenziale, la costruzione di un campo di allevamento di giovani burocrati. Nel primo caso crediamo che l’organizzazione sarebbe presto riconosciuta come uno strumento vitale e fondamentale da migliaia di giovani. Nel secondo caso, la sigla tornerà forse a vivere, ma ad uso e consumo dell’autoconservazione dell’apparato.

Socialismo o barbarie: i volti della crisi

Siamo per la costruzione di una struttura giovanile che prepari l’alternativa rivoluzionaria. Non si tratta di enunciare una ricetta, né dell’idea che esista una strada tracciata una volta per tutte. Né, per i Gc la rivoluzione può essere una poesia o una suggestione. La crisi del capitalismo è più che mai strutturale. Le contraddizioni fondamentali del sistema si approfondiscono, si caricano di risvolti nuovi e di una gravità sempre maggiore. L’alternativa tra socialismo o barbarie, delineata da Marx e poi da Rosa Luxemburg, è ancora oggi il bivio di fronte a cui si trova l’umanità. La nostra organizzazione deve misurarsi con questa sfida.

La decadenza del sistema si esprime in tutti i campi della società e il settore giovanile è tra i più colpiti. Negli Usa la disoccupazione tra coloro compresi tra 16 e i 24 anni è raddoppiata in pochi mesi. In Italia già prima della crisi la disoccupazione giovanile riguardava il 20% dei giovani a livello nazionale e il 33% al sud. Il divario fra i redditi reali dei giovani e quelli del resto dei lavoratori è passato dal 20% del 1989 al 35% del 2004. Un terzo viene assorbito da lavori creati nel campo dei servizi senza alcuna prospettiva di sviluppo (call center, grande distribuzione ecc.). Nel 1974, alla fine di un forte boom capitalista, si incensava la nuova mobilità sociale. Oggi il 53% dei giovani finisce a fare esattamente lo stesso mestiere del padre. Scuola, università e casa sono fra i settori più colpiti da tagli, aumenti dei costi e politiche di liberalizzazione.

Il Mezzogiorno da anni è tornato ad essere terra di emigrazione, un’emigrazione giovanile, spesso scolarizzata, che già negli anni scorsi tuttavia, a differenza degli anni ’50 e ’60 gravava sulle famiglie di origine, costrette dai bassi salari, dalla precarietà, dal costo degli affitti, a sostenere anche finanziariamente i propri figli emigrati al centro-nord. Una deprivazione di risorse che si somma ad un saccheggio sistematico del territorio, discarica legale e illegale del sistema produttivo nazionale e non solo, oggetto di speculazioni e abusi, di progetti di grandi opere devastanti, sotto la gestione di una borghesia mafiosa sempre più compenetrata al sistema politico. Né l’antimafia di stampo puramente legalitario, né un’antimafia sociale che tenti gradualmente di indurre o costringere lo Stato a sottrarre risorse e beni economici alle organizzazioni criminali, per quanto coraggiose, possono avere ragione di questo nemico. Oggi più che mai la battaglia antimafia è una battaglia anticapitalista, che deve investire alla radice il sistema economico, la struttura del capitalismo italiano che è la vera radice del problema.

Alla ricerca di profitti sicuri, il capitale accentua la tendenza ad affluire in quei settori protetti che attraverso la liberalizzazione e la privatizzazione dei beni comuni, del welfare e di tutto ciò che resta di pubblico, diventa terreno privilegiato della valorizzazione. La “messa a valore del territorio”, attraverso le grandi opere (dalla Tav, all’Expo, al Ponte), attraverso il ridisegno degli spazi residenziali nelle aree metropolitane, nella privatizzazione delle reti (trasporti, energia, telecomunicazioni, ciclo dei rifiuti), ecc. diventa il tratto distintivo di un capitalismo sempre più parassitario, che mischia inestricabilmente “legale” e “illegale” non solo nel Mezzogiorno (due terzi dei capitali rientrati con lo scorso “scudo fiscale” sono affluiti in Lombardia) e incapace di prospettare alcuno sviluppo sociale, economico e ambientale nel quale possano trovare soddisfacimento i bisogni della maggioranza della popolazione.

