Friedrich Engels: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza

Basato su tre capitoli del più corposo Antiduhring, scritto nel 1878 come polemica contro le concezioni riformiste crescenti nella socialdemocrazia dell’epoca, “L’evoluzione…” rappresenta insieme al Manifesto comunista un testo fondamentale nell’analisi storico-filosofica elaborata fino agli anni 40 congiuntamente da Marx e Engels, e quindi insieme al Manifesto è uno dei testi più indicati per chi si voglia avvicinare per la prima volta al marxismo.

Questo non significa che sia un testo che i militanti di più lungo corso siano legittimati a trascurare, anzi: la lettura di Engels, così come dei classici del marxismo, non deve essere intesa come pura speculazione nostalgica, sterile ritorno al passato che risulta necessariamente inattuale. Lo studio delle fonti è anzitutto l’impalcatura teorica grazie alla quale la quotidiana azione rivoluzionaria trova metodi coerenti di organizzazione e sviluppo, e in secondo luogo rappresenta l’integrità dinanzi a quella che è una vera e propria aggressione nei confronti del marxismo, che spesso e volentieri muove da posizioni interne alle organizzazioni del movimento operaio e per tale motivo risulta molto più pericolosa.

Nel caso specifico, la battaglia contro i socialisti utopici è non solo attuale ma necessaria, anzitutto per lo sviluppo e l’avanzamento di una prospettiva rivoluzionaria concreta; attuale è infatti l’antimarxismo viscerale di autori che si sono prodigati nel negare un principio fondamentale come il legame tra la storia e lo sviluppo delle forze produttive, così come Duhring, oltre un secolo prima, riteneva che fossero le forze politiche e sociali, e non i rapporti di produzione, il motore decisivo della storia. Allo stesso modo, se tali autori erano il frutto dei difficili anni ’80 e ’90, Duhring era lo scotto da pagare per la sconfitta della prima rivoluzione proletaria soffocata nel sangue, la Comune di Parigi, il che indica come, nei momenti di riflusso della lotta di classe, ritornino a galla idee vecchie, già oggetto di polemiche in passato, che si presentano come innovative ed esplicative di ogni fenomeno sociopolitico.

Nonostante questi autori perdano progressivamente molto del loro peso, fenomeno questo in qualche modo correlato con certo cambiamento dei rapporti di forza a favore del proletariato (come si può notare in America Latina), gran parte del movimento comunista e no global (a partire dal PRC) continua a far proprie tutte quelle tendenze soggettiviste e misticheggianti che Engels aveva minuziosamente spiegato e confutato a suo tempo, e che riaffiorano presentandosi come la nuova linfa del movimento operaio internazionale.

Senza atteggiamenti pregiudizievoli o settari, caratteristiche queste che sono assolutamente incompatibili con l’approccio d’analisi marxista, Friedrich Engels tratteggia quella che in un certo senso è la fenomenologia del socialismo, dalle sue origini, fino al suo sviluppo nell’utopia e alla sintesi dell’approccio scientifico.

Per quanto le radici del socialismo dovessero essere rintracciate nel contesto economico, come ogni teoria il collegamento con le matrici ideologiche preesistenti era d’obbligo; in questo caso, il collegamento fondamentale era con il pensiero illuminista, davanti al quale ogni concezione ideologica, religiosa, di organizzazione sociale, doveva rispondere ai parametri della ragione; ora noi sappiamo che tale approccio, progressista nei confronti dell’ordinamento socioeconomico feudale, portò alla legittimazione di quel “regno della ragione” che altro non era se non il regno idealizzato della borghesia, e che lo Stato secondo ragione si realizzò nella repubblica democratica borghese.

Nel contesto storico di riferimento, la borghesia ebbe il ruolo per certi versi rivoluzionario (come sostenuto dallo stesso Marx nel Manifesto) di abbattere l’ordinamento feudale rappresentando i lavoratori tutti; ma la borghesia reca con sé anche in tale ambito la sua contraddizione insanabile, ovvero la necessità dell’operaio salariato, e proprio in virtù di tale discrepanza anche in seno ai moti borghesi scoppiarono moti autonomi di quella classe da cui sarebbe sorto in seguito, con lo sviluppo effettivo del capitalismo, il proletariato. Moti a cui si affiancarono le rispettive elaborazioni teoriche ancora immature (Moro e Campanella per le utopie nel ‘500 e nel ‘600, Morelly per le prime teorie comuniste nel ‘700).

