Lo shock da realtà: adattamento alla professione

Riporto una tesina di approfondimento, corollario ad una serie di brevi interviste (che riporto alla fine dell’articolo), svolta in preparazione all’esame di Didattica Generale, sostenuto con il Prof. Elio Damiano nel maggio del 2006. Rileggendola, ho trovato degli spunti interessanti sul rapporto dialettico tra teoria e prassi, tra formazione e applicazione degli strumenti teorici nel contesto pratico della professione.

Una ricostruzione attenta del processo in esame necessita di un’analisi del periodo sia di crescita culturale pre-universitaria che di approfondimento specialistico in ateneo oltre che, beninteso, delle peculiarità proprie della professione di psicologa esercitata dall’intervistata.

Per quanto le due interviste – necessariamente più esplorativa la prima e più critica la seconda – presentino i dati di maggiore interesse negli ultimi due “blocchi” dedicati alla formazione universitaria e al “lavoro: focus della ricerca”, gli anni del liceo non devono essere trascurati perché fondamentali non tanto nell’adattamento quanto nell’orientamento alla futura professione.

Il dato più rilevante di questa prima fase di vita della testimone è la pressoché nulla influenza di mentori nell’orientamento delle sue scelte, condizionate semmai dal freno conservatore posto dai genitori. Sotto il duplice peso della sostanziale indifferenza dei docenti e delle rigide disposizioni paterne, Valentina ha trovato comunque in sé stessa la sufficiente forza emozionale per assecondare e quotidianamente dare forma alle proprie inclinazioni.

Tale motivazione interiore può essere letta con duplice valenza, perché all’interprete presenta un lato “conscio”, formato dalla curiosità per determinate discipline e dalla presa di coscienza di una spiccata idoneità caratteriale nell’affrontarle a livello sia teorico che pratico, e uno “inconscio” ricavabile dalla volontà di risolvere tramite lo studio della materia psicologica quelli che, freudianamente, possono essere indicati come conflitti interiori.

Tuttavia, l’enfasi data dalla psicologa alla motivazione “conscia” risulta evidente nella rilevanza data a quell’iniziale riconoscimento delle proprie capacità e al cosciente coraggio sostenuto nel confronto coi genitori, vissuto un po’ come sfida necessaria per rafforzare la fiducia in sé stessa e quindi assecondare le proprie aspettative al confronto delle prospettive, presentate dal padre, di un lavoro forse più facile da raggiungere e forse meglio retribuito.

Le prime esperienze lavorative avute durante il periodo pre-universitario hanno avuto, si diceva, più un’utilità quale strumento per sondare più a fondo il proprio carattere e trarne le conferme desiderate dal relativo “feedback” positivo, piuttosto che ruolo nell’adattamento professionale vero e proprio.

Il processo di adattamento professionale inizia infatti a maturare solo durante il periodo universitario, di pari passo al sempre crescente entusiasmo per i corsi di studio affrontati durante il quinquennio e definiti dalla stessa fonte come “fondamentale bagaglio di conoscenze”.

Valentina indica nel tirocinio post-lauream l’esperienza più importante di questa fase. Punto d’incontro fra sapere teorico e applicazione pratica (tra l’altro il tirocinio della testimone si è svolto in una clinica fatta appositamente convenzionare), il tirocinio ha però fatto emergere la spinosa questione dell’inserimento nel mondo del lavoro e tale prima esperienza ravvicinata con la futura professione, pur avendo contribuito in modo decisivo alla crescita umana e professionale della psicologa, non è riuscita ad aprirle subito il sospirato ingresso nell’attività lavorativa remunerata, forse perché privo di quel necessario connubio tra soggettiva responsabilità professionale e relazionale, burocrazia della professione e regole economicamente rilevanti, tipiche del lavoro “vero”.

