Coppia penale e “la scelta della vittima…le scelte della vittima”


Breve saggio d’approfondimento sulla dialettica che intercorre tra autore e vittima del reato, preparato per l’esame di Psicologia della Devianza e sostenuto con i Prof. Lino Rossi e Marco Monzani, nel settembre del 2008.

Una pur breve disamina di un concetto complesso quale la diade autore-vittima non può prescindere a mio parere dalla descrizione del contesto in cui, progressivamente, si sviluppa; anzitutto, per evitare di produrre mera ideologia, e in secondo luogo per mettere a fuoco l’ambito vittimologico in cui necessariamente il concetto di coppia penale arriva ad acquisire una centralità dirimente.

L’importanza che può avere un’analisi incentrata sulla vittima salta immediatamente all’occhio, a vari livelli; storicamente possiamo individuare, semplificando, due importanti correnti di pensiero nell’ambito degli studi sulla criminalità che delineano gli orientamenti dominanti (anche, spesso, nel comune sentire attuale) in questo campo. Con la pubblicazione di “Dei delitti e delle pene” nel 1764 ad opera di Cesare Beccaria si parla di Scuola Classica, imperniata sull’idea di individuo razionale e responsabile delle proprie azioni e su un sistema penale fondato sul contratto sociale: in tale prospettiva, centrali divengono la società civile e lo Stato, “vittime” del reato. “L’uomo Delinquente” del 1876, ad opera di Cesare Lombroso, da invece grande prestigio alla Scuola Positiva, che influenzata dalle teorie evoluzionistiche così come dalla fisiognomica e dalla frenologia, delinea il concetto di “Delinquente Nato”, che si fonda sull’individuazione di tratti biologici ed antropologici che renderebbero l’uomo incapace di controllare i propri impulsi. Il deviante diviene dunque il perno di tale impostazione teorica, e grazie a E.Ferri prenderà sempre più piede il concetto di pericolosità sociale, in base al quale accanto alla sanzione dovrà essere predisposto un piano di intervento per la cura del soggetto “malato” e per il suo reinserimento nel tessuto sociale.

Intuitivamente, l’attenzione rivolta prevalentemente alle indagini e all’autore di reato permane tuttora, ed è veicolato, spesso strumentalmente, dai mezzi di comunicazione di massa, che dopo un’ iniziale attenzione agli aspetti emotivi (rasentando spesso il patetismo, quindi rivolgendo alla vittima un’attenzione negativa, quando non, appunto, strumentale) che circondano la vittima di reato, rivolgono il proprio interesse alla necessità di isolare e controllare l’eversione alle norme sociali. Fattah a tal proposito suggerisce un’interpretazione politica ed ideologica (qui nell’accezione, a mio parere, di falsa coscienza, più che di pensiero sociologico o socio-politico in senso lato) del fenomeno: sostenitore della vittima quale soggetto di studio e non come slogan politico, l’autore denuncia l’amplificazione strumentale della situazione criminale e il suo impatto materiale e psicologico sulla popolazione, mirando a mostrare come il compatimento nei confronti della vittima, quindi in un ambito che coinvolge anche solo emotivamente tutti gli individui, sia solo una bieca manipolazione politica perpetrata per aumentare il consenso. Torneremo brevemente su questo punto in seguito. Qui però basti accennare che, se Fattah faceva esplicito riferimento a movimenti conservatori nati prevalentemente negli anni ’70 e ’80, la sua critica resta, in alcuni punti sostanziali, attuale.

