Il ruolo della donna nella pubblicità


Pubblico qui un articolo di approfondimento svolto in preparazione dell’esame di Sociologia dei Processi culturali, nel maggio del 2008, con il Prof. Mattia Toscani, e con la collaborazione del mio caro amico Luigi Muto, che ha scritto una seconda parte della tesina sul medesimo argomento. La riporto anche perchè la sua stesura è stata molto importante per pensare e realizzare alcune sezioni della successiva tesi di laurea in Psicologia dell’Ambiente.

Premessa

Per poter introdurre l’attualissimo tema del ruolo della donna nei mezzi di comunicazione di massa, con una particolare attenzione rivolta alla pubblicità, occorre a mio parere partire dalle motivazioni che spingono a condurre tale analisi. Detto altrimenti: perchè condurre una pur breve disamina della donna, calata in tale ambito? Quale potrebbero essere le ragioni che portano a ritenere utile una tesina sul ruolo femminile nella pubblicità?

Penso che non ci si possa esimere dal tracciare un quadro sommario del contesto socioeconomico di riferimento, proprio per comprendere la natura di tale indagine e non scadere nella falsa coscienza, producendo nient’altro che ideologia; questo, beninteso, in un ottica di materialismo dialettico per cui la sovrastruttura non è emanazione diretta della struttura – ovvero il momento determinante solamente in ultima istanza -, quanto piuttosto in relazione costante e dialettica con essa .

Viviamo in un’epoca di decadenza senile del capitalismo, e i segni di tale decadenza sono tangibili: sappiamo che il capitalismo ha come tratto distintivo lo sviluppo esteso delle forze produttive, ma tale sviluppo ora si è inesorabilmente arrestato nei paesi a capitalismo avanzato – il mondo occidentale -, limitandosi a quelle economie emergenti, quali l’India e soprattutto la Cina, il cui ruolo nello sviluppo dell’economia è stato a lungo sottostimato dagli economisti, proprio perchè si tratta di paesi assai esposti alle crisi ; il solo pensare ad un’economia mondiale retta da tali paesi, avrebbe fatto tremare chiunque appena dieci anni fa, mentre ora paradossalmente è proprio in tali economie emergenti che si ripongono le maggiori speranze per salvare un sistema che si avvia nel migliore dei casi verso un rallentamento economico, nel peggiore verso una vera e propria recessione.

Viviamo nell’epoca della globalizzazione, che nei suoi aspetti meramente strutturali altro non è se non un espansione dei mercati su scala globale,una bombola d’ossigeno indispensabile per tenere in vita il nostro sistema socioeconomico che si fonda sull’estrazione di plusvalore, sull’incremento del profitto, in ultima analisi sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che, legittimato dal capitalismo come forma naturale di rapporto di produzione e lavoro, porta alla reificazione, quel feticismo delle merci per cui i rapporti tra persone si tramutano in rapporti tra cose. In più, occorre considerare che se è vero che l’estrazione del plusvalore avviene in loco, nel posto di lavoro, tale processo non può trasformarsi in profitto vero e proprio se mancano i mercati, correndo il rischio di generare crisi di sovrapproduzione, in quella spirale di boom e crisi che contraddistingue il capitalismo.

Questo è il sostrato su cui si articolano, in questo caso particolare, i ruoli della donna in un sistema, quello mass-mediatico, costruito ad hoc anche e soprattutto per facilitare, attraverso la comunicazione di massa, gli scopi che il capitalismo si prefigge per autoalimentarsi: primo fra tutti, in relazione alla pubblicità, quello di trovare mercati e sviluppare i profitti, non solo attraverso una mera esposizione delle qualità dei prodotti, con l’ausilio di specifiche tecniche comunicative, ma anche veicolando valori, che nell’accezione di Clyde Kluckhohn hanno una dimensione affettiva, legata ai sentimenti degli individui; una cognitiva che indica la consapevolezza attiva e la capacità argomentativa da parte dell’attore sociale (come puntualizzato da Durkheim) e infine una selettiva, legata alla dimensione motivazionale dei comportamenti e, di riflesso, all’orientamento dell’agire sociale.