A tal proposito è rilevante la distinzione tra “vecchia” e “nuova autonomia” dell’individuo sociale: la vecchia autonomia si sperimenta durante gli studi accademici ed è caratterizzata da un orientamento di fondo, da una natura instabile (perché l’individuo è “in formazione”) e dall’assenza di prospettive poiché l’obiettivo da raggiungere è il bagaglio minimo di conoscenze necessario per poter lavorare, mentre la nuova autonomia, pur non esaurendo il processo formativo, è tuttavia aperta alle nuove prospettive proprie della complessa, e pertanto da esplorare, rete di possibilità coniugate alle implicazioni tipiche del lavoro “vero”.

All’atto del lavoro, quello vero, si può dire che prenda vita, una volta superata ed assimilata la crescita latente delle prime due fasi, il potenzialmente infinito processo dello “shock da realtà”.

La prima esperienza lavorativa, quella di educatrice elementare, è stata preparatoria: certamente più realistica del pur significativo tirocinio ma, a causa della sua brevissima durata, non ha consentito alla testimone di sperimentare appieno la valenza effettiva del lavoro. E’ con l’assunzione nel reparto di oncologia pediatrica del policlinico di Modena che avviene l’approccio alla professione vera e propria. Superato il subitaneo panico iniziale dovuto all’emozione, alla solitudine e alla coscienza dell’iniziale insoddisfacente autoefficacia, Valentina intraprende il percorso di miglioramento personale e professionale, cercando da un lato il “modo giusto di operare” nei vari ambiti lavorativi, il rispetto dei colleghi, la cooperazione, e coadiuvando, dall’altro, i propri sforzi con l’iscrizione ad una scuola di psicoterapia familiare ad orientamento sistemico-relazionale.

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Grazie alle due interviste rese, la testimone ha ripercorso le tappe salienti della propria formazione personale e professionale, e dal materiale ricavato sono emersi alcuni punti assai significativi per tratteggiare il processo di adattamento alla professione, lo “shock da realtà”. Della prima fase si è già parlato in termini di “orientamento professionale”, mettendo in luce l’assoluta determinazione della testimone nell’iscriversi alla facoltà di psicologia e la sua “presa di coscienza di sè”. Il percorso preso in esame va invece rintracciato a partire dall’esperienza del tirocinio post-lauream, culmine della formazione accademica, sino all’iscrizione alla scuola di specializzazione; si tratta quindi di un percorso piuttosto vasto che comprende entrambe le esperienze lavorative della psicologa, quella minore – preparatoria – e quella attuale, considerata dalla fonte come il “sogno realizzato”.

Il punto focale da cui iniziare per tracciare la prima bozza del processo è il binomio tirocinio-policlinico dato che l’esperienza di educatrice elementare, per quanto importante ai fini della crescita personale della psicologa, è di secondo piano nell’analisi dello “shock” perché di brevissima durata e perché annullata dall’esperienza successiva: di fatto, dalle parole della fonte, sembra quasi che la prima esperienza lavorativa sia quella nel reparto di oncologia pediatrica.

Si tratta quindi del nodo principale perché, nel conseguimento della laurea e nel rapporto effettivo fra teoria e pratica, la psicologa riformula la propria visione della vita e del lavoro, distinguendo il periodo accademico e quello post-accademico in termini di autonomia: il lavoro viene inteso come naturale evoluzione della preparazione universitaria (“…non ci si può rinchiudere in una torre d’avorio, però secondo me un bagaglio di conoscenze precedenti è fondamentale per affrontare il lavoro nel migliore dei modi…”- vd. Prima intervista) ma se ne distanzia per abbracciare una più estesa e del tutto nuova rete di relazioni, prospettive e responsabilità professionali ed umane.

Il lavoro vero dona anzitutto una diversa concezione di sé, una liberazione dai vincoli passati per raggiungere l’età adulta e una ristrutturazione della propria esistenza; ma anche, come emerso dai dati successivi, una nuova motivazione al progresso. Il tirocinio è percepito, a posteriori, come specchio dello shock, perché non ha avuto, per la testimone, quella funzione che normalmente gli appartiene o gli dovrebbe appartenere – ovverosia costituire da tramite per il mondo del lavoro – ma è solo stato un eccellente banco di prova sul quale sperimentare le proprie conoscenze: tutto, nel tirocinio, è stato percepito come appositamente falsato per permettere lo svolgersi di un’attività in condizioni sicure, già previste e protette, cosa non sempre possibile nella verà attività lavorativa che anzi richiede la quotidiana prontezza delle decisioni responsabili . Quindi, le radici dello “shock da realtà”, non attenuato dal tirocinio, risiedono in primo luogo in una destrutturazione, e nella conseguente ricostruzione, esistenziale.