Il focus effettivo sulla vittima avviene intorno agli anni ’50 con la definizione di “Vittimologia”, ovvero la “disciplina che ha per oggetto lo studio della vittima di reato, della sua personalità, delle sue caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, delle sue relazioni con l’autore del reato e del ruolo che essa ha assunto nella criminogenesi e nella criminodinamica”. Paradossalmente, si è arrivati a coniare una disciplina apposita senza l’intento iniziale di studiare la vittima in senso stretto, ma per cercare di conferire una dimensione reale e quantificabile al cosiddetto “numero oscuro”, ovvero il rapporto tra il numero dei reati denunciati e quello dei reati effettivamente commessi: in difficoltà nell’organizzare inchieste rivolte ai cittadini per scoprire l’effettiva diffusione del crimine, alcuni criminologi proposero di invertire il problema, chiedendo ai cittadini se fossero mai stati vittime di un crimine. Da qui, l’interesse per la vittima e la scoperta dell’esistenza delle cosiddette predisposizioni vittimogene, e soprattutto della diade autore/vittima, la relazione dialettica e dinamica che permette di fornire un’ interpretazione complessiva del reato.

Tale concetto centrale si sviluppa pertanto nell’alveo di una disciplina, la vittimologia, che si impernia sulla vittima, fa propria una prospettiva di ricerca alternativa e complementare a quella adottata dalla criminologia, e si articola in rami teorici differenti. La vittimologia positivista, detta anche conservatrice, si propone come oggetto di studio l’analisi dei fattori meditati di selezione delle vittime, nonché delle caratteristiche più o meno consapevoli che facilitano la vittimizzazione di determinati soggetti; si tratta dell’orientamento più classico, ricco di concetti fondamentali ed importantissimo specie nell’analisi del rapporto tra autore e vittima, ma esposto alla critica di legittimazione scientifica di pregiudizi diffusi su determinate categorie di soggetti. Interessanti e originali sono poi gli orientamenti radicale ed umanistico, in parte sovrapponibili, in cui l’analisi è condotta a partire da una disamina economica e politica, strutturale e sovrastrutturale, della società, allargando lo spettro d’indagine ad ogni vittima dell’oppressione, sia essa determinata dal crimine, dalle guerre, da sistemi di governo iniqui o dall’ingiustizia sociale. Particolare attenzione è rivolta alla tutela dei diritti umani e civili, la cui lesione conduce inevitabilmente a nuove forme di vittimizzazione nel momento in cui una sua elaborazione teorica non trova un riscontro fattuale a causa della tensione all’autoconservazione dell’attuale sistema socioeconomico. La vittimologia radicale arriva quindi ad evidenziare un importante tratto della devianza, quella politica, di reazione sociale, rivoluzionaria, che muove anzitutto da questioni strutturali, di classe, per arrivare ad un disvelamento dei fini conservatori degli enti preposti al controllo sociale.

Importantissimi sono, schematicamente, anche i contributi forniti dalla vittimologia clinica, incentrati sulla prevenzione e sulla cura della vittimizzazione in termini sia psicofisici che sociali, predisponendo appositi interventi terapeutici ed istituendo centri di sostegno nei quali operi personale ad orientamento pedagogico. Fondamentale è l’analisi del disturbo post traumatico da stress, e dei suoi effetti di paralisi psichica ed anestesia emozionale, così come è centrale, specie per un’analisi della coppia penale, il meccanismo di difesa noto come Sindrome di Stoccolma, in cui si stringono relazioni affettive tra vittima e carnefice e in cui diviene quasi paradossale il legame bidirezionale tra offeso e offensore.

Per trovare una sintesi coerente, si può affermare che la vittimologia sia una disciplina attiva sia in ambito fenomenologico, di sviluppo dinamico ed eventualmente attivo della vittima nella genesi del reato; sia sul piano preventivo e terapeutico, ed infine su un piano giuridico e criminalistico, in cui si mettono in evidenza sia le testimonianze dirette che le esigenze e i diritti a cui un sistema di giustizia deve saper rispondere adeguatamente.