IDEOLOGIA

Ideologia

Considerate le premesse da cui muove l’analisi seguente, il punto focale da cui partire è la questione dell’ideologia. Tale concetto chiave in sociologia è intimamente legato al potere, e anzi è effettivamente una giustificazione del potere stesso, fonte di legittimità per chi tenta di esercitarlo. L’accento più forte in tal senso è stato dato da Karl Marx, nel cui pensiero l’ideologia prende la forma di “falsa coscienza”, ovvero attività idealista per cui le idee non sono emanazione delle proprie condizioni empiriche, bensì autonome e scorporate da esse. In tal senso, l’ideologia diviene strumento ingannevole di dominio, che assolutizza i bisogni di pochi trasformandoli in bisogni di molti, rendendo armonici rapporti in realtà conflittuali.

La figura della donna in carriera, capace col proprio lavoro, la propria intraprendenza e la propria personalità di raggiungere posti di prestigio, è chiaramente un prodotto dell’ideologia, con risvolti sia sociali che politici: a livello sociale, i dati del lavoro femminile parlano di un’aumento dell’occupazione femminile negli ultimi anni (dal 28% al 32% circa), la cui parte tuttavia più consistente è rappresentata dal lavoro nei call-center, nuova forma di occupazione figlia del liberismo e in linea con la flessibilità e la precarietà, cifra costante del lavoro odierno (come avremo modo di discutere nella terza sezione). Una ricerca dell’Asl di Milano sul call center della società Ups (un esempio) mostra che il 34% delle intervistate lavora a tempo pieno, il 66% part-time, il 60% svolge anche un’altra attività lavorativa, il 28% si sente molto stressato, il 63% prova nervosismo in varia misura, il 42% prova spesso stanchezza. A livello strutturale si assiste ad una spinta delle donne verso la produzione industriale e il lavoro salariato in genere, mentre a livello sovrastrutturale, e qui passiamo al risvolto sociopolitico, si diffonde l’idea della misura politica delle quote rosa come mezzo per dare pari dignità alle donne, nell’alveo più ampio, considerato anche a livello parlamentare, delle “pari opportunità”. Ed è proprio in tale sfumatura che l’ideologia è esercitata in modo più subdolo: il solo dichiarare la presenza di un ministero delle pari opportunità non fa altro che sancire una presunta inferiorità della donna, mascherata tuttavia come forma progressista ed egualitaria. E’ quasi degradante constatare come esista un ministero, quello delle pari opportunità appunto, che dichiara una formale uguaglianza tra uomo e donna, quando nei fatti le donne sono le prime vittime dell’attuale sistema socioeconomico, così come è altrettanto avvilente, in ambito più strettamente politico, pensare di restituire parì dignità alla donna sancendo un determinato numero di parlamentari, scelti non in base alle qualità personali, ma al genere.

In tal caso quindi, la donna nella pubblicità assume il ruolo di veicolo ideologico, strumentalizzazione per veicolare cornici interpretative funzionali allo sviluppo del capitalismo, oltre che una visione del mondo basata sulla libertà e la democrazia, vere o apparenti che siano.

VIOLENZA

Violenza

All’immagine precedente si collega questo estratto della collezione pubblicitaria Benetton, in questo caso ibrido tra sponsorizzazione di un prodotto e pubblicità sociale, una tecnica comunicativa e persuasiva che nobilità il prodotto stesso attraverso il suo accostamento ad un valore ben preciso e largamente condiviso dal comune sentire. Gli effetti della pubblicità sociale riguardano sia l’aumento delle conoscenze della popolazione sul tema in esame che, di conseguenza, l’adozione di determinati comportamenti volti a prevenire, evitare o combattere tale fenomeno.

Il proposito della multinazionale è ben preciso: l’immagine mira palesemente a collegare i capi d’abbigliamento che sponsorizza ad un determinato atteggiamento nei confronti della violenza sulle donne. Detto altrimenti: “ chi compra Benetton, è contro la violenza sulle donne, perchè Benetton combatte tale fenomeno”, il che è suffragato dalla scritta sul fondo dell’immagine: “issued in public interest…”.