Repressione, autoritarismo, diritti negati

Questo stato di cose non può che accompagnarsi ad un’offensiva ideologica reazionaria, ad una vera e propria società dei divieti. Si stringe una morsa fatta di proibizionismo, repressione e autoritarismo che grava innanzitutto sui giovani.

Questa società riposa sempre di più sull’uso di massa di droghe legali quanto illegali. Il sistema ha anche dimostrato di saper convertire droghe in passato inaccessibili in droghe di largo consumo. A fronte di questi dati, l’unica risposta è quella repressiva, che si accanisce sul consumatore, sempre più spesso vittima di abusi da parte delle forze dell’ordine, fino ai casi drammatici di morti “sospette” che ancora recentemente si sono ripetuti. Depenalizzazione, riduzione del danno, legalizzazione: tutto questo è necessario per togliere il consumatore dalla solitudine e dalla repressione. Eppure tali parole d’ordine non possono mai eludere una riflessione approfondita sul tema delle dipendenze, tanto più in un periodo di crisi sociale.

Secondo una recente indagine Fondazione CittaItalia Anci, la maggior parte delle ordinanze di divieto emesse nell’ultimo anno dai sindaci riguardano direttamente o indirettamente i giovani: si colpisce ogni forma di socializzazione esterna ai circuiti del mercato, dai writers al consumo di alcool all’aria aperta. Aldro, Rumesh, Abba, Stefano… non casualità ma inevitabile conseguenza di questo stato di cose. Politiche che vanno a braccetto con la peggior demagogia “giovanilistica”: non a caso questa fioritura di divieti coincide con la creazione del dipartimento della gioventù nel 2006 e poi con la sua trasformazione da parte della destra in “ministero della gioventù”. Mentre si attaccano frontalmente le nostre condizioni, viene creata una rete demagogica e fittizia di “consulte giovani”, “progetti giovani” ecc. ecc.

Culture, pratiche e legislazione repressive attraversano come un filo nero tutta l’azione del governo. Alle carceri strapiene si risponde col piano per 24 nuove galere; alla clandestinità creata dalla legislazione vigente si risponde con l’invito alla delazione, le retate, i sindaci sceriffi. Impunità per i ricchi, gironi infernali per i poveri, questa è la legge non solo di questo governo, ma di un sistema sociale in piena putrescenza. Oggi i migranti sono il primo bersaglio di questa autentica persecuzione, ma ogni “devianza” e ogni “anomalia” è automaticamente inseribile in questo schema. Ogni forma di autorganizzazione, sia essa politica, sindacale, sociale, ogni espressione del conflitto sociale deve essere ridotta al silenzio. Si agitano campagne sul crocefisso, Dio Patria e Famiglia, legge e ordine: questo è il contraltare della libertà iscritta nel nome del partito del premier, libertà del mercato, dell’impresa, del consumo e del saccheggio delle risorse, libertà del ricco sul povero, del potere sui sudditi, e così via all’infinito.

L’autodeterminazione delle donne in questo contesto viene ad essere un bersaglio obbligato. Un’idea avvilente e alienata del corpo della donna si somma sempre di più ad una discriminazione di genere secolare. Il necessario protagonismo delle compagne non è stato stimolato in nessun modo dalle cosiddette quote rosa. Quest’ultime, ormai comunemente accettate dalla politica “ufficiale”, si sono semmai rivelate nella società una via per la promozione di un ceto politico femminile, lontano anni luce da quelle lavoratrici, precarie, studentesse, donne migranti, che vogliamo siano il motore della nostra attività.

La battaglia per i diritti di tutti e tutte vive solo respingendo ogni logica settoriale, di nicchia, separatista, investendo con la radicalità e la rabbia di chi vive la privazione dei propri diritti e della propria dignità e soggettività una nuova stagione di lotta di classe che, come e più che nei punti alti degli anni ’70, possa fondare sul conflitto capitale-lavoro la conquista dei diritti civili e di cittadinanza.