A questo punto, risulta fondamentale delineare meglio il concetto di coppia penale, ovvero quella relazione caratterizzata da esclusività che lega indissolubilmente autore e vittima del reato sia prima che durante l’esecuzione del reato stesso. Lungi dall’essere una regola fissa, un teorema capace di disvelare immediatamente e matematicamente le discrepanze dell’atto criminale, spesso ci si trova di fronte all’assenza di relazione tra autore e vittima, come nelle azioni terroristiche o nelle calamità naturali (accezione quest’ultima che complica ulteriormente le cose, poiché potrebbe essere presente eccome una relazione, anche se indiretta e nascosta), mentre in altri casi la spiegazione che muove l’autore a portare a compimento il proprio piano sembra illogica o assente. Il cosiddetto “passaggio all’atto”, in tale prospettiva, può essere solo indagato attraverso l’analisi della relazione tra i due protagonisti dell’avvenimento criminoso, che possono essere indicati come due momenti del medesimo processo dialettico. In tal senso, sarebbe scorretto considerare la diade autore-vittima come una semplice somma algebrica, poiché la complessità dinamica che investe tale diade deve portare a considerarla come una terza creatura, il momento della sintesi, la coppia penale; e sempre in tale prospettiva – anche se, come vedremo, questa non è un’interpretazione condivisa da ogni autore – sarebbe altresì sbagliato considerare la vittimologia come una branca autonoma dalla criminologia. Sarebbe sbagliato, proprio perchè si ricadrebbe nell’errore più evidente della scuola positiva, ovvero quello di non mettere sufficientemente in evidenza uno dei due oggetti del contendere, in questo caso l’autore del reato; il che, in un processo dinamico e dialettico, risulterebbe discrepante.

In sintesi, si tratta di un processo di tipo circolare, che abbandona la linearità deterministica per abbracciare la dimensione del feedback in cui l’accento è posto sulle interrelazioni reciproche.

Altra questione dinamica, oltre che ambigua specialmente per il comune sentire, è il carattere attivo della vittima di reato, e non potrebbe essere altrimenti specie in virtù di quanto detto della diade autore-vittima; la vittima, per carattere o predisposizioni (le cosiddette predisposizioni vittimogene), per azioni più o meno consapevoli, o semplicemente per la sua storia o i suoi ruoli passati, gioca un ruolo dirimente nella fenomenologia dell’atto criminale, intesa nei momenti di criminogenesi e criminodinamica che non delineano tanto l’esecuzione materiale, il modus operandi dell’autore in azione, quanto l’intreccio tra fattori psicologici e motivazioni dell’autore, oltre che l’interazione delle variabili interne ed esterne al soggetto, dalle caratteristiche psicologiche fino ai fattori ambientali. Questo perchè, salvo casi isolati in cui l’autore non premedita la scelta di una vittima specifica in quanto variabile irrilevante per i fini prefissati, tale scelta è compiuta eccome, e sarà svolta a partire dal tipo di reato e dalle caratteristiche della vittima potenziale.

Sono invece le “scelte” compiute dalla vittima a risultare ambigue, eppure centrali per questo tipo di analisi, poiché determinate decisioni possono fare aumentare vertiginosamente il rischio di vittimizzazione, come accade ad esempio nella scelta di partecipare ad un duello, o di rispondere ad una provocazione partecipando ad una rissa.

Un secondo elemento già accennato che rinsalda la relazione tra autore e vittima è costituito, come già accennato, dalle predisposizioni vittimogene; come indicato da Gulotta, tali predisposizioni si dividono in generiche e specifiche, in base alla loro incidenza su molti soggetti o solo su soggetti specifici: tra quelle generiche, di grande rilevanza sono i comportamenti dettati da senso di colpa, in cui una situazione precedente, non correlata con la situazione vittimizzante, di senso di colpa può portare il soggetto a voler rimediare, più o meno consciamente, attraverso l’espiazione. Le predisposizioni specifiche si articolano invece su differenti dimensioni: possono essere innate o acquisite, in base al tempo possono essere permanenti, temporanee e passeggere, e in base alla natura si parla di bio-fisiologiche, psicologiche e sociali. Condizioni economiche, sesso e stati psicopatologici sono solo alcuni esempi di condizioni che possono favorire uno stato vittimogeno.