Il primo approccio al lavoro “vero” rappresenta il secondo punto cardine del processo di adattamento professionale, poiché la transizione strutturale dalla “vecchia” alla “nuova autonomia” si manifesta nel panico, nella solitudine e nella sensazione di scarsa autoefficacia; il contatto con quella fitta rete di relazioni e responsabilità, cifra costante nella visione del lavoro della testimone, è accompagnata dalla paura tipica di chi è inerme nell’affrontare una situazione del tutto nuova, in cui occorre acquisire una nuova padronanza di strumenti con cui si ha una buona confidenza, ma fruibili in un contesto differente da quello sperimentato nell’ormai familiare ambiente accademico.

La sensazione di scarsa autoefficacia legata alla solitudine è invece dovuta al primo rapporto con i colleghi, elemento anch’esso inedito e caratteristico della “nuova autonomia”. Valentina, unica psicologa in un reparto di medici, esce inevitabilmente sconfitta, per ovvie e molteplici ragioni, dal confronto tra la propria esperienza – ancora in fieri – e quella dei “colleghi medici” e tale soccombenza è ulteriormente appesantita dal giudizio di “minor qualità” che molti medici danno alla sua professione di psicologa al cospetto della loro “utilmente vera scienza medica”.

Lungo il processo di adattamento alla professione, il punto più accomunabile allo shock è probabilmente proprio questo: il primissimo approccio al lavoro in cui l’esperienza pregressa stride con il nuovo contesto e genera panico e solitudine. Attraverso altri due passaggi del processo di adattamento, tale manifestazione dello “shock da realtà”, che potrebbe essere considerata spia psicofisica di disagio e al contempo pulsione verso il cambiamento, arriverà ad assumere fattezze nuove.

L’approccio al lavoro, come anticipato riguardo alla ristrutturazione del sé, diviene quindi inevitabile motivazione al progresso nella forma del “giusto metodo di operare”, ovvero una modalità di agire efficace e produttiva in cui convergano l’esperienza sul campo, lo studio teorico e la sensibilità personale. Tale “via personale” nasce e si sviluppa dal dialogo costante fra teoria e pratica, con particolare enfasi posta alle debolezze formative personali per raggiungere competenza ed efficacia nei vari ambiti della propria attività: gli esempi addotti dalla testimone riguardano il lavoro con i piccoli pazienti in terapia, nel quale risaltano le capacità empatiche e l’esperienza pregressa della psicologa con i bambini, e il rapporto con i loro genitori, complesso sia per ragioni pratiche che per i conflitti giovanili avuti con il padre.

Per rendere ancora più incisivo il percorso personale verso la riappropriazione di sè rispetto a quella che può essere considerata come una forma di alienazione (d’altronde, cosa rappresenta il piccolo frammento dello shock sopra descritto se non una negazione all’individuo del sé, il cui percorso di riappropriazione culmina con l’effettivo inserimento nella “nuova autonomia”? Questo non significa che lo “shock da realtà”, nella sua interezza, si debba esaurire nella presa di coscienza della “nuova autonomia”, anzi, l’adattamento alla professione è un processo potenzialmente infinito di crescita e dialogo costanti; tuttavia, vedo quella piccola fase dello shock, descritta anche come “spia psicofisica di disagio”, come input dal quale intraprendere il processo, profondamente rivoluzionario, del “metodo giusto di operare” per ottenere l’autoaffermazione), Valentina decide di iscriversi alla scuola di psicoterapia sistemica, da cui trae strumenti ancora più maturi e critici per perfezionare il proprio metodo. In questo ambito è di grande rilevanza il concetto di rielaborazione delle conoscenze accademiche in chiave differente. La scuola di specializzazione, tramite il progetto terapeutico che manca all’università, garantisce alla psicologa non solo l’apprendimento di nozioni nuove ma soprattutto una rilettura più consapevole della materia già appresa, permettendone un’interpretazione al contempo più pratica – terapeutica appunto – e matura.