Il Pd e le alleanze… se ci è consentito dire la nostra

Rifiutiamo l’idea di un’organizzazione giovanile che lascia l’“alta politica” al partito dei “grandi” e si propone come luogo di socializzazione, o di una militanza senza progetto e di fatto sotto tutela. Deve essere seppellita una volta per tutte l’idea che la base del partito, o i Giovani comunisti, si impegnano nei movimenti mentre i gruppi dirigenti si affannano a stringere alleanze con un Partito democratico che una volta al governo ritroviamo sistematicamente dall’altra parte della barricata.

Se il Prc non abbandona la logica elettoralistica del “fronte democratico” e del meno peggio per battere Berlusconi, se non sviluppiamo una reale indipendenza dal bipolarismo e dal Pd, a quel punto la nostra crisi può avvitarsi su se stessa, mentre nuove forme di populismo – vedi Di Pietro – possono finire per egemonizzare dallo scontento sociale. Il termine “strategicamente alternativi al Pd” non può essere trasformato in una frase vuota. Deve vivere nella realtà e non nei documenti diretti in maniera consolatoria alla nostra base. I Gc devono muovere una critica franca e amichevole alla scelta del partito di perseguire alleanze regionali con il Pd. E’ irresponsabile dichiararsi fuori dal bipolarismo e allo stesso tempo presentarsi magari alleati al Pd potenzialmente di fronte all’82% dell’elettorato. Così facendo dimostriamo di non aver ancora sciolto il nodo fondamentale: il Pd è permeabile alle nostre ragioni e a quelle delle mobilitazioni sociali in corso? La nostra risposta è inequivocabilmente no. Riteniamo a dir poco incredibili le speranze suscitate dalla vittoria di Bersani, così come l’idea che ci si possa sottrarre all’egemonia del Pd facendo sponda col partito di Di Pietro, impegnato a traghettare in un contenitore interclassista come l’Idv una fetta importante di movimento operaio.

Qualsiasi tentativo di far reincarnare il fantasma del centrosinistra sarebbe disastroso quale che sia la forma in cui si ripropone (accordi tecnici, legislature costituenti o qualsiasi altro marchingegno). Vogliamo assumere e praticare fino in fondo l’idea cardine che una sinistra anticapitalista, della quale i Gc devono far parte a pieno titolo, possa costruirsi e crescere solo al di fuori e contro il bipolarismo e i partiti che ne sono protagonisti. Nella palude ci siamo già stati e non siamo disposti a ritornarci!

Un programma di lotta: dall’occupazione all’alternativa

Porsi fuori dal bipolarismo è condizione necessaria ma di per sé non sufficiente. I compagni e le compagne che costruiranno l’ossatura dei Gc non verranno dagli accordi tra quel ceto politico che più per necessità che per volontà propria si trova relegato alla sinistra del Pd. Verranno da quel settore di lavoratori e studenti che trarranno le più logiche conseguenze dall’attuale crisi. Il nostro compito è intercettare e stimolare questa presa di coscienza.

Dobbiamo quindi metterci completamente a disposizione delle lotte in corso. Casse di resistenza, volantinaggi di solidarietà, presenza ai picchetti: tutto questo è necessario per creare una connessione forte fra i Gc (e il partito tutto) e il conflitto che si manifesta, particolarmente nei suoi punti più alti e di rottura. Allo stesso tempo però non si tratta di essere una pur apprezzabile compagnia di giro che oggi porta solidarietà qua e domani là. La nostra aspirazione non è solo quella di essere parte della lotta, ma di provare a offrire una prospettiva complessiva di cambiamento. I lavoratori non hanno bisogno di pacche sulle spalle o di sentirsi spiegare ciò che già sanno riguardo la situazione attuale. L’obiettivo è collegare le diverse mobilitazioni, generalizzarle, provando a indicare una via per la vittoria.

Abbiamo quindi bisogno di un programma complessivo che sia un ponte unificante: difesa del contratto nazionale e rifiuto del nuovo modello firmato da Cisl e Uil, salario minimo intercategoriale, abolizione del precariato (dal Pacchetto Treu al pacchetto welfare, passando per la legge 30), riduzione d’orario a parità di salario, salario sociale per i disoccupati, reintroduzione della scala mobile, riconversione in Tfr dei fondi versati nei fondi pensionistici, una pensione pubblica equivalente all’80% degli ultimi stipendi percepiti, intensificazione e inasprimento delle misure riguardanti la sicurezza sul lavoro, possibilità di convertire in dipendenti i soci di cooperativa per farla finita con le finte cooperative sociali.