Molte possono essere le interpretazioni del messaggio. Probabilmente, due sono le più importanti: una legata alle posizioni del liberismo economico, l’altra critica nei suoi confronti. La prima legge tale pubblicità come un risultato interessante dello sviluppo del capitalismo su scala mondiale, per cui un’estensione dei mercati porta ad un’estensione dell’occupazione e dei profitti, coniugando gli interessi di classi sociali differenti, e grazie a tale risultato investe nel doppio obiettivo di divulgare valori sani ed eticamente condivisibili, ponendosi in prima persona per il loro radicamento; sul tema più specifico della violenza sulle donne, si privilegia una lettura soggettiva della questione, legata a questioni più culturali che ambientali, più sovrastrutturali che strutturali, più psicologiche che empiricamente ambientali.

La seconda lettura, critica nei confronti della prima, vede la violenza sulle donne non solo in chiave soggettiva, ma più specificamente oggettiva, strutturale: il ruolo assegnato alla donna non solo di lavoratrice, ma anche di casalinga, scarica sulla famiglia, luogo principale in cui si consumano le violenze sulle donne, tutta una serie di costi sociali, a partire dalla sanità fino all’istruzione, agli asili, alle mense e alle lavanderie pubbliche, ai settori assistenziali, coperti solo parzialmente dall’intervento statale, che privilegia lo sviluppo del settore privato.

Qualunque sia la chiave di lettura preferita, non si può che restare stupefatti tuttavia dalla leggerezza con cui tale valore viene veicolato attraverso lo spot di un capo firmato, arrivando quasi ad annacquare un obiettivo socio-politico di un certo tipo con una mera strategia di marketing.

In questo caso, la donna ha quindi un doppio ruolo: quello di promoter, in grado con le proprie caratteristiche fisiche (come vedremo nell’ultima sezione) di esaltare le qualità di un prodotto, e quello di portatrice di valori, con l’indiscutibile capacità di saper incarnare alla perfezione entrambe le istanze in modo diretto ed efficace.

LAVORO

Lavoro

Indispensabile è a questo punto prendere in esame la più ampia questione del lavoro, nella quale la condizione femminile ha un’importanza rilevante e in cui, di conseguenza, la pubblicità interviene.

Le democrazie liberali occidentali possono essere a ragione indicate come sistemi politici costruiti sulla base del sistema produttivo fordista, con un’estensione diffusa di occupazione salariale. Come già accennato, ora tuttavia questo modello si è arricchito di sfumature differenti, dovute anzitutto ad una riorganizzazione economica su scala mondiale; il mercato del lavoro spinge inesorabilmente verso forme di lavoro “atipico”, precario e flessibile, tende all’eliminazione di diritti e garanzie, ad offuscare il futuro delle nuove generazioni, ad ottimizzare i profitti a discapito del lavoratore. Ulrich Beck a tal proposito parla di fine della società della piena occupazione, intendendo con questo la fine di una società in cui il lavoro regolare diviene biografia normale di ogni individuo, mentre Manuel Castells ipotizza una vera e propria trasformazione del lavoro in cui saranno presenti una “forza lavoro centrale”, costituita da manager informazionali, e una “forza lavoro disponibile” flessibile e pronta in qualinque momento per soddisfare le esigenze del mercato. Si tratta in sostanza della constatazione di come per le nuove generazioni un’esperienza di lavoro sicura e stabile sia in effetti inaccessibile, il che si ripercuote anche a livello psicologico non solo in termini di insicurezza nelle prospettive future, ma anche di costruzione di una sicura identità sociale, professionale, in ultima analisi intimamente personale. In questo ambito, come già sottolineato in precedenza, si scontrano due letture differenti: una legata ai presunti aspetti di liberazione, creatività e socialità che la flessibilità reca con sé, in una riconduzione del lavoro verso un alveo più ampio di socialità e libertà personale; una seconda, che ne sottolinea il carattere di neoservilismo, sfruttamento e precarizzazione, in una sorta di asservimento totalizzante e reificato, subordinato alla logica del profitto.

