Psicologia socioculturale e Marxismo

Pubblico alcuni miei vecchi e brevissimi appunti sul pensiero di Vygotskij. Risalgono al settembre del 2006 e li ho scritti in occasione del mio primissimo avvicinamento alla militanza politica, periodo che coincideva con un paio di esami di Psicologia dello sviluppo. Si tratta di un primo tentativo di analisi, che riporto qui per completezza, ripromettendomi di affrontare in futuro, in modo più approfondito, questi argomenti.

L.S.Vygotskij (1896-1934), nato in Bielorussia da una famiglia ebrea, ha fornito un approccio differente allo studio della psicologia, fondato sul Marxismo ed influenzato dalla nuova società socialista, frutto della Rivoluzione d’Ottobre. Nonostante la sua opera sia tuttora considerata fondamentale per la psicologia dello sviluppo – in particolare mi riferisco alla messa in discussione delle tesi di Jean Piaget contenute nel suo più celebre testo, “Pensiero e linguaggio”, ma non solo- e, in particolare negli ultimi vent’anni, si sia assistito ad un rinnovato interesse per le variabili sociali e culturali nell’indagine psicologica, il cuore della teoria di Vygotskij è andato via via disperdendosi.

Ovvero, l’analisi della psicologia collettiva e individuale letta attraverso la lente della dialettica marxista, e avente come referente uno Stato socialista, è stata ben presto epurata da tali tratti perchè inconciliabili con la “democrazia capitalistica” occidentale, intimamente legata ad una visione più prettamente individualistica dell’uomo.

Non è mia intenzione discutere qui sui punti di forza e sulla successiva degenerazione dell’esperienza sovietica; vorrei piuttosto mettere in evidenza l’importanza che un autore fondamentale come Vygotskij potrebbe avere non solo in ambito psicologico, ma anche all’interno di una moderna critica marxista e rivoluzionaria di ampio respiro che sia rivolta al superamento dell’attuale società capitalistica.

Vygotskij estese il pensiero economico e politico di Marx ed Engels secondo tre modalità principali: il principio dialettico è posto alla base del cambiamento del pensiero umano, quindi ogni fenomeno è sottoposto a mutamento e si risolve nella sintesi tra elementi contradditori – lo sviluppo cognitivo avviene pertanto tramite la risoluzione del conflitto, ad esempio tra natura e cultura oppure tra diverse strutture psicologiche ancora in via di sviluppo -. In secondo luogo, un’economia di stampo collettivistico deve prevedere una parallela condivisione sociale delle conoscenze con i membri meno avanzati della società – come i bambini – con il fine di favorirne lo sviluppo cognitivo. Infine, la tesi marxiana della trasformazione dell’uomo e della natura attraverso la creazione e l’utilizzo di strumenti, viene estesa alla psicologia nella forma degli “strumenti psicologici”, quali ad esempio il linguaggio, tramite i quali l’uomo agisce sull’ambiente; tali strumenti psicologici, al pari della scrittura e dell’algebra, sono per natura “sociali” perchè depositari della storia umana.

Proprio da quest’ultimo punto prende corpo la fase centrale del pensiero vygotskijano; il tratto cardinale dell’analisi psicologica socioeconomica si fonda sull’assunto che la relazione fra persona e ambiente, intese come entità separate che interagiscono, debba essere negata in favore di una sintesi unitaria in cui la cultura non sia una variabile che influenza la psicologia individuale, bensì un tutt’uno con essa. Successivamente, sulla scorta degli studi di Piaget sul linguaggio “egocentrico” infantile – giudicato come privo di finalità comunicative perchè fondato sull’asocialità del bambino all’età di tre anni circa -, Vygotskij elabora il fulcro della prospettiva socioculturale, ovvero la rivalutazione del linguaggio egocentrico inteso dunque come fase di passaggio dalla comunicazione sociale, precedente, a quella interiore, “con sé stessi e per sé stessi”, si potrebbe dire. Ovvero, ogni fase dello sviluppo culturale si manifesta prima come attività collettiva, interpsichica, poi come attività individuale, come funzione intrapsichica: pertanto, “lo sviluppo intellettuale del bambino dipende dal suo controllo dei veicoli sociali del pensiero, cioè dal linguaggio”.

La naturale conclusione di tale teoria è che il cambiamento economico e culturale si riflette in un cambiamento psicologico, individuale e collettivo, ma non solo: una teoria di questo tipo potrebbe fornire un contributo più prettamente umano agli studi filosofici, economici e politici della tradizione marxista, remota e recente. L’affermazione del principio secondo il quale la dimensione psicologica – e psicofisica – dell’interazione sociale e collettiva precede strutturalmente quella dell’intimità individuale – l’interpsichico diviene intrapsichico – dà corpo alla tesi marxiana del “libero sviluppo di ciascuno quale condizione per il libero sviluppo di tutti”. In tal senso l’opera di Vygotskij, al pari di quella dei suoi allievi A. Lurija e A.N.Leont’ev, fornisce spunti di arricchimento assai utili per la critica e la prassi marxista, in ambito non solo pedagogico ed educativo.


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