Tuttavia un programma non è una lista di desideri. La domanda concreta è: attraverso quali vie esso può trasformarsi in una forza reale? Non vi è nessun automatismo tra crisi e conflitto di classe: il primo effetto della crisi può essere quello infatti di tramortire i lavoratori, impaurirli e frammentarli. Ciononostante la società italiana è tutt’altro che un deserto. Vi è innanzitutto la vertenza metalmeccanici e della Fiom, l’unica categoria che all’interno della Cgil pur tra mille limiti sta provando a portare fino in fondo la rottura con Cisl e Uil.

Vi è soprattutto un crescente numero di episodi, su scala internazionale e nazionale, di occupazioni di aziende. Si tratta di mobilitazioni di natura differente dal recente passato, costrette dalla stessa durezza della crisi ad assumere metodi più radicali. Non si tratta ancora di lotte generalizzate, ma comunque significative perché pongono implicitamente il problema di chi controlla la produzione. L’essenza della crisi del capitalismo è la sovrapproduzione, di cui il crack finanziario è stato il prodotto ultimo. Per questo la risposta del padronato alla crisi è da un lato la distruzione delle forze produttive attraverso chiusure e licenziamenti e dall’altro la socializzazione delle perdite, scaricando sul debito pubblico i buchi creati dalla grande finanza.

Abbiamo avuto la vittoria della Innse a cui sono seguite le lotte di decine aziende di ogni dimensione. Oggi è in atto la vertenza Omega-Eutelia con oltre 11 mila lavoratori coinvolti e diversi uffici e call-center occupati. Quale prospettiva forniamo ai lavoratori che si pongono sulla via dei presidi ad oltranza, delle occupazioni e addirittura dell’autoproduzione per salvare la continuità produttiva della propria azienda? O accettiamo l’idea che possano sopravvivere solo le aziende per cui spunta un compratore privato – magari lautamente invogliato da finanziamenti pubblici, cioè dai nostri soldi – o iniziamo ad avanzare una prospettiva di natura differente: il blocco dei licenziamenti accompagnato dalla nazionalizzazione delle aziende che confermano i tagli di personale o che chiudono o che spostano gli stabilimenti, per porle al servizio della collettività e sotto il controllo gestionale dei lavoratori. E’ caduto il tabù psicologico della spesa pubblica: è risaputo tra ampie fette della popolazione che le imprese hanno ricevuto un fiume di soldi pubblici. Su scala internazionale sono state nazionalizzate banche e aziende in perdita (basti pensare alla General Motors negli Usa). E’ più che mai necessario e legittimo avanzare la nostra proposta: se finora si sono socializzate le perdite, perché non socializzare i profitti?

Per un’organizzazione studentesca nazionale

Il mondo dell’istruzione non è avulso da tale contesto. L’Onda è stato un movimento epocale per estensione e dimensioni, il prodotto dell’accumulo di 20 anni di attacchi all’istruzione pubblica di cui la riforma Gelmini e la Aprea sono il risultato ultimo. Ma la forza avuta dall’Onda stride con la rapidità con cui si è arenata. Questo paradosso non si spiega, come proposto da un settore del movimento e di Gc stessi, teorizzando la “irrappresentabilità” del movimento. Una idea che ha in verità magnificato tutti lati deboli dell’Onda, peraltro manifestando poi nella pratica le peggiori propensioni al leaderismo e alla manovra alle spalle degli studenti. Oggi quelle posizioni tentano di razionalizzare il ripiegamento del movimento proponendo l’“autoriforma” dell’università. Autoriforma che nel contesto reale non può che significare accomodamento alle logiche di privatizzazione e di frantumazione del sistema educativo pubblico.

La stagionalità e volatilità del movimento sono anche il risultato dell’assenza di un’organizzazione studentesca nazionale basata su un programma di coerente difesa diritto allo studio e sui migliori metodi del movimento studentesco internazionale. Quando la lotta studentesca comincia, si diffonde per l’appunto come un’onda. L’occupazione di una scuola o di una facoltà innesca quella di un’altra e il movimento si diffonde di città in città. Ma proprio come in un effetto domino, quando la mobilitazione raggiunge il tassello successivo quello precedente è già caduto ed è incapace di continuare la lotta. Nella spontaneità di questo meccanismo risiede un’enorme forza esplosiva ma anche un limite. La necessità di coordinare la lotta su scala nazionale emerge quasi sempre nella parte finale del movimento e mai nella sua parte iniziale.