Può essere che Revelli abbia colto una sfumatura interessante di questo fenomeno, indicando come tratto distintivo della società – a questo punto – postfordista, una “femminilizzazione” del lavoro non solo per via dell’effettivo aumento di donne nel mercato del lavoro, ma per via di un iper-soggettivizzazione, di un frastagliamento e di un’irregolarità dell’attività lavorativa, emotivamente non neutralizzabile, che aveva fatto “della forza lavoro femminile un segmento non perfettamente assimilabile nel sistema razionalizzato fordista” (Revelli, 2001); ma, più semplicemente, si potrebbe pensare che accanto alle attività tradizionalmente radicate del lavoro femminile, quali l’educazione, la sanità o l’assistenza, se ne siano affiancate altre, pensate all’interno di una cornice di sfruttamento a basso costo e con scarsi diritti sindacali, quale quella liberista. La condizione del lavoro femminile risulta quindi particolarmente esposta alla precarietà, perchè doppiamente colpita dalla necessità di percepire un salario e da quella di adempiere agli impegni familiari; si pensi al fatto che negli ultimi anni gli infortuni sul lavoro sono raddoppiati tra le donne rispetto agli uomini (+ 18,45%, dati Cgil), che più di metà delle donne che hanno un figlio lavorano 60 ore a settimana (contro il 15% degli uomini), e che addirittura un terzo lavora 70 ore, senza contare che le single con figli a carico hanno due ore in media di lavoro familiare in meno rispetto alle donne sposate; questo, percependo un salario del 30% inferiore rispetto ai propri mariti. Accanto a questi dati, si registra tuttavia una riduzione del divario tra le lavoratrici di alto e medio livello (manager, dirigenti…), che guadagnano solo il 18 % in meno rispetto agli uomini, a dimostrazione del fatto che sussiste una proporzionalità inversa tra sfruttamento del lavoro e scala sociale.

Ecco che la pubblicità del concorso “fotografia al femminile”, in occasione di una data importante quale l’otto marzo, risulta comprensibile, perchè socialmente sentita: indica le problematiche femminili come peculiari e suggerisce una forma, per quanto blanda ed innocua, di sensibilizzazione sociale per poi organizzare un intervento cosciente sul fenomeno.

Su questo, non posso che concordare: le problematiche del lavoro femminile sono peculiari, così come le necessità delle donne sul lavoro, a partire anzitutto dal crescente aumento di lavoratrici precarie, sino ad arrivare al lavoro familiare; suggerirei tuttavia un’interpretazione più ampia, a partire da “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Friedrich Engels, per cui l’origine dell’oppressione della donna e di un sistema essenzialmente patriarcale deriva da una suddivisione della società in classi, fino ad arrivare a Lev Davidovic Trockij, per il quale “…una riforma radicale della famiglia e, più in generale, dell’intero sistema di vita familiare richiede un grande e consapevole sforzo da parte della classe lavoratrice, e presume l’esistenza all’interno della classe stessa di una potente forza molecolare che abbia come intimo desiderio il raggiungimento della cultura e del progresso…”; ragion per cui le peculiarità e le necessità delle lavoratrici debbano essere sì prese in considerazione autonomamente, se inscritte tuttavia nel più completo contesto del lavoro in genere, a fianco quindi dei colleghi uomini. A poco servono, a mio parere, le distinzioni tra la suddivisione in classi predeterminate e rigide tipiche del periodo fordista e quella più precaria, confusa e “in fieri” del periodo postfordista, come se esistessero differenze strutturali tra le due condizioni; le problematiche sono le medesime, e, al limite, molto più gravose ora per via di un’incredibile frammentazione sociale e psicologica, nonchè di un’erosione dei diritti sul lavoro senza eguali. E questo, a partire dalle donne.