Un ultimo concetto centrale da esporre prima di passare ai contributi di alcuni autori che hanno delineato prospettive differenti in cui inquadrare lo studio della vittima e la coppia penale è quello della fungibilità. Una vittima si definisce fungibile nel momento in cui non possiede caratteristiche peculiari che la differenzino in modo sostanziale da altre potenziali vittime, nel contesto di riferimento; la classica vittima fungibile è quella indifferenziata, succube dell’attività di terrorismo. Al contrario, la vittima infungibile diviene unica ed insostituibile, su dimensioni differenti, dalle vittime divenute tali per imprudenza, a quelle alternative, dovute al puro caso (come nelle risse), a quelle provocatrici, fino a quelle volontarie: emblematici a tal proposito sono i casi dell’omicidio del consenziente e del suicidio assistito, così come dell’eutanasia; viene da sé che, in un’ottica meramente sociale, la pericolosità di un autore di reato è correlata positivamente alla fungibilità della vittima, e viceversa.

“The criminal and his victim”, pubblicato nel 1979 ad opera di H. Von Hentig, è una delle prime opere che focalizza la propria attenzione sulla coppia penale. M.E Wolfgang, nella prefazione al testo, scrive:” …ogni qualvolta la vittima del crimine è nominata nelle ricerche, nella teoria, nella legislazione per la compensazione delle vittime, noi dovremmo richiamarci alla voce originaria di questo libro”. Questo perchè, accanto ai meriti pioneristici in materia, si tratta di un testo che non pone la vittima su di un piedistallo, elevandola al di sopra delle parti ed esprimendo un giudizio favorevole a priori nei suoi confronti, ma preferisce concentrarsi su di una visione del crimine come interazione tra autore e vittima, in cui quest’ultima ricopre un ruolo tutt’altro che passivo. Accanto a tipologie di vittime tra le più varie (lo sregolato e il “soggetto dal cuore spezzato”, ad esempio), accompagnate da argomentazioni sulla loro presunta vulnerabilità, un interessante apporto dell’autore riguarda l’analisi dei migranti, anch’essi vittime che abbandonano il proprio paese per approdare in un ambiente spesso ostile, senza il supporto della rete familiare, potenziale oggetto di ricatti da parte di organizzazioni criminali e, perchè no, del sistema economico.

Doveroso è citare un altro padre della vittimologia, B. Mendelsohn, che oltre ad aver introdotto nel 1959 la nozione di vittimalità, sostenne con forza l’indipendenza della vittimologia dalla criminologia. Come per Von Hentig, anche le analisi di Mendelsohn sono speculative e scarsamente supportate da dati empirici, quindi adatte prevalentemente come linee guida per orientare la ricerca, e sono imperniate sul concetto di “Correlation of culpability (imputability)” tra vittima e reo. In questo senso, si tratteggia una serie di vittime dai tratti peculiari, a partire da quelle completamente innocenti (con preciso riferimento ai minori e a chi versa in uno stato di incoscienza. Già da qui risulta centrale, come detto, la nozione di imputabilità, così come quella di “capacità di intendere e di volere”) fino a quelle scarsamente consapevoli, a quelle colpevoli quanto l’aggressore – o vittima volontaria -, più colpevoli dell’aggressore – provocatrice ed imprudente -, assolutamente colpevoli – aggressore ucciso dalla persona aggredita per legittima difesa -, fino addirittura ad arrivare all vittima simulatrice o immaginaria.

Il contributo di Mendelsohn tuttavia va ben oltre tale categorizzazione: suo è il merito, riconoscibile o meno, di sancire l’indipendenza della vittimologia dalla criminologia, sulla scorta di una differente visione della vittima, intesa come persona offesa indipendentemente dalla causa scatenante la sofferenza stessa. Si tratta quindi di una prospettiva più ampia, di un “general phenomenon” che va oltre la delinquenza. Elias si pone a metà tra la visione di Mendelsohn e quella di Von Hentig, delineando la vittimologia come “lo studio a scopi diagnostici, preventivi e riparativi, delle situazioni, dei contesti, delle cause e delle ragioni che possono portare alla violazione dei diritti dell’uomo”, assumendo quindi una spiccata impronta propositiva e di prevenzione di comportamenti potenzialmente lesivi dei diritti dell’uomo in genere.