Proponiamo che i Giovani Comunisti avanzino l’idea di creare un’organizzazione studentesca: l’esperienza dil Csp (Comitato in difesa della Scuola Pubblica) e Csu (Coordinamento Studentesco Universitario) è una utile traccia in questa direzione; una struttura nazionale con una chiara discriminante antifascista, costruita sulla condivisione di un programma di difesa del diritto allo studio, per un’istruzione pubblica, laica, democratica e gratuita, accessibile a tutti/e e di qualità. Non proponiamo ovviamente che questa organizzazione venga fatta piombare dal nulla sul movimento studentesco. Laddove esistono collettivi e coordinamenti dei collettivi, laddove ci sono compagni iscritti all’Uds, i Gc devono intervenire attivamente in queste strutture per affermare la necessità di un programma e metodi di lotta differenti da quelli fin qua prevalenti.

Pratiche sociali: strumenti di lotta

Nonostante il crollo della struttura organizzata, centinaia di nostri iscritti e simpatizzanti si sono orientati alle cosiddette “pratiche sociali”: Brigate di solidarietà attiva, Gruppi di acquisto popolare, mercatini del libro usato, ripetizioni popolari, Casse di resistenza ecc. Possiamo ora rendere sistematico tale contribuito, tracciandone un bilancio, chiarendone gli obiettivi ed eventuali limiti. In verità non è possibile stringere tutte queste forme di intervento in un unico ragionamento. Ci limiteremo per questo ad alcune rapide generalizzazioni.

Il mutualismo, il cooperativismo e altre forme di autorganizzazione sociale hanno attraversato tutta la storia del movimento operaio. L’Italia in particolare ha una lunga storia di mutualismo sociale. E questo ci permette di pescare da un ampio spettro di esperienze passate, così come da un ampio spettro di errori. Di fatto le pratiche sociali hanno una contraddittorietà intrinseca che le rende potenzialmente vittime delle interpretazioni politiche più diverse. Prendiamo ad esempio le ripetizioni sociali: possono essere una via per avvicinare giovani alla lotta. Eppure la nostra lotta si propone precisamente il raggiungimento di un’istruzione pubblica di qualità tale che nessuno sia costretto ad autorganizzare ripetizioni sociali. Il mercatino del libro usato può essere utile per radicarci tra gli studenti, alleviando momentaneamente il caro libri ma la nostra lotta è affinché i libri scolastici siano dati in comodato d’uso dallo Stato. Una cassa di resistenza non ha lo scopo di autorganizzare l’assistenzialismo né di sostituire gli ammortizzatori sociali, ma di aiutare la lotta a resistere un minuto più del padrone.

Si tratta quindi di attività che indicano il problema. Alludono alla soluzione ma non la contengono di per sé. Nel raggiungimento dei loro obiettivi, contengono già il loro superamento. E se si fossilizzano su sé stesse, possono tramutarsi nel loro contrario: in forme di puntellamento dello stato di cose esistente. Per anni il terzo settore del cooperativismo sociale è stato presentato come la via per reagire allo smantellamento dello stato sociale mentre si è rivelato in verità una delle leve del processo di privatizzazione di numerosi servizi pubblici. Attorno al concetto di sussidiarietà – l’idea che lo Stato debba cedere spazio al “privato sociale” – si è saldato un fortissimo schieramento bipartisan, che vede l’associazionismo cattolico affiancarsi a settori economici legati al Pd, alle fondazioni bancarie; uno schema oggi rafforzato dall’accordo separato di gennaio che propone un modello sindacale basato sugli enti bilaterali che vanno a sostituirsi al welfare pubblico in ritirata.