La storia dimostrò come l’ordinamento razionale sorto dall’illuminismo e portato a compimento dalla borghesia si mostrò assolutamente irrazionale ed ingiusto, una cortina di fumo spazzata via dal Terrore e dal dispotismo Napoleonico, in cui la soppressione violenta venne accantonata per far spazio alla corruzione dilagante e la parola d’ordine della fratellanza fu soppiantata dalle angherie. I primi a prendere atto dello stato di cose presente furono i cosiddetti socialisti utopisti, Saint Simon e Fourier in Francia, Owen in Inghilterra, il cui compito fu quello di elaborare sistemi sociali perfetti e di farne propaganda dall’esterno, magari con l’ausilio di esempi concreti. Ma tali sistemi, quanto più erano elaborati e pienid i particolari, tanto più erano destinati a sfociare nella pura fantasia.  L’approccio degli utopisti fu dominante in molte teorizzazione del diciannovesimo secolo: un approccio per cui il socialismo è espressione dell’assoluta verità e dell’assoluta ragione, tale per cui la sua sola scoperta risulta sufficiente per conquistare il mondo. Tuttavia, per fare del socialismo una scienza, occorreva farlo poggiare su di una base reale.

Per condurre l’analisi delle radici filosofiche del socialismo scientifico, occorre partire da una breve disamina della metafisica: in base a questo approccio, le cose riflesse nel pensiero risultano oggetti d’indagine da considerare indipendentemente l’uno dall’altro; vengono prese in considerazione antitesi che risultano immediate (esiste/non esiste), per cui causa ed effetto stanno in rigida opposizione reciproca; si tratta, come suggerisce lo stesso Engels, di un modo di pensare che appare plausibile proprio perchè legato al senso comune. Tuttavia, si avvolge in contraddizioni insolubili perchè non tiene in debita considerazione il nesso che sussiste tra le cose, privilegiando le cose in sé stesse. La dialettica invece considera le cose nel loro concatenarsi, e tale approccio trovò la sua conclusione nel sistema hegeliano, in cui tutto il mondo naturale, storico e spirituale viene presentato come un processo; causa ed effetto, considerati nell’insieme concatenato di fenomeni, si scambiano vicendevolmente di ruolo, in un processo dinamico che procede per tesi, antitesi e sintesi. Tuttavia, Hegel che era un idealista vedeva gli oggetti come riflesso dell’idea preesistente, e in tal senso il nesso reale del mondo veniva ribaltato (in tal senso, Engels parla dell’idealismo hegeliano come di un colossale aborto, che partendo da premesse corrette, le poggia su basi fittizie e rovesciate). E’ evidente che un sistema che concluda una volta per tutte la conoscenza della natura e della storia sia in contraddizione con l’approccio dialettico: il materialismo moderno invece vede nella storia il processo di sviluppo dell’umanità ed è il suo compito scoprirne le leggi.

“…Hegel (con la dialettica) aveva liberato la concezione della storia dalla metafisica; ma la sua concezione era idealistica. L’idealismo veniva ora cacciato dalla concezione della storia; veniva data una concezione materialistica della storia e veniva trovata la via per spiegare la coscienza degli uomini col loro essere, invece di spiegare … il loro essere con la loro coscienza… Così il socialismo non appariva più come una scoperta geniale, ma come il risultato necessario della lotta tra due classi: il proletariato e la borghesia. […] e il socialismo esistito sino allora diventava incompatibile con la concezione materialistica della storia… . Quel socialismo precedente criticava, sì, il vigente modo di produzione capitalistico …, ma non lo spiegava e lo respingeva semplicemente come un male. Quanto più esso inveiva contro lo sfruttamento della classe operaia …, tanto meno era in grado di spiegare cosa sia questo sfruttamento. Si trattava invece da una parte di presentare questo modo di produzione capitalistico nel suo nesso e nella sua necessità storica …, e quindi anche la necessità del suo tramonto, dall’altra, invece, di svelare anche il suo carattere interno … . Questo si ebbe con la scoperta del plusvalore. […] Entrambe queste grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e il plusvalore ossia il fondamento della produzione capitalistica, le dobbiamo a Marx. Con queste due grandi scoperte il socialismo è diventato una scienza che ora occorre elaborare ulteriormente in tutti i suoi particolari e nessi…”