INTEGRAZIONE1

Integrazione

Si è accennato al problema della globalizzazione in termini strettamente economici; esiste anche una dimensione socioculturale della questione, legata alla possibilità di mantenere determinati schemi cognitivi e di valore, integrandoli in una società complessa, nonché una dimensione sociopolitica, connessa alla possibilità di partecipare direttamente o indirettamente alle decisioni collettive, in un contesto più generale in cui la problematica dell’equità sociale nelle opportunità diviene centrale. Il dibattito in tal senso è assai animato, e comprende tematiche di grande interesse quali le linee liberali e comunitariste – la prima che si caratterizza nel sancire il primato dell’individuo e il principio universalistico di cittadinanza, la seconda che invece privilegia l’aspetto comunitario, prospettando una società composita e multiculturale – , nonché i temi dello stereotipo e del pregiudizio, alla base del razzismo. Ecco che, di nuovo, una pubblicità firmata Benetton coglie nel segno, proponendo una sintesi efficace ed immediata della questione, riuscendo a coniugare come di consueto interesse aziendale e sensibilizzazione sociale. L’interesse aziendale è tutelato grazie allo sfruttamento della figura femminile – di cui si parlerà nell’ultima sezione – anche in questo caso palese strumento ideologico, unitamente alla proposizione di un valore ormai diffuso quale quello dell’integrazione. Peccato che tale messaggio debba essere contestualizzato nel proprio contesto di riferimento, mostrando sul piano materiale le proprie enormi contraddizioni: il sistema economico statunitense, in cui si inserisce Benetton, ha come retaggio culturale quel “melting-pot” che lungi dal voler sancire un’effettiva, equa integrazione sociale tra i vari migranti, ha fondato sul “patriottismo costituzionale” la propria linea, che prevede la concessione di determinati diritti con lo scopo di formare “l’uomo nuovo americano”; tutto ciò ha provocato un mancato riconoscimento delle varie specificità culturali, aggravato da un welfare penalizzato dalla pesante impronta liberista statunitense, che ha generato enormi discriminazioni e disuguaglianze sociali, riscontrabili a vari livelli – basta pensare alla composizione dell’esercito Statunitense per farsi un’idea precisa del fenomeno – Ecco che Benetton produce ideologia attraverso un messaggio formalmente corretto, ma nella prassi strumentalizzato, purtroppo diffuso a livello internazionale perchè, e qui si ritorna alla struttura, è a livello internazionale che la divisione del lavoro si è estesa diffusamente; quanto avviene in Italia è eclatante a tal proposito, in ambito sociopolitico: accanto ad una demonizzazione del migrante a livello umano, si assiste ad uno sfruttamento incondizionato della forza lavoro immigrata, soggetta al doppio peso della mancanza di diritti e del discredito dato dalla pubblica informazione, con l’obiettivo di dividere – “Divide et impera…” – gli interessi dei lavoratori ad ogni livello, salariale, di responsabilità, di mansione, anche razziale, e aumentare conseguentemente i profitti. Nonostante ciò, Benetton ci propone, tra una varia gamma di pubblicità indicative a riguardo, un’immagine idilliaca che intuitivamente semplifica il problema e lo rende naturale, quasi scontato nella sua candida armonia.

Che ruolo assume la donna in questo processo di autoalimentazione del capitalismo? Perchè fino ad ora il ruolo che la donna assume nelle pubblicità, apparentemente relegato al solo aspetto promozionale (di prodotti o particolari avvenimenti), è strettamente legato alla veicolazione di valori ben precisi?

Conclusiva

La donna e la pubblicità

Prima di provare a rispondere a questa domanda spinosa, arrivando quindi ad un tentativo parziale di risposta alle premesse, occorre una breve disamina degli effetti della pubblicità.

Come indicato dal sociologo inglese Denis McQuail, il ruolo dei mass media nella socializzazione iniziale dei bambini e in quella a lungo termine degli adulti è ormai riconosciuta; la teoria del modellamento di A.Bandura (per l’influenza indiretta e a lungo termine dell’azione individuale) e la “Teoria delle aspettative sociali” (per l’influenza indiretta e a lungo termine dell’azione collettiva), sociologica, aiutano nell’analizzare questo fenomeno.

In Bandura, che com’è noto muove da premesse comportamentiste, si parte dall’identificazione dell’osservatore con il modello, ritenuto degno di imitazione; l’individuo, che riconosce al modello l’esercizio di comportamenti funzionali, li riproduce a sua volta (momento della “risposta”) in circostanze pertinenti (momento dello “stimolo”), traendone una gratificazione che rinforza positivamente la risposta, originariamente suggerita dal modello. Secondo la “Teoria delle aspettative sociali”, i mass media forniscono rappresentazioni affidabili o meno dei modelli consolidati di vita di gruppo, le quali propongono da un lato le indicazioni sul comportamento da tenere sugli altri membri del gruppo, dall’altro le conoscenze sul comportamento dei membri degli altri gruppi.

In Pratkanis e Aronson, la persuasività dei modelli pubblicitari deriva dall’insegnamento di nuovi comportamenti la cui imitazione li investe di legittimità, e come sottolinea Wernick, la pubblicità è la principale fonte di distribuzione e circolazione di valori ideologici, intrinsecamente conservatori e quindi strutturati per il mantenimento del’ordinamento libero e democratico capitalista. Ma visto e considerato che il capitalismo, per svilupparsi, necessita di mercati, la pubblicità ha di conseguenza la funzione in ultima istanza strumentale di vendere.