Concepiamo quindi le pratiche sociali come strumenti ausiliari della lotta. Un Gap ha senso se riesce a stimolare la creazione di gruppi di discussione politica sulla crisi e il funzionamento dell’economia. Un intervento come quello svolto dalle Brigate di solidarietà in Abruzzo ci permette di mantenere il contatto con settori della popolazione la cui vita viene ridotta da un giorno all’altro a problemi di mera sopravvivenza. E deve essere funzionale allo sviluppo di una campagna politica sui temi riguardanti il territorio, il suo depauperamento, la speculazione e le grandi opere.

Il rischio altrimenti è che al nostro interno si produca un dibattito a compartimenti stagni, su due binari paralleli, con una parte della militanza completamente immersa nel sociale e l’altra nelle istituzioni. Non sarebbe la fine dell’istituzionalismo, ma il suo trionfo. Non sarebbe la penetrazione dei temi sociali nel partito, ma la loro definitiva fuoriuscita. A cosa serve infatti dotarsi di un’organizzazione politica rivoluzionaria se i problemi trovano soluzione autonoma nel cosiddetto campo sociale?

Il nostro antifascismo

Dobbiamo fare i conti con un’ascesa costante dei gruppi fascisti. Il ruolo storico dei fascisti è distruggere e frantumare le organizzazioni indipendenti della classe, disperdere i cortei e gli scioperi. Nonostante la loro ripresa sono oggi ancora troppo deboli per giocare questo ruolo. Per questo agiscono come truppe ausiliare della destra berlusconiana. Quando hanno provato ad aggredire direttamente le lotte, come a Piazza Navona lo scorso autunno o come all’Eutelia, il tentativo gli si è ritorto contro. Questo non significa che siano per questo meno pericolosi.

Rischiamo due errori speculari. Da un lato possiamo cadere nel cosiddetto “antifascismo democratico”, fatto di gonfaloni e fasce tricolore e di appelli all’intervento delle forze dell’ordine e alle istituzioni. Le forze dell’ordine sono da sempre compiacenti con i fascisti. Aspettarsi che debellino i gruppi fascisti è come chiedere al lupo di fare da pastore. Dall’altro possiamo praticare un antifascismo militante che affronta il fenomeno solo sul piano dello scontro fisico. Intendiamoci: il problema dell’autodifesa dai fascisti non può essere derubricato. Strutture, metodi di difesa e di risposta alle aggressioni fasciste vanno sviluppati qui ed ora. Non abbiamo nessuna intenzione di permettere che altri compagni cadano vittime di pestaggi e accoltellamenti. Tuttavia questo piano è esattamente quello su cui i fascisti intendono portare lo scontro: mentre per noi si tratta di fare attività politica a 360 gradi, per loro lo squadrismo è il centro fondante della propria attività.

L’antifascismo deve vivere per questo nelle lotte sociali in corso e in particolare collegarsi a campagne di massa antirazziste, contro i Cie-Cpt, per l’abolizione della Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza e in generale contro ogni politica dei flussi. I lavoratori immigrati costituiscono oggi il 18% della forza lavoro italiana. Non ci può essere un reale avanzamento della lotta senza coinvolgere questo settore chiave della classe. Dobbiamo fuggire qualsiasi approccio generalmente solidaristico, a favore di un approccio di classe che punti a integrarli come fattore attivo della lotta. Il successo della manifestazione del 17 ottobre dimostra le possibilità per lo sviluppo di un movimento antirazzista con queste caratteristiche.

L’internazionalismo necessario

Non esiste comunismo senza internazionalismo. I Gc devono porsi l’obiettivo di stringere contatti con le esperienze politiche più avanzate sul piano internazionale. La difesa di Cuba, della rivoluzione venezuelana e la questione palestinese sono questioni prioritarie da sviluppare con campagne pernanenti. Ma deve essere tutta la discussione della nostra organizzazione ad abbracciare sempre uno sguardo internazionale.

Ciò che è rimasto del precedente coordinamento nazionale è stato commissariato a luglio con una decisione clamorosa e senza precedenti. In molte federazioni i Gc sono da ricostruire quasi da zero.

Siamo per il ritiro dalle truppe italiane dall’Afghanistan, ma anche dal Libano e da tutte le 20 missioni in cui sono impegnati i soldati italiani. Siamo per lo scioglimento della Nato e la chiusura di tutte le basi. Sotto il manto umanitario, lo Stato italiano all’estero persegue in verità i propri interessi imperialisti affiancandosi a quegli degli Usa.

L’unità che vogliamo

Esiste un problema di unità e di massa critica delle forze anticapitaliste e di sinistra. I Gc sono pienamente investiti da tale dibattito e non potrebbe essere altrimenti. Siamo tuttavia preoccupati per il fatto che ad oggi questo dibattito ruota quasi esclusivamente attorno alle ricadute elettorali: la necessità di superare gli sbarramenti domina in maniera silenziosa ma opprimente tutto l’orizzonte unitario. La Federazione della Sinistra per come oggi si configura è figlia di questa impostazione. Tra tutte le possibili vie unitarie, è forse quella peggiore. Si tratta di un’unità di vertice dove in compenso i diversi soggetti conservano le proprie strutture burocratiche. Si ha così il peggio di tutti e due i mali: divisione reale e unità fittizia. All’interno della Federazione, è impossibile misurare il reale peso di un soggetto con il risultato che piccoli apparati burocratici possono tenere in scacco intere strutture di militanti.

La proposta di statuto provvisorio della Federazione riporta alla luce tutte le spinte liquidatorie del Prc. Creando i circoli della federazione della sinistra (senza aggettivi!) riporta in auge il progetto della costituente della sinistra unito a un controllo verticistico e asfissiante dei gruppi dirigenti delle quattro strutture che fondano la Federazione!

Siamo convinti che i Gc debbano praticare un’altra via unitaria. L’organizzazione giovanile del Pdci, la Fgci, ci propone oggi un percorso di unificazione. È una proposta netta, alla quale sarebbe ingiusto dare risposte evasive. Nel documento della loro conferenza ritengono necessario mettere da parte le differenze per giungere all’unità. Noi proponiamo di ribaltare il ragionamento: attraverso attivi unitari dove una testa valga un voto è necessario discutere di tutte le differenze in campo, verificare la loro entità e provare a superarle nella pratica. L’unità nella lotta, affrontando apertamente i punti controversi, è l’unica che possa realmente generare una maggiore forza nell’azione.

Siamo perché i Gc vengano costruiti basandosi su un nuovo gruppo dirigente, che metta al centro quei compagni che nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, sui territori, si dimostrano capaci di essere al centro dell’intervento e del conflitto. Siamo per porre al centro la formazione politica a tutto campo; in particolare è irrimandabile il dibattito sullo stalinismo. La nostra tesi è che lo stalinismo sia stata una degenerazione del marxismo e non una sua continuazione: vogliamo poterla confrontare in un dibattito rigoroso e aperto.

Pratiche di autofinanziamento, selezione trasparente dei gruppi dirigenti e delle posizioni di apparato, responsabilità degli organismi eletti di fronte alla base fino a prevedere forme di revocabilità, convocazione regolare delle conferenze: tutto questo deve diventare la norma nella nostra vita interna.

E’ un nuovo tipo di militante quello di cui abbiamo bisogno, che unisca la volontà di lavoro e anche la capacità di sacrificio ad un costante approccio critico nei confronti delle scelte della propria organizzazione. Riscopriamo l’orgoglio della nostra battaglia, per essere, come diceva Gramsci, molecola di questo mondo in formazione. Avanti: lottare, occupare e resistere, per preparare il nostro domani!

Serena Capodicasa, Matteo Molinaro, Dario Salvetti, Giovanni Savino (ex coordinamento nazionale Gc), Paolo Cipressi (comitato provvisorio di gestione Gc), Filippo Agazzi (coordinatore Gc Parma), Andrea Bettinelli (coordinatore Gc Crema), Tatiana Chignola (Gc Firenze), Margherita Colella (Gc Caserta), Emanuele Cullorà (coordinatore Gc Milano), Pierre Ginon (Gc Trieste), Antonino Grimaldi (coordinatore Gc Modena), Mimmo Loffredo (Gc – circolo Prc Fiat Pomigliano – Napoli), Alessio Marconi (coordinatore nazionale Csp-Csu), Ilario Pinnizzotto (Gc Messina), Mauro Piredda (coordinatore Gc Sassari)

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