In Difesa della Teoria, ovvero: l’ignoranza non ha mai giovato a nessuno (tratto da marxismo.net)

Riporto uno splendido testo scritto da Alan Woods e pubblicato sul sito di FalceMartello al’indirizzo: http://www.marxismo.net/content/view/3534/117/ . L’originale in inglese si può trovare sul sito dell’Internazionale, all’indirizzo: http://www.marxist.com/defence-theory-ignorance-never-helped.htm . E’ un testo a mio parere molto chiaro e utilissimo, che mette in luce il ruolo cruciale della teoria nell’attività politica, non come dogma bensì come guida per tracciare prospettive corrette. In contrasto con le tesi dei “pratici” per cui la teoria sarebbe una sterile attività speculativa, con gli “…intellettuali piccolo-borghesi che non conoscono affatto la classe operaia e che confondono i lavoratori con il sottoproletariato. Perciò mostrano disprezzo per la classe operaia e per lo snobismo del loro stesso ceto medio nei confronti dei lavoratori. Questo genere di persone cerca di ingraziarsi i lavoratori indossando giacconi da lavoro e fingendo di imitare un accento “da classe operaia”. Usano un linguaggio colorito pensando che questo aumenti la loro credibilità proletaria…”, e allo stesso tempo contro gli opportunisti che pretenderebbero di sbarazzarsi di un intero patrimonio teorico e politico, per poi tirar fuori dal cilindro le formule più assurde, questo testo fornisce importanti spunti di riflessione, oltre che utilissimi strumenti per il lavoro politico e la centralità della formazione nell’attività militante, nell’organizzazione e nella strutturazione stessa del Partito e dell’attività politica.

La pubblicazione della serie di articoli sulla lotta di classe nella Repubblica romana ha suscitato un interesse considerevole tra i lettori di marxist.com. Secondo quanto mi viene riferito dallo redazione, c’è stato un numero record di accessi a questi articoli, circa 2.200 contatti, parecchio di più che la media di visite per ciascun articolo.

dal sito In defence of Marxism (www.marxist.com)

Questo fatto conferma la correttezza della linea editoriale di marxist.com, sito che si è conquistato una notevole reputazione per la qualità dei suoi articoli teorici. In un periodo in cui le idee del marxismo subiscono attacchi da ogni parte, il nostro sito spicca per la sua salda e continua difesa della teoria marxista in tutta la sua completa ricchezza. Dimostra che molte persone in tutto il mondo sono interessate alla teoria ed entusiaste di approfondire la loro conoscenza del marxismo.

Tuttavia, marxist.com ha anche chi lo critica. Alcuni di costoro si lamentano per il fatto che scriviamo articoli sull’antica Roma nel bel mezzo della più grande crisi del capitalismo dagli Anni Trenta. Per onestà nei nostri confronti, si deve riconoscere che marxist.com ha pubblicato moltissimo materiale sulla crisi, e continuerà a farlo. Ma abbiamo anche il dovere di scrivere di altri argomenti, per innalzare il livello di comprensione teorica dei nostri lettori, per fornire un’analisi marxista non soltanto dell’economia, ma anche della storia, della scienza, dell’arte, della musica e di ogni altra sfera dell’attività umana.

Come rispondiamo a coloro che chiedono che restringiamo il campo del marxismo perché possa entrare nei loro limitati schemi mentali? Non abbiamo proprio nulla da rispondere, perché ha già risposto loro molto tempo fa Lenin, che scrisse: Senza teoria rivoluzionaria non può esserci alcun movimento rivoluzionario. È una verità fondamentale sulla quale tutti i grandi del marxismo hanno insistito. Citiamo soltanto qualche esempio perché ci sia rammentato questo fatto elementare.

Non c’è rivoluzione senza teoria

Ancora prima di scrivere il Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels (che, non dimentichiamolo, cominciarono la loro vita di rivoluzionari come studenti della filosofia hegeliana) condussero una battaglia contro quei leader “proletari” che facevano un feticcio dell’arretratezza e dei metodi primitivi di lotta, e opponevano un’ostinata resistenza all’introduzione della teoria scientifica.