Ellenberger, psichiatra e psicologo autore nel 1954 di “Relations psychologiques entre le criminel e la victime”, analizza in particolare due temi centrali nell’ambito della coppia penale: il primo è l’inversione dei ruoli fra il criminale e la vittima, nonché la compresenza di entrambi i ruoli nel medesimo soggetto, come si nota nel criminale di professione spesso oggetto di ricatti a sua volta, oppure della vittima di abusi che sviluppa comportamenti aggressivi. Il suicida è l’esempio classico di compresenza di autore e vittima, così come il suicidio allargato.

Il secondo tema è una personale analisi della relazione specifica autore-vittima, in cui vengono evidenziati tre meccanismi psicologici specifici: nella relazione nevrotica pura l’influenza della psicologia dinamica e della psicoanalisi in particolare è molto forte, e viene quindi tratteggiata una relazione di dipendenza correlata al genitore autoritario e alla fissazione incestuosa nei confronti della madre, che può sfociare drammaticamente nell’omicidio; in quella psicobiologica si sottolinea l’attrazione di due tipi psicologici complementari, di cui uno è il negativo dell’altro; nella relazione genobiologica, infine, la relazione si fonda su un genotropismo ereditato inconsciamente.

E’ infine doveroso citare il contributo di E.A.Fattah, presentato da M.P. Barbos come “capace di un continuo approfondimento teorico e pratico nei vari settori, in cui la vittimologia è andata articolandosi nel suo mezzo secolo di vita”. Originalissima è la prospettiva suggerita dall’autore, per cui imbastire un parallelismo tra autore e vittima non è un’attività volta alla denigrazione delle vittime né una negazione degli effetti materiali e psicologici della vittimizzazione, quanto piuttosto una modalità scientificamente obiettiva di approccio che non sacrifichi l’estrema complessità e dinamicità dell’argomento. Egli suggerisce cinque grandi categorie, composte a loro volte da sottocategorie, per descrivere le tipologie di vittime. Anche qui possiamo constatare la presenza di vittime non partecipanti, che hanno in odio il crimine, e che possono essere inconsapevoli oppure consapevoli ma impotenti, e di vittime latenti o predisposte, maggiormente esposte al rischio a causa di predisposizioni vittimogene specifiche; di vittime provocatrici, che giocano un ruolo cruciale o per imprudenza o per provocazione diretta, e di vittime partecipanti, che svolgono un ruolo determinante o per semplice desiderio di sottomissione e connivenza, o per vero e proprio favoreggiamento e collaborazione. Infine, di false vittime, che tendono ad auto-vittimizzarsi, consciamente o inconsciamente, in buona fede o in mala fede.

Al di là dello specifico orientamento teorico, lo sviluppo della vittimologia tende sempre più a rifuggire schematismi lineari spesso intrisi di manicheismo, privilegiando, come si è visto, un’analisi imperniata sulla relazione e la dinamica dialettiche tra autore e vittima del reato. E’ però fondamentale concludere sottolineando un passaggio tutt’altro che banale, e che alla luce della breve disamina del concetto di coppia penale svolta non deve passare in secondo piano: le scelte della vittima, le predisposizioni vittimogene, il ruolo attivo, in sintesi il carattere dinamico della diade autore vittima non può e non deve in alcun caso giustificare una diffusione di responsabilità oltre l’autore del reato. La responsabilità ricade esclusivamente sull’autore, anche se, nella fenomenologia del reato, si parla di dinamica tra almeno due soggetti.

Testi di riferimento:

Lino Rossi: “L’analisi investigativa nella psicologia criminale”

Susanna Vezzadini: “La vittima di reato. Tra negazione e riconoscimento”

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