A partire dal socialismo scientifico, viene da sé che il ruolo del proletariato non è determinato soggettivamente, come sostenevano Duhring e gli utopisti, bensì dalla stessa logica della produzione capitalistica, che da un lato impoverisce i lavoratori, ma dall’altro, accentuando il divario tra produzione individuale e produzione sociale… “…Prima della produzione capitalistica … (nel Medioevo c’era) la piccola produzione … (qui) i lavoratori avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione … . I mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano … individuali, quindi necessariamente … limitati. […] Concentrare questi mezzi di produzione …, estenderli, trasformarli nelle leve … della produzione attuale: questa è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico e della classe che lo rappresenta, la borghesia…” …finisce con l’affermare la centralità della classe operaia nella produzione e quindi prepara da sé i mezzi per il proprio superamento.

A questo punto la critica engelsiana si concentra sul carattere anarchico ed irrazionale del capitalismo, che spreca risorse ed è destinato a provocare crisi cicliche di sovrapproduzione; nonostante la classe dominante, in uno dei più spudorati slanci di falsa coscienza dei nostri tempi, si ostini ad affermare l’insensatezza di tale tesi prodigandosi nel continuo affermare la fine di un fenomeno che invece si presenta ciclicamente, l’alternanza di boom e recessione resta una costante, e la ragione di tutto questo è esaustivamente spiegata da Marx nel Capitale, riassumibile nella contraddizione tra la produzione, di stampo sociale, e l’appropriazione, di natura privata. In tale prospettiva, si avanza l’ipotesi che il comunismo, lungi dall’essere una tendenza culturale come di recente si è sentito dire da illuminati esponenti del movimento operaio italiano, sia in realtà un movimento reale dei lavoratori, che agisce soggettivamente attraverso la lotta di classe per accelerare il carattere oggettivo delle contraddizioni del capitalismo. E’ evidente che tale visione abbracci una prospettiva materialista intrinsecamente dialettica: il rapporto che sussiste tra l’intervento umano e le circostanze storiche è attivo e dinamico, a differenza del rigido determinismo meccanicista, e questo è ancora più vero alla luce dell’impegno profuso da Marx ed Engels nella costruzione della prima internazionale, ovvero del fattore soggettivo (dalle tesi su Feuerbach: “…i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo, si tratta ora per noi di trasformarlo...).

Punto dirimente del materialismo dialettico è quindi che il dato economico sia quello in ultima istanza determinante, ma appunto solo in ultima istanza, poiché non bisogna dimenticare la relazione dinamica e dialettica che sussiste tra struttura e sovrastruttura, che arrivano ad influenzarsi vicendevolmente.

Attualissima, per concludere, è la critica rivolta da Engels a Duhring sulla sua concezione riformista per cui il problema centrale non stava nel modo di produzione capitalistico, ma nella distribuzione, facendo intendere che una pressione del proletariato avrebbe potuto portare ad una più equa distribuzione delle risorse.  A tale prospettiva, fondamento attuale delle moderne concezioni socialdemocratiche che mirano ad un “capitalismo dal volto umano”, Engels risponde limpidamente con tesi politiche che, insieme a quelle espresse nell’ “Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, saranno riprese da Lenin poco prima dell’ottobre per teorizzare compiutamente la dottrina marxista dello Stato in “Stato e Rivoluzione”:

“…il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e per prima cosa trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato…Non appena non ci sono più le classi sociali da mantenere nell’oppressione, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessario un potere repressivo particolare, uno Stato…al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene abolito: esso si estingue…”

Studiare quindi Engels, insieme ai classici del marxismo, significa portare avanti coscientemente una vera e propria azione di emancipazione, attraverso i metodi del socialismo scientifico che come compito primario hanno quello di studiare le condizioni storiche e la natura stessa del proletariato, fornendo a tale classe oppressa la coscienza della propria condizione e della natura della sua azione rivoluzionaria. In sostanza, il socialismo scientifico si configura come espressione teorica rivoluzionaria del movimento operaio.

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