Il critico russo Annenkov, cui capitò di trovarsi a Bruxelles durante la primavera del 1846, ci ha lasciato un racconto assai curioso di un incontro durante il quale scoppio una lite furibonda tra Marx e Weitling, il comunista utopista tedesco. A un certo punto, Weitling, che era un operaio, si lamentò che gli “intellettuali” Marx ed Engels scrivessero di questioni oscure di nessun interesse per gli operai. Accusò Marx di scrivere “analisi da poltrona di dottrine distanti dal mondo della povera gente sofferente.” Allora Marx, che di solito era molto paziente, si indignò. Scrive Annenkov:

A queste ultime parole, Marx perse la pazienza e picchiò un pugno così forte sul tavolo che la lampada che vi era posata risuonò e tremò. Saltò in piedi dicendo: “Finora l’ignoranza non ha mai giovato a nessuno!” (Ricordi di Marx ed Engels, p. 272 ediz. inglese, enfasi nostra)

Weitling era contrario alla teoria e al paziente lavoro di propaganda. Come Bakunin, sosteneva che la povera gente fosse sempre pronta a ribellarsi. Questo sostenitore della “azione rivoluzionaria” contro la teoria credeva che nella misura in cui vi fossero stati dei dirigenti risoluti si sarebbe potuta organizzare una rivoluzione in qualunque momento. Possiamo trovare echi di queste primitive idee pre-marxiste ancora oggi tra le fila dei marxisti.

Marx comprese che il movimento comunista sarebbe potuto avanzare soltanto attraverso una rottura radicale con queste nozioni primitive e una completa chiarificazione delle idee della base. La rottura con Weitling era inevitabile e avvenne nel maggio 1846. Successivamente, Weitling partì per l’America e cessò di giocare alcun ruolo significativo. Soltanto con la rottura con “l’attivista operaio” Weitling fu possibile costruire la Lega dei Comunisti su basi adeguate. Tuttavia la tendenza primitiva rappresentata da Weitling si riproduce costantemente nel movimento, dapprima nelle idee di Bakunin, e in seguito nelle varie forme di settarismo che ancora ai nostri giorni affliggono il movimento marxista.

Nelle Opere complete di Marx ed Engels troviamo una vera miniera d’oro di idee. Ci sono gli scritti di Engels sulla Guerra dei contadini in Germania, sulla storia antica dei popoli germanici, slavi e irlandesi, la sua storia dei primi cristiani. Nel suo articolo sulla morte di Engels, Lenin scrisse:

Marx lavorò sull’analisi dei complessi fenomeni dell’economia capitalista. Engels, in opere scritte con semplicità, spesso di natura polemica, affrontò problemi scientifici più generali e diversi fenomeni del passato e del presente nello spirito della concezione materialista della storia e della teoria economica di Marx.”

Una breve lista delle opere di Engels rivela immediatamente l’ampiezza della sue concezioni. Vi è il suo magnifico libro polemico contro Dühring, che tratta con grande profondità di filosofia, scienze naturali e scienze sociali. L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato tratta delle origini della società umana. Che cos’ha tutto questo a che fare con la classe operaia e la lotta di classe, si chiederanno i nostri “pragmatici” critici? Solo questo: è il lavoro che ha posto le basi per la teoria marxista dello Stato, che Lenin successivamente sviluppò in Stato e Rivoluzione, il libro che pose le basi teoriche della Rivoluzione Bolscevica.

E che dire dell’opera Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della Filosofia Classica tedesca? In questo libro, Engels tratta non solo delle “astratte e astruse” idee di Hegel, ma anche delle idee di filosofi tedeschi minori e pressoché sconosciuti appartenenti al movimento della Sinistra Hegeliana. Specialmente nella corrispondenza di Marx ed Engels troviamo un tesoro nascosto di idee di stupefacente varietà. I due amici si scambiavano opinioni su ogni tipo di questione, non solo economia e politica ma anche filosofia, storia, scienza, arte, letteratura e cultura in generale.