Ne consegue l’affinamento dello “sguardo che va oltre l’apparenza”, la capacità sempre in divenire di cogliere le sfumature della materia psicologica (capacità che, come sottolineato più volte dalla fonte, è un tutt’uno con l’attività clinica in loco: “è stato proprio durante le mie prime esperienze sul campo, nel periodo in cui cercavo di trovare una via personale per la professione, che ho visto crescere con la pratica la mia capacità di essere empatica…anche in questo caso l’esperienza lavorativa è stata, ed è tuttora, estremamente importante… Vd. Seconda intervista) , e “l’azione verso il cambiamento”, ovvero l’obiettivo finale (il fine ultimo a cui tendere, dove il processo di miglioramento personale e la propria sensibilità collimano nel miglioramento e nel cambiamento altrui) in cui non possono che convergere sia il metodo giusto di operare che lo sguardo che supera l’apparenza, intimamente legati.

L’essenza dell’adattamento professionale risiede in quest’ultimo punto: se la prima fase dello shock è rintracciabile nel passaggio dal momento dell’apprendimento a quello dell’azione e al manifestarsi del panico come frutto della transizione da una forma di autonomia ad un’altra del tutto nuova, il processo effettivo di cambiamento e adattamento presuppone la presa di coscienza dello shock e la volontà di superarlo, attraverso il percorso per forza di cose rivoluzionario – perché fluido ed elastico, aperto alla destrutturazione dell’esperienza precedente per abbracciare nuove prospettive di pensiero ed azione – del “metodo giusto di operare”.

Nel caso specifico, attraverso il dialogo costante fra teoria, pratica e sensibilità personale – che per Valentina è soprattutto empatia – e con gli strumenti forniti dalla scuola di specializzazione, la testimone ha integrato la propria attività con quella clinica, ricevendo il supporto e il rispetto del personale medico e ottenendo risultati soddisfacenti. A questo punto, la prima fase dello shock viene assorbita in un contesto più ampio ed organico, in cui non c’è spazio per quelle forme di panico ed inefficacia, ormai maturate e mutate in alto senso del dovere ricco di responsabilità umana e professionale. Tratto, quest’ultimo, logicamente coerente perché le sensazioni di caos ed impotenza provate all’approccio con la professione sono state superate tramite una fase del processo di destrutturazione, restaurazione, riconsiderazione e rinnovamento, tipica dell’adattamento alla professione, il percorso dello “shock da realtà”.

Rimane ora da chiarire, in luce maggiormente olistica, la fenomenologia dell’adattamento alla professione: se la “vecchia autonomia” riceve, grazie alla prima fase dello shock, la pulsione per rinnovarsi in “nuova autonomia” attraverso il “metodo giusto di operare” (quindi l’emancipazione dall’alienazione, rappresentata quest’ultima dalla prima fase dello shock stesso) – e se il processo potenzialmente infinito di adattamento porta ad un cambiamento strutturale di quel panico, emblema del primo shock – lo “shock da realtà” potrebbe apparire come un percorso solamente superficialmente infinito ma che trova di fatto il proprio compimento nella trasformazione del panico, della solitudine e dell’inefficacia in senso del dovere e responsabilità.

In realtà, non solo è infinito il processo di adattamento alla professione, al quale è sotteso il “metodo giusto di operare” – che altro non è se non un’indispensabile e costante ricerca, nonchè una tensione al progresso ed al miglioramento sia umano che professionale – ma tale processo implica anche le possibilità di cambiamento transituazionale: da una professione per cui già si sta lavorando per trovare il giusto metodo, ad un’altra, magari di stampo teorico affine, ma sostanzialmente differente all’atto pratico. In questo caso il processo dello “shock da realtà” è strutturalmente ciclico, perché si ripresenta in forme analoghe, anche se a livello di contenuto ha assorbito le esperienze professionali precedenti.

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Protocollo

L’intervista si è svolta a casa della testimone, lunedì 24/04/06, dalle ore 15:15 circa fino alle 17:00 circa. Ogni risposta della psicologa (incluse le domande di probing) è stata puntualmente trascritta, e il colloquio si è svolto senza interferenze significative; si è verificata una sola interruzione, subito dopo la seconda domanda, dovuta ad una telefonata.

Mesocollo _ Intervista

Blocco I: Prima dell’iscrizione all’università

D: Qual è stato il tuo percorso formativo superiore?

R: Ho frequentato il BUS a Reggio Emilia. E’ una scuola nata come istituto tecnico sperimentale, che propone diversi indirizzi: io ho scelto l’indirizzo linguistico, che dovrebbe rendere “corrispondenti in lingue estere”. Non è però come un liceo linguistico…

D: Credi che questa scelta riflettesse già allora un tuo personale interesse per le discipline psicologiche?

R: No, assolutamente no! Dopo le scuole medie, avevo solo una grande passione per le lingue straniere.

D: Nell’affrontare gli studi superiori, quando e come hai maturato la decisione di frequentare la facoltà di psicologia? E’ stata una scelta autonoma o totalmente/parzialmente condizionata?

R: Ho deciso che mi sarei iscritta a psicologia al quinto anno; la mia scelta è stata totalmente autonoma, anzi, i miei genitori mi hanno ostacolata in tutti i modi… Alla fine, però, l’ho spuntata io…

D: E i tuoi insegnanti? Che ruolo hanno avuto nel tuo orientamento universitario?

R: No, i professori non mi hanno mai orientato in alcun modo, né incoraggiando né frustrando le mie scelte…proprio nulla…

D: Hai avuto figure particolarmente importanti per te che hanno sostenuto o guidato le tue scelte?

R: Guarda, nella scelta universitaria ho avuto la più totale autonomia…non ho avuto figure importanti…non direi…se escludiamo qualche amico, ma sai, è normale…

D: Prima di iniziare i corsi, avevi un’idea di quello che sarebbe stato il tuo futuro lavoro?

R: Parli dell’idea che avevo della figura dello psicologo?

D: Anche, ma in particolare mi riferisco a come, all’epoca, ti saresti vista in prima persona, una volta laureata, nei panni della psicologa…

R: Beh, le idee a riguardo erano molto vaghe…semplicemente, ritenevo estremamente affascinante questa professione – e a quanto pare non mi ero sbagliata -. Però le mie aspirazioni miravano, già all’epoca, al lavoro con i bambini, quello si.

D: Hai avuto esperienze lavorative prima e dopo il conseguimento del diploma?

R: Esperienze lavorative vere e proprie, no. Però ho partecipato a diverse attività di volontariato e ho fatto per un po’ la baby-sitter…in entrambi i casi insieme a bambini!

Blocco II: Durante gli anni accademici

D: Parlami del primo approccio ai corsi.

R: Beh, ero semplicemente entusiasta di ogni cosa! Davvero! Però, ecco, se devo proprio trovare il pelo nell’uovo, mi sarebbe piaciuta una maggiore concretezza nell’affrontare le materie…anche se, a posteriori, posso dire che è normale all’inizio trattare gli argomenti base in modo abbastanza generale. Sono rimasta anche un po’ sconcertata nell’affrontare materie come “fisiologia del sistema nervoso” – che nel nuovo ordinamento dovrebbe chiamarsi Neuroscienze – che mi sembravano poco attinenti con la psicologia. Ma alla fin fine, queste materie mi sono servite molto nella mia formazione, e non hanno rovinato l’ottima impressione avuta durante il primo anno!

D: A livello motivazionale, hai mai avuto incertezze durante gli anni accademici?

R: Si, ho avuto incertezze, soprattutto per le mie reali capacità e la mia effettiva preparazione. D’altronde credo che la pressione degli esami abbia contribuito ad alimentarle, anche perché sentivo la necessità di essere in pari, per laurearmi quanto prima e trovare lavoro al più presto…

D: Hai sempre pensato che il percorso intrapreso fosse quello giusto? Mi riferisco, in particolare, sia alla motivazione più squisitamente formativa che a quella orientata alla professione.

R: Le mie incertezze non erano dovute a nessuna delle due motivazioni che hai detto. Nonostante fossi sicura del percorso intrapreso, le incertezze erano dovute a difficoltà nell’apprendimento, sia per miei limiti, che per l’insufficiente chiarezza – o le terribili banalizzazioni – di alcuni docenti…perché, da un lato, alcuni professori sembravano fare lezione per sé stessi, terribile…mentre altri professori volevano facilitare la materia a tutti i costi, rischiando di banalizzarla. Mi sono spesso demotivata, anche se alla fine sono riuscita ad andare avanti perché la mia era veramente una grande passione per la disciplina.

D: In che modo gli argomenti preparati per sostenere gli esami si sono rivelati utili per affrontare tirocini ed EPG?

R: Gli EPG sono stati in gran parte inutili…voglio dire, erano perlopiù seminari, non esperienze vere e proprie…diciamo che non ho un ricordo molto positivo delle esperienze pratiche guidate! Invece il tirocinio post lauream è stato importantissimo per me! Era come vedere realizzate, nella pratica, le mie conoscenze…tra l’altro ho scelto una sede che ho fatto appositamente convenzionare, una clinica in cui ho lavorato in un reparto pediatrico!

D: Quindi si può dire che il tirocinio post lauream sia stato un buon punto di partenza per la tua formazione professionale?

R: Assolutamente si, sotto ogni punto di vista, a partire dalla collaborazione con medici e psicologi sino al rapporto diretto con i piccoli pazienti!

D: Ma, in base alla tua esperienza, il tirocinio è sufficiente ad introdurre lo studente al mondo del lavoro? Quali modifiche sarebbe necessario apportare a tali attività perché divengano ancora più incisive?

R: Guarda, come avrai già capito la mia esperienza di tirocinio è stata perfetta! Però ho saputo da alcuni miei vecchi compagni che non è stato così per tutti …bisogna, credo, saper scegliere la sede giusta, ed avere un po’ di fortuna. Io ho avuto entrambe le cose, quindi non posso lamentarmi!

Comunque il tirocinio, per quanto utile, non mi ha propriamente introdotto al mondo del lavoro, ha solo contribuito alla mia formazione in modo decisivo.

D: Durante il periodo universitario, qual è stato il ruolo degli insegnanti nel modellare le tue prospettive future?

R: Abbastanza innocuo…alcuni insegnanti hanno cercato di motivarci, di darci una spinta per affrontare il mondo del lavoro, ma la mia sensazione è stata quella di essere abbandonata a me stessa…formalmente i professori hanno proposto di tenere allacciati i contatti, ma di fatto ho avvertito chiaramente di avere una nuova autonomia…

D: Una nuova autonomia?

R: Si, diversa da quella avuta fino a quel momento. Finchè studi all’università, per quanto grande possa essere la tua sensazione di autonomia, beh, non sarà mai simile a quella che proverai dopo la laurea, alle prese con il mondo del lavoro.

Blocco III: Atto del lavoro

D: Una volta conseguita la laurea, hai subito iniziato a lavorare? Quali sono state le tue prime esperienze lavorative? Riflettevano già gli obiettivi che ti eri prefissata di conseguire a livello professionale?

R: Ho subito lavorato come educatrice elementare, un piccolo lavoro che, però, mi ha dato molta soddisfazione…non rifletteva veramente le mie aspettative, però mi ha permesso di lavorare insieme ai bambini, quello che ho sempre desiderato!

D: Descrivi il tuo attuale lavoro. Dopo quanto tempo hai ottenuto questa occupazione?

R: Dal 2004 lavoro presso il policlinico di Modena, nel reparto di oncologia pediatrica. Lì mi occupo dei bimbi in terapia e – il lavoro più difficile – dell’assistenza ai loro genitori.

D: Attualmente stai frequentando una scuola di specializzazione?

R: Si, seguo una scuola di specializzazione in psicoterapia familiare, ad indirizzo sistemico-relazionale, che dura cinque anni.

D: E’ una scelta dovuta ad esigenze del tutto professionali (ovvero, ritieni che nel tuo attuale lavoro una tale formazione sia necessaria o, addirittura, indispensabile) o, piuttosto, un ulteriore e naturale passo del tuo personale iter di studi?

R: Direi che questa scelta è dovuta ad entrambe le cose, ma soprattutto per il bisogno di ampliare le mie conoscenze, perché, lavorando, ho capito che la laurea non basta e che avrei avuto bisogno di nuovi stimoli. Però, se per “iter” intendi un percorso che culmina nell’apertura di uno studio proprio, questo non è il mio obiettivo. Fosse per me, lavorerei al policlinico finchè posso (-sorride soddisfatta-).

D: Descrivi il tuo primo giorno di lavoro, anche a livello emotivo.

R: Panico. E’ stato terribile, perché il responsabile, un medico che all’epoca mi sembrò più austero di quel che è realmente, mi presentò i suoi colleghi – medici -, e lì mi sono sentita inferiore a loro.

D: Nell’affrontare la tua attività, hai sempre avuto una buona percezione di autoefficacia o, invece, hai spesso avvertito una sensazione di inadeguatezza? A tal proposito, fai riferimento alla tua esperienza diretta, a quella mediata da altre figure professionali e a quella cooperativa.

R: All’inizio no, mi sono sentita spesso inadeguata, anche perché eravamo, e siamo tuttora, solo due psicologhe, e la mia collega non lavora proprio nel mio reparto…però, da un anno e mezzo a questa parte, la maggiore conoscenza dei colleghi ha portato ad una stima reciproca – loro sanno di avere spesso bisogno di me, e si è creato un buon clima cooperativo -. Certo, il confronto con i medici può spesso essere difficile, specie quando le patologie da affrontare sono molto gravi…però credo sia normale, in fondo. Adesso sento che la mia preparazione è aumentata, e il lavoro mi appassiona moltissimo!

D: Dal tuo primo giorno di lavoro ad oggi, come si è evoluto l’approccio alla professione che stai attualmente svolgendo?

R: Credo di essere maturata molto nell’approccio diretto con le persone, specialmente con i genitori…prima avevo timore ad affrontarli, ora invece mi sento più tranquilla e lavoro meglio anche con loro. E con i bimbi, beh…se entrassi nel reparto mentre lavoro non ti sembrerebbe di essere in clinica…rischi di trovarmi per terra a giocare con loro a “memory”, oppure con bambole che hanno le loro stesse cicatrici chirurgiche, con siringhe e acqua fisiologica, perché prendano confidenza con l’ambiente medico…nel mio reparto si respira un’aria viva, mentre in altri centri aleggia la morte…

D: Credi che la preparazione universitaria, inclusi tirocini ed EPG, sia stata sufficiente per il tuo bagaglio professionale? Parlami, a questo punto, di quanto, eventualmente, sarebbe per te necessario apprendere per il tuo lavoro e che non hai ricevuto dal percorso accademico.

R: L’università mi ha dato tanto, ma non basta. L’università non insegna il progetto e la visione terapeutici…ed è anche per questo che mi sono iscritta ad una scuola di specializzazione. Posso dire che l’università è stata per me una base importantissima, ma non fornisce quello sguardo approfondito, che va oltre l’apparenza, necessario per uno psicologo, secondo me…

D: Uno sguardo approfondito?

R: Si, è un po’ difficile da spiegare…è una prospettiva diversa nell’affrontare i problemi, un punto di vista più maturo ed efficace…la scuola di specializzazione – e io la frequento ancora da poco tempo – mi sta aprendo la mente, riesco ad affrontare tematiche già apprese all’università in modo diverso.

D: Uno sguardo al presente; in base alla tua attuale esperienza professionale, ritieni che l’attività lavorativa richieda, per essere svolta al meglio, un ormai sedimentato insieme di conoscenze teoriche oppure, al contrario, credi che l’approccio empirico debba essere considerato quanto più possibile complementare all’apprendimento?

R: Beh, teoria e pratica dovrebbero essere quanto più possibili complementari, anche perché è nella pratica che si sperimenta ciò che si è appreso…insomma, non ci si può rinchiudere in una…torre d’avorio, ecco…però, secondo me un bagaglio di conoscenze precedente è fondamentale per affrontare il lavoro nel migliore dei modi. Credo che la soddisfazione sia molto maggiore se, prima di intraprendere qualsiasi attività lavorativa, si ha un minimo di preparazione.

D: Infine, parlami dei tuoi progetti futuri in ambito professionale. Adesso, com’è cambiata la tua prospettiva rispetto al primo anno accademico?

R: Eh, i progetti futuri…vorrei un contratto a tempo indeterminato, anche perché ho un figlio in arrivo (-sorride-)…la precarietà è dannosa non solo per il singolo, ma anche per la comunità, specie in attività cliniche come la mia…in cui si sente la necessità di una figura stabile.

D: Ti capisco…dalla tua risposta si intuisce che questo è il tuo lavoro definitivo. O sbaglio?

R: Assolutamente si, infatti l’unica cosa che desidero adesso è un contratto stabile, sarei già soddisfatta così!

D: Beh, il periodo è quello giusto per sperare che cambi qualcosa…

R: Davvero, speriamo bene…comunque il mio attuale lavoro, ripeto, è la realizzazione di un sogno…anche se è un misto di successi e frustrazione, mi gratifica moltissimo e rispecchia quello che ho sempre voluto fare!

Escatocollo

Il mio giudizio complessivo sull’intervista svolta non può che essere positivo; d’altronde, il colloquio si è svolto senza interruzioni significative e piuttosto velocemente, complici soprattutto la disponibilità, la curiosità e la chiarezza espositiva della testimone; in queste condizioni, non è stato necessario utilizzare diffusamente domande di probing.

Gli unici dati a me noti, che avevo ottenuto durante il primo incontro con la psicologa, sono quelli inerenti al suo attuale lavoro; sapevo anche della gratificazione che ottiene dalla sua professione e della soddisfazione per aver frequentato la facoltà di psicologia, così come potevo immaginare la sua precarietà contrattuale, ma non ho mai avuto modo, prima dell’intervista, di conoscere la sua carriera lavorativa e la sua formazione. Il materiale ricavato è, quindi, quasi interamente nuovo.

Probabilmente, l’intervista sarebbe stata più incisiva se avesse potuto vantare maggiori approfondimenti su quelle che sono state le figure di riferimento per Valentina in merito alle sue scelte lavorative e formative; purtroppo, le poche domande da me poste a riguardo hanno ricevuto risposte sì chiare, ma poco esaurienti, probabilmente dovute a poca disponibilità personale nel trattare l’argomento; ho quindi preferito, al secondo tentativo, evitare ulteriori chiarimenti, nel rispetto della psicologa. Credo tuttavia che la scelta di inserire domande inerenti alle attività lavorative pre-universitarie, agli EPG, al tirocinio post lauream e alle aspirazioni future sia stata vincente, perché ha permesso alla testimone di ripercorrere le tappe fondamentali del suo approccio alla professione a partire dalla formazione superiore sino ai progetti lavorativi; ha inoltre permesso a me di formulare alcune ipotesi riguardo a quello che potrebbe essere il suo “adattamento alla professione” e, grazie alle domande sugli stati emotivi e sui progressi personali sul lavoro, il suo “Shock da realtà”.

Come concordato, al termine del colloquio abbiamo intavolato una discussione sia sul risultato ottenuto che sul tema dell’adattamento alla professione, e il commento della psicologa è di grande interesse: lei stessa ha preso coscienza, nel ricordare i momenti salienti che abbiamo cercato di far affiorare, della complessità di tale percorso che, ancorchè “selezionato” e “ritagliato” dall’intervista, è potenzialmente illimitato. Mi ha anche espresso un parere confortante sulla pertinenza delle domande, a suo avviso abbastanza azzeccate per l’obiettivo prefissato.

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