Ecco che in questo senso la pubblicità deve trovare le modalità comunicative più appropriate per essere capita, per veicolare un messaggio pertinente, ficcante, interessante, stimolante, inserito nella dimensione totalizzante della concorrenza (vera o apparente che sia) e quindi attenta alle dimensioni in costante mutamento del vivere umano per poter risultare fresca e convincente.

Come suggerisce C. Pallotta in un saggio che tratta dello stereotipo femminile in ambito pubblicitario, la pubblicità fornisce prospettive innovative della rappresentazione del sé, facendo proprie la dimensione del sogno, della seduzione, dell’emotività e della sensualità, a discapito del semplice bisogno e della mera informazione. Come è ovvio, si parla di tratti tipicamente femminili, e non a caso, come è emerso dalla breve analisi precedente, la donna è più presente nella pubblicità rispetto all’uomo.

Ecco che, seguendo gli studi di Kermol e Beltrame sull’organizzazione delle figure femminili nella comunicazione pubblicitaria, emergono le peculiarità anzitutto organizzative che un tentativo consapevole di persuasione deve fare proprie, a partire da tutta una serie di modelli sociali ormai consolidati (conservatori) e paradigmatici, o quantomeno proposti come tali, nel delineare i ruoli effettivi riscontrabili nella società, a partire dalla seduttrice fino ad arrivare all’intellettuale, sempre nell’alveo tuttavia di una conservazione del sistema, le cui variazioni devono essere funzionali all’architettura del sistema stesso e non ad un suo superamento.

Ed in effetti la pubblicità della Tom Ford diventa esemplare in questo: “the fragrance for men from Tom Ford” recita la didascalia, giusto per formalizzare a parole un concetto fin troppo esauriente, in una sintesi visiva che sa appunto valorizzare il sogno, ponendo il bisogno fuori fuoco ed esaltando il focus ultimo della femminilità.

Ecco quindi la donna qui portata ad esempio per il connotato ideologico della pubblicità diventare espressione di una figura dai tratti sobri ma raffinati, elegante e dagli accessori minimali, ambiziosa e determinata senza mai rinunciare a quella sensualità di fondo che connota in senso emozionale il ruolo della donna in carriera, capace di risultare attraente seppur in un contesto formale; oppure, le ragazze sulla spiaggia, giovani e spensierate ed al contempo in armonia con una natura appena tratteggiata ma incredibilmente armoniosa e consonante con la distensione emotiva che le due protagoniste comunicano, senza rinunciare all’accentuazione neanche troppo velata di una femminilità che colpisce al primo sguardo.

Si tratta di rappresentazioni legittime? Anche in questo caso il giudizio non può che risultare estremamente soggettivo. Penso però che il cosiddetto quarto potere, più che porsi il problema della legittimità, nella sua ambivalenza al contempo rispecchi e mantenga in vita la natura di dette rappresentazioni; e che iniettando significati e valori in un contesto materiale di mercato, prepari il terreno ideale per veicolare quell’ideologia – che in una società divisa in classi (pur frammentate) dagli interessi differenti non può che essere strumento di potere della classe dominante – di cui la donna, suo malgrado, si fa portavoce in qualità di medium privilegiato, grazie a caratteristiche e a peculiarità che, a conti fatti, risultano vincenti.

.Bibliografia.

. “Sociologia dei Processi Culturali”, Loredana Sciolla (Il Mulino)

. “Tra il dire e lo Scrivere; Saggi sull’oralità di ritorno”, a cura di Alessandra Pozzi e Mattia Toscani, (Unicopli)

. “Psicologia della comunicazione”, a cura di Luigi Anolli, (Il Mulino)

.”Comunicazione e Persuasione”, Nicoletta Cavazza, (Il Mulino)

.”L’origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato”, Friedrich Engels, (Newton Compton Editori)

. “From the Old Family to the New (July 1923)”, L.D. Trockij

. “Psicologia Evoluzionistica: Uomini e Animali a confronto”, Angelo Tartabini, (McGraw Hill)

.Siti Internet.

http://www.wikipedia.org

http://www.marxismo.net

http://www.comunitazione.it

Share

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...