Ecco la risposta definitiva a tutti i critici borghesi di Marx che presentano una caricatura del marxismo come fosse un dottrina arida e limitata, che riduce l’intero pensiero umano all’economia e allo sviluppo delle forze produttive. Eppure ancora oggi vi sono persone che si definiscono marxisti e che difendono non le idee genuine di Marx ed Engels in tutta la loro ricchezza, ampiezza e profondità, bensì quella stessa caricatura “economicista” dei critici borghesi del marxismo. Questo non è affatto marxismo bensì, per usare un’espressione di Hegel, “die leblosen Knochen eines Skeletts” (le ossa senza vita di uno scheletro), che Lenin commentò così: “Ciò che occorre non sono leblosen Knochen, ma vita attiva.” (Lenin, Quaderni Filosofici, Opere Complete, ediz. Inglese, Vol. 38).

Lenin e la teoria

Lenin sottolineò sempre l’importanza della teoria. Anche nella fase iniziale, embrionale del partito, condusse una lotta strenua contro gli economicisti, che possedevano la mentalità ristretta del “pragmatico proletario” e disprezzavano la teoria in quanto ambito degli intellettuali, non degli operai. Replicando a questa assurdità, Lenin scrisse:

“(…)la frase di Marx: “Ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”. Ripetere queste parole in un momento di sbandamento teorico, è come “fare dello spirito a un funerale”. Queste parole, d’altra parte, sono estratte dalla lettera sul programma di Gotha, nella quale Marx condanna categoricamente l’eclettismo nell’enunciazione dei princípi. Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei princípi e non fate “concessioni” teoriche. Questo era il pensiero di Marx, e fra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di sminuire l’importanza della teoria!

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica. Ma per la socialdemocrazia russa, in particolare, la teoria acquista un’importanza ancora maggiore per le tre considerazioni seguenti, che sono spesso dimenticate. Innanzi tutto, il nostro partito è ancora in via di formazione, sta ancora definendo la sua fisionomia ed è ben lungi dall’aver saldato i conti con le altre correnti del pensiero rivoluzionario, che minacciano di far deviare il movimento dalla giusta via. (Che fare? Dogmatismo e “libertà di critica”)

La corrente economicista, rappresentata ad esempio da Weitling e Bakunin, si pose come una tendenza “genuinamente proletaria” che combatteva la pericolosa influenza degli “intellettuali teorici”. Una rottura netta con questa tendenza, che combinava demagogia “proletaria” con sindacalismo riformista nella pratica, fu la condizione necessaria per la formazione del bolscevismo. Ma la lotta per la teoria contro i “pratici” rimase una costante ancora per molto tempo.

Lenin scrisse nel 1908:

La lotta ideologica condotta dal marxismo rivoluzionario contro il revisionismo alla fine del diciannovesimo secolo non è che il preludio alle grandi battaglie rivoluzionarie del proletariato, che sta marciando verso la completa vittoria della sua causa nonostante tutte le oscillazioni e le debolezze della piccola borghesia.” (Marxismo e Revisionismo)

Nel suo libro Stalin, Trotskij descrive in grande dettaglio la psicologia degli “uomini dell’apparato” bolscevichi, che avevano anche la mentalità del “pratico”. Costoro presero una lunga serie di abbagli per via della loro incapacità di comprendere il reale movimento dei lavoratori nel 1905-06. Il motivo dei loro errori (di solito di tipo settario) stava nella loro mancanza di comprensione della dialettica. Avevano un’idea completamente astratta e formalistica della costruzione del partito, del tutto slegata dal movimento reale dei lavoratori. Questa è la ragione per cui nel 1905, per la disperazione di Lenin, i bolscevichi a Pietrogrado abbandonarono la prima assemblea dei Soviet, perché questa aveva rifiutato di accettare il programma del partito.

Nel 1908, quando si trovò in minoranza per un solo voto nella direzione della fazione bolscevica, che era guidata dagli ultra-sinistri Bogdanov e Lunacharskij, era pronto a provocare una scissione sulle basi della differente visione della filosofia marxista. Non è un caso che in quel difficile periodo, quando la stessa esistenza della tendenza rivoluzionaria era in pericolo, spese parecchio tempo a scrivere un libro sulla filosofia: Materialismo ed Empiriocriticismo.

Ci si potrebbe chiedere quali erano gli intenti di Vladimir Ilic nello scrivere libri su questi argomenti. Quale possibile rilevanza per gli operai russi poteva avere uno studio sugli scritti di Bishop Berkeley? Ci si potrebbe anche chiedere perché Lenin considerasse necessario rompere con la maggioranza dei dirigenti bolscevichi sulla questione della filosofia. Ma Lenin comprendeva molto bene il nesso causale tra il rifiuto di Bogdanov del materialismo dialettico e le politiche settarie della maggioranza.

Durante la Prima Guerra Mondiale, Lenin tornò sulla filosofia, realizzando un approfondito studio di Hegel che venne pubblicato molti anni dopo sotto il nome di Quaderni filosofici. Una delle sue ultime opere fu Sul significato del materialismo militante, in cui sottolineava ancora la necessità di studiare Hegel:

Naturalmente, questo studio, questa interpretazione, questa propaganda della dialettica hegeliana è estremamente difficile, e i primi esperimenti in questa direzione saranno necessariamente costellati di errori. Ma soltanto chi non fa nulla non fa mai errori. Prendendo come base il metodo di Marx di applicare in senso materialistico la dialettica ideata da Hegel, noi possiamo e dovremmo elaborare questa dialettica sotto tutti gli aspetti, pubblicare nei nostri giornali brani dalle opere principali di Hegel, interpretarli da un punto di vista materialista e commentarli con l’aiuto di esempi del modo in cui Marx applicava la dialettica, insieme con esempi della dialettica nella sfera dell’economia e delle relazioni politiche che la storia recente, specialmente quella della moderna guerra imperialista e della rivoluzione, ci fornisce in abbondanza.”

Trotskij e la teoria

Trotskij, come Lenin, dedicò tutta la sua vita alla difesa intransigente della teoria marxista. Nel suo ottimo articolo su Engels, ne sottolinea l’atteggiamento rigoroso riguardo la teoria:

Allo stesso tempo, la grandezza intellettuale del maestro verso il suo allievo era davvero inesauribile. Era solito leggere gli articoli più importanti del prolifico Kautskij nella loro forma manoscritta, e ognuna delle sue lettere di critiche contiene suggerimenti preziosi, il frutto di una riflessione profonda, e alle volte di ricerca. Anche la famosa opera di Kautskij, Gli antagonismi di classe nella Rivoluzione Francese, che è stata tradotta in quasi tutte le lingue del mondo civilizzato, a quanto pare, passò attraverso il laboratorio intellettuale di Engels. La sua lunga lettera sui raggruppamenti sociali nell’epoca della grande rivoluzione del diciottesimo secolo – così come sull’applicazione dei metodi materialisti agli eventi storici – è uno dei più magnifici documenti della mente umana. È troppo concisa, e ognuna delle formule che vi sono usate presuppone un bagaglio culturale troppo ampio perché possa circolare in modo diffuso; ma questo documento, tenuto nascosto così a lungo, rimarrà per sempre non solo la fonte dell’istruzione teorica ma anche una gioia estetica per chiunque abbia riflettuto seriamente sulle dinamiche delle relazioni di classe in un’epoca rivoluzionaria, così come sui problemi generali connessi all’interpretazione materialista degli eventi storici. (Trotskij, Le lettere di Engels a Kautskij, 1935)

In tutte le opera di Trotskij possiamo vedere un’ampiezza di visione e un vasto interesse non solo per la storia, ma anche per l’arte, la letteratura e la cultura in generale. Prima della Prima Guerra Mondiale scrisse articoli sull’arte e su scrittori quali Tolstoj e Gogol. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, scrisse ampiamente di arte e letteratura. Il suo libro Letteratura e Rivoluzione è un prodotto di quel periodo.

Nel 1923 scrisse: “La letteratura, i cui metodi e processi hanno le loro radici nel passato remoto e rappresentano l’esperienza accumulate della creazione delle parole, esprime I pensieri, le sensazioni, gli stati d’animo, i punti di vista e le speranze della nuova epoca e della sua nuova classe.” (Trotskij, Le radici sociali e la funzione sociale della letteratura) Nel bel mezzo di un periodo burrascoso di rivoluzioni e controrivoluzioni negli Anni Trenta Trotskij trovò il tempo di scrivere di letteratura e arte. Nel 1934, poco dopo la catastrofe in Germania, scrisse una recensione del romanzo di Ignazio Silone, Fontamara. Nel 1938 scrisse il Manifesto per un arte rivoluzionaria indipendente, insieme allo scrittore surrealista Andre Breton.

Possiamo soltanto immaginare l’indignazione dei codini pseudo-marxisti: “Beh? Il compagno Trotskij perde tempo a scrivere di arte in questo momento rivoluzionario della storia? Che c’entra l’arte con il proletariato e la lotta di classe?” Questi filistei scuotono tristemente il capo, e concludono che il compagno Trotskij non è più quello di una volta. “Questo non è il Trotskij del Programma di transizione! Il Vecchio sta perdendo colpi!” Sì, ce lo possiamo proprio immaginare!

In un’epoca in cui l’Europa era sconvolta da rivoluzioni e controrivoluzioni, mentre i suoi sostenitori venivano assassinati e la Quarta Internazionale lottava per la sopravvivenza, perché mai Trotskij trovò tempo da dedicare a questioni come arte e letteratura? Rispondendo a questa domanda saremo in grado di comprendere la differenza tra il marxismo genuino, il vero spirito rivoluzionario proletario, e la caricatura superficiale che passa per marxismo in certi circoli.

“Soltanto dei teorici”

Durante la lotta di frazione che portò alla scissione del Militant, l’area che costituiva la maggioranza sosteneva che Ted Grant e Alan Woods fossero “soltanto dei teorici”. L’espressione tra virgolette la dice lunga su quella tendenza. Per decenni abbiamo dedicato la nostra vita alla costruzione della tendenza che si è rivelata il movimento trotskista di maggior successo dopo l’Opposizione di Sinistra in Russia. Partendo da un minuscolo gruppo all’inizio degli Anni Sessanta, siamo riusciti a costruire una grande organizzazione solidamente radicata nel movimento operaio.

Tutti questi successi sono stati il risultato di anni di lavoro paziente. In ultima analisi, sono stati il risultato delle idee, dei metodi e delle prospettive corrette sviluppati da Ted Grant, il grande pensatore marxista. Ted era parecchie spanne sopra tutti i suoi contemporanei. Aveva solide fondamenta nella teoria marxista e conosceva a fondo le opere di Marx, Engels, Lenin e Trotskij.

Quando Ted Grant e io fummo espulsi dal Militant, ci trovammo in una posizione difficile. La maggioranza aveva a disposizione un apparato enorme, molto denaro e un gruppo di circa 200 tempi pieni. Noi non avevamo neppure un ciclostile. Eppure Ted e io non eravamo affatto preoccupati. Avevamo le idee del marxismo, e questo era ciò che contava. Tutta la mia esperienza mi ha convinto che con le idee corrette si può sempre costruire un apparato. Ma non è vero il contrario. Si può avere il più grande apparato del mondo, ma se si lavora sulla base di teorie e metodi scorretti si fallirà.

Considerammo la nostra posizione e giungemmo alla conclusione che in quella situazione, specialmente dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il nostro obiettivo più urgente era difendere le idee fondamentali e la teoria del marxismo. Il primo risultato fu il libro La rivolta della ragione: Filosofia marxista e scienza moderna. I nostri compagni di un tempo l’accolsero con scherno. Il loro commento sarcastico fu: “Visto? Ted e Alan hanno abbandonato la politica per scrivere libri di filosofia!” Questo era il loro atteggiamento verso la teoria marxista – un atteggiamento degno della tradizione di Weitling e dei burocrati bolscevichi, ma non certo di Marx, Engels, Lenin e Trotskij.

Prima o poi, gli errori nella teoria si traducono in disastri nella pratica. La vecchia maggioranza ha pagato per i suoi errori. Quella che un tempo era una tendenza influente con importanti radici nel movimento operaio si è ridotta a un’ombra di se stessa. Dall’altro lato, La rivolta della ragione ha giocato un ruolo chiave nella costruzione della Tendenza Marxista Internazionale. È stato tradotto in molte lingue ed è stato apprezzato da molti lavoratori, socialisti, comunisti, attivisti del sindacato e di circoli bolivariani (e tra questi anche Hugo Chavez).

Come si spiega? I lavoratori più coscienti e i giovani sono assetati di idee e di teoria. Vogliono capire che cosa sta succedendo nella società. Non sono attratti da tendenze che si limitano a dire loro ciò che già sanno: che il capitalismo è in crisi, che c’è disoccupazione, che vivono in case che cadono a pezzi, guadagnano poco e così via. Le persone serie vogliono sapere perché le cose stanno così, che cosa è successo in Russia, che cos’è il marxismo, e altre questioni di natura teorica. Questo è il motivo per cui la teoria non è un extra aggiuntivo, come pensano i “praticoni”, ma uno strumento della lotta rivoluzionaria.

I lavoratori e la cultura

È un insulto al proletariato dire che i lavoratori non hanno interesse per questioni generali di cultura, storia, filosofia etc. Nella mia esperienza di molti anni, mi sono reso conto che tra i lavoratori vi è un interesse assai più genuino per le idee che in gran parte della classe media cosiddetta colta. Ricordo, molto tempo fa, quando tenevo discorsi agli operai del mio Galles del Sud, che mi imbattei in un operaio metalmeccanico che aveva imparato da solo il Portoghese per poter leggere le opere di un poeta brasiliano di cui io non avevo mai sentito parlare.

L’idea che ai lavoratori non interessi la cultura proviene praticamente sempre da intellettuali piccolo-borghesi che non conoscono affatto la classe operaia e che confondono i lavoratori con il sottoproletariato. Perciò mostrano disprezzo per la classe operaia e per lo snobismo del loro stesso ceto medio nei confronti dei lavoratori. Questo genere di persone cerca di ingraziarsi i lavoratori indossando giacconi da lavoro e fingendo di imitare un accento “da classe operaia”. Usano un linguaggio colorito pensando che questo aumenti la loro credibilità proletaria.

Ho visto troppi casi di persone che si credevano marxisti preparati e pensavano fosse una mossa furba imitare linguaggio e abitudini del sottoproletariato, immaginando che questo avrebbe dato loro più credibilità come “veri lavoratori”. La realtà è che i lavoratori non usano abitualmente quel linguaggio nelle loro case o in compagnia. Imitare il comportamento degli strati più bassi e degradati della classe operaia e della gioventù non è degno di un marxista, e meno che mai di uno che aspiri a essere un dirigente. Nel suo meraviglioso articolo La lotta per un linguaggio colto, Trotskij descrive questo tipo di linguaggio come il segno distintivo di una mentalità da schiavi, che i rivoluzionari non dovrebbero imitare ma combattere con l’intento di sradicarla.

In questo articolo, scritto nel 1923, Trotskij elogia gli operai della fabbrica di scarpe “Comune di Parigi” per aver votato una risoluzione a favore del divieto di bestemmiare e per l’istituzione di multe contro il linguaggio volgare. Il leader della Rivoluzione d’Ottobre non considerava questo gesto come un dettaglio insignificante, bensì come una manifestazione molto importante della lotta della classe operaia per liberarsi dalla mentalità da schiavi e aspirare a un livello più alto di cultura. “Il linguaggio volgare e le bestemmie sono un retaggio della schiavitù, dell’umiliazione e del disprezzo per la dignità umana – la propria e quella altrui.” Questo è ciò che scrisse il leader della Rivoluzione d’Ottobre.

Vi sono molti livelli differenti nella classe operaia, che riflettono diverse condizioni ed esperienze. Gli strati più coscienti del proletariato sono attivi nei sindacati e nei partiti operai. Aspirano a una vita migliore. Sono vivamente interessati alle idee e alla teoria, e lottano per istruirsi. Queste lotte sono una garanzia per il futuro socialista, quando uomini e donne avranno rotto non solo le catene materiali che li legano, ma anche quelle psicologiche che li tengono prigionieri di un passato di barbarie.

Trotskij sottolineò l’importanza della lotta per un linguaggio colto: “La lotta per l’educazione e la cultura fornirà agli elementi più avanzati della classe operaia tutte le risorse della lingua russa nella sua enorme ricchezza, sottigliezza e finezza.”

Egli spiega che la rivoluzione è “innanzitutto un risveglio della personalità umana nelle masse – che si pensava non possedessero alcuna personalità”. È, “prima e soprattutto, il risveglio dell’umanità, la sua marcia progressiva, ed è segnata da un crescente rispetto per la dignità personale di ciascun individuo con una cura sempre maggiore per i deboli”. (ibid.)

La trasformazione socialista non significa solo la conquista del potere: quello è solo il primo passo. La vera rivoluzione – il balzo dell’umanità dal regno della necessità a quello della libertà – deve ancora essere compiuto. Engels osservava che in qualsiasi società in cui arte, scienza e governo sono monopolio di una minoranza, quella minoranza abuserà della propria posizione per mantenere la società prigioniera.

Facendo delle concessioni al basso livello di coscienza degli strati più arretrati e incolti della classe operaia, non aiutiamo a innalzare la loro coscienza al livello dei compiti posti dalla storia. Al contrario, contribuiamo ad abbassarlo, e questo avrà sempre conseguenze retrograde e reazionarie. Possiamo riassumere la discussione nel modo seguente: è progressista e rivoluzionario ciò che serve a innalzare il livello di coscienza del proletariato. È reazionario ciò che tende ad abbassarlo.

I marxisti devono essere nella prima linea della classe operaia che combatte per cambiare la società. Il nostro dovere è educare e formare i quadri della futura rivoluzione socialista. Per poter raggiungere questo obiettivo, dobbiamo stare dalla parte di ciò che è positivo, progressista e rivoluzionario e rifiutare con decisione tutto ciò che è arretrato, ignorante e primitivo. Il nostro sguardo è rivolto a un obiettivo molto ambizioso. Dobbiamo innalzare lo sguardo della classe operaia, a cominciare dagli elementi più avanzati, all’orizzonte di cui parlò Trotskij in Letteratura e Rivoluzione:

Sino a quale grado di padronanza di sé giungerà l’uomo del futuro è difficile prevedere, come è difficile prevedere a quale altezza porterà la propria tecnica. La costruzione sociale e l’autoeducazione psicofisica diverranno i due aspetti di un processo solo. Le arti: l’arte della parola, l’arte teatrale, le arti figurative, la musica, l’architettura forniranno a questo processo una forma ottima. Per dir meglio: l’involucro di cui si rivestirà il processo dell’edificazione culturale e dell’autoeducazione dell’uomo comunista svilupperà nella misura più straordinaria tutti gli elementi più vitali delle arti odierne. L’uomo diverrà incomparabilmente più saggio, più forte, più acuto. Il suo corpo si farà più armonico, i suoi movimenti più ritmici. La sua voce più musicale; le forme dell’essere acquisteranno una dinamica rappresentatività. La media dell’umanità sarà al livello di un Aristotele, di un Goethe, di un Marx: Oltre queste altezze si eleveranno nuove vette”.

Alan Woods – 15 ottobre